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La musica di Awa Ly, Nico Arezzo e Motta incontra la natura della Sila Piccola, tra racconti di botanica, storia e scienza
con Carmine Lupia e Giosuè CostaUn pubblico sempre più numeroso arriva anche da fuori regione, attratto
dalla formula originale del festivalOpera Sila scrive una storia di sentimento, bellezza e memoria
La musica di Awa Ly, Nico Arezzo e Motta incontra la natura della Sila Piccola, tra racconti di botanica, storia e scienza
con Carmine Lupia e Giosuè CostaUn pubblico sempre più numeroso arriva anche da fuori regione, attratto
dalla formula originale del festivalUn’altra domenica firmata Opera Sila, plasmata dalla filosofia di un festival che non chiede al pubblico semplicemente di assistere, ma di partecipare: camminare, fermarsi, ascoltare. E anche lasciarsi sorprendere. Emozione, conoscenza, incanto si sono mescolati lungo un sentiero che attraversa la Valle del Fiume Crocchio, in località Tirivolo, nel cuore della Sila Piccola, un luogo che, oltre a mostrarsi in tutta la sua magnificenza, custodisce storie di uomini operosi e di alberi resistenti.
Ma c’è un elemento che, accanto alla qualità dell’esperienza, conferma come Opera Sila stia diventando un richiamo capace di superare i confini regionali. Tra le centinaia di persone che hanno raggiunto la Sila Piccola ci sono anche molti partecipanti arrivati da fuori regione: dalla Puglia alla Sicilia, fino all’Abruzzo e a Roma. Persone che hanno scelto di mettersi in viaggio incuriosite da una formula ancora poco consueta: un festival che porta la musica dentro il paesaggio, rifuggendo il modello del concerto tradizionale, alternando momenti di ascolto a incursioni artistiche inattese e affidando alla divulgazione il compito di svelare curiosità e storie del luogo.
E alla fine resta una sensazione difficile da spiegare. Come se qualcosa si fosse acceso. Una luce nuova che filtra da una finestra rimasta aperta sulla curiosità e che si traduce nel desiderio di continuare a guardare il mondo con più attenzione, di procedere a passo lento, quello che permette di accorgersi delle cose, anche minute, che normalmente ci sfuggono.
Percorrere l’itinerario tracciato dalle guide ambientali del Parco Nazionale della Sila, coordinate da Giovanni Vizza, è stato il modo per entrare in relazione con il luogo. A guidare il pubblico dentro la storia del bosco è stato l’etnobotanico Carmine Lupia, che ha raccontato come la vicenda degli alberi sia indissolubilmente legata a quella degli uomini che qui hanno abitato e lavorato: boscaioli che per generazioni hanno ricavato da queste montagne il legname necessario alla vita quotidiana, ma anche a grandi opere architettoniche.
E proprio l’abete bianco, che cresce tra Tirivolo e il Monte Gariglione, porta con sé una storia che supera i confini della Calabria: il suo legname servì anche per la costruzione della Reggia di Caserta. Ma la sua storia non si ferma qui. L’area compresa tra Sila e Serre rappresentò, durante le ere glaciali, uno dei rifugi meridionali della specie: mentre i ghiacci avanzavano sull’Europa, qui alcune piante riuscirono a sopravvivere, per poi espandersi nuovamente verso nord nei periodi più miti. La particolare resistenza all’inquinamento ha fatto inoltre dell’abete bianco di queste montagne una risorsa per decenni nei programmi di rimboschimento realizzati in diversi Paesi europei.
Dalla storia alla scienza, senza mai perdere il filo del racconto. Giosuè Costa, docente di chimica all’Università Magna Graecia di Catanzaro, ha portato lungo il percorso la spiegazione scientifica di quella sensazione di benessere che molti sperimentano quando si trovano immersi nel verde. Al centro, lo studio condotto in laboratorio sulle molecole volatili presenti negli aghi dell’abete bianco e del pino laricio: molecole che entrano nel nostro naso, raggiungono i recettori e producono una risposta. Nelle simulazioni al computer alcune hanno mostrato la capacità di legarsi allo stesso sito recettoriale coinvolto dall’azione delle benzodiazepine, mentre gli esperimenti comportamentali condotti sui topi hanno evidenziato una risposta compatibile con un effetto ansiolitico.
