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Un viaggio intimo nelle origini di una leggenda

Di Giovanni Audino

Giovedì sera, nel suggestivo scenario della manifestazione “Luci sul Mare” del 27 agosto, abbiamo assistito alla presentazione di un’opera che scava con delicatezza e profonda intensità nelle radici più nascoste di una delle icone più grandi della musica mondiale: “Mi chiamo Farrokh” di Vincenzo Furfaro.

Definito dallo stesso autore una “biografia non autorizzata”, il libro ci prende per mano e ci conduce molto prima dei riflettori di Wembley, degli stadi gremiti e degli abiti di scena sfolgoranti. Ci porta là dove tutto è iniziato, restituendoci l’umanità vibrante e fragile di un ragazzo di Zanzibar che sognava l’Occidente, la libertà e il palcoscenico.

Il romanzo si apre nella parte vecchia di Zanzibar, a Mji Mkongwe, tra case fatiscenti, strade polverose e l’ombra protettiva e severa della madre Jer. È qui che conosciamo Farrokh Bulsara nella sua dimensione più intima e quotidiana: un sedicenne con la passione viscerale per la musica, i denti sporgenti e un futuro già scritto dai familiari – che lo vorrebbero avvocato o burocrate – ma ostinatamente desideroso di fare tutt’altro.

Furfaro dipinge con grande abilità descrittiva il contrasto tra l’infanzia trascorsa tra l’Africa e l’India (durante gli studi a Mumbai) e l’urgenza di un’espressione artistica che preme da dentro. Il passaggio cruciale avviene quando il giovane Farrokh cede il passo a Freddie, in un intreccio di incontri fortuiti, di amicizie tormentate (come quelle con Günther e John) e di un fermento culturale che sta per esplodere.

Ciò che rende questo lavoro editoriale straordinario non è solo la ricostruzione narrativa della scalata al successo dei Queen, ma il modo in cui Furfaro indaga il prezzo di quel successo. La celebrità viene descritta come una “gabbia dorata”, una puttana affascinante e crudele – come viene definita Londra tra le pagine – che ti dà tutto ma ti consuma l’anima.

In questo percorso, un ruolo fondamentale è rivestito da Mary Austin, l’amore dell’anima, l’unica capace di comprendere e accettare la vera essenza di Freddie, anche quando la vita e la sessualità del cantante prendono una direzione inaspettata. Il rapporto con Mary è descritto con una tenerezza disarmante, un legame che supera la dimensione carnale per elevarsi a connessione spirituale pura.

Accanto agli affetti, emergono i demoni: la solitudine, le ombre del passato, l’uso delle sostanze e il peso opprimente di una maschera che a un certo punto diventa troppo pesante da indossare.

“Mi chiamo Farrokh” non è la solita agiografia rock. È un romanzo interiore, un flusso di coscienza che mescola il profumo delle spezie di Zanzibar, il freddo della Londra degli anni ’70, il sudore dei piccoli club e il silenzio assordante della fama.

Vincenzo Furfaro ha il merito raro di farci riscoprire Freddie Mercury non come statua di marmo o leggenda irraggiungibile, ma come un “poor boy” – per citare i celebri versi di Bohemian Rhapsody, canzone che nel libro trova una genesi intima e sofferta -, un uomo che ha cercato per tutta la vita di riconciliare il proprio passato con il proprio destino, senza mai smettere di cercare la bellezza.

Un lavoro bellissimo, presentato splendidamente sotto le “Luci sul Mare”, moderato da una impagabile Carmen Loiacono, che ci ricorda che prima di diventare la voce che ha fatto tremare la terra, Freddie è stato Farrokh: un ragazzo con un grande sogno e la fame di libertà. Un libro da leggere, custodire e ascoltare, nota dopo nota.

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