Interventi che si sono alternati alla musica senza interrompere il ritmo e la magia di un’arte che qui chiede permesso alla natura per poi mescolarsi con essa in uno spettacolo unico e irripetibile. Awa Ly è comparsa dal bosco quasi come se la sua voce potente e suadente fosse già lì, prima ancora di lei. Il canto, accompagnato dal tamburo. Una presenza magnetica che non ha avuto bisogno di annunciarsi: si è fatta sentire e, in pochi minuti, ha coinvolto il pubblico in un’esperienza musicale avvolgente e unica.
La sua performance è diventata un rito collettivo, una preghiera alla Terra e alla ricchezza della diversità. L’invito era semplice e potente: radicarsi, sentire la terra sotto il corpo, riconoscersi parte di qualcosa che comprende ogni essere vivente. Anche il suono del Koshi, con le sue vibrazioni ispirate ai quattro elementi naturali, ha contribuito a creare un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo.
Ed è forse questa una delle intuizioni più belle di Opera Sila: la musica non arriva per coprire il bosco, ma per amplificarne l’ascolto.
Poi il cammino è proseguito fino alla Valle Luminosa, sul Fiume del Crocchio, primo Luogo del Belsentire inaugurato nel Parco Nazionale della Sila ed entrata a far parte della mappa dei territori con un paesaggio sonoro eccezionale e di alto valore ecologico e culturale. Qui il paesaggio si apre e diventa quasi un anfiteatro naturale. Gli alberi fanno da quinte, il fiume accompagna il silenzio e la musica può entrare senza chiedere permesso.
È in questo spazio che Nico Arezzo, con il suo fare delicato e gentile, ha imbracciato la chitarra per cantare una toccante, a tratti malinconica, storia di Sud e di emigrazione. La storia di un ragazzo che cresce, guarda la propria terra e, a un certo punto, capisce che deve andare via. Parte, come tanti, e nel tempo si accorge che, quasi inspiegabilmente, la sua terra resta sempre la stessa mentre lui si ammala per rincorrere il mondo. Un live caldo, libero, essenziale, nel quale è stato difficile non apprezzare la sua penna intimistica.
Ad entusiasmare il pubblico anche l’imboscata artistica tra le baracche dagli iconici tetti rossi del Villaggio Grechi, dove il trio Antonio Pascuzzo, Nico Arezzo e Awa Ly ha intonato le canzoni di Pino Daniele, riportando tutti indietro nel tempo.
Infine, tutti insieme, radunati e seduti sull’erba davanti alla chiesetta di Villaggio Grechi, per ascoltare Motta, una delle voci più intense della scena indie italiana, che ha regalato al pubblico un incontro ravvicinato con la musica, proponendo diverse canzoni del suo repertorio come “La fine dei vent’anni”, “Vivere o morire”, “Sei bella davvero”, “La nostra ultima canzone” e “La musica è finita”, passando dalla chitarra alla tastiera, da solo, senza la mediazione della band.
Il punto di non ritorno è stata l’esecuzione di “Ed è quasi come essere felice”, che lui definisce la sua “Vaffanculo” di Masini, lasciando emergere con maggiore nitidezza quel mondo fatto di interrogativi, inquietudini e pensieri aperti che attraversa la sua scrittura. E con la platea, composta per lo più da giovanissimi, è nato un dialogo spontaneo, quasi una conversazione a tu per tu, capace di creare una relazione nuova e inattesa con la sua musica.
Così Opera Sila ha regalato un’altra occasione per ricordarci che la bellezza della natura non ha bisogno di effetti speciali per essere apprezzata. L’arte può accompagnarla. La musica può amplificarla. La scienza può aiutarci a comprenderla. Ma nessuna di queste deve coprirla.
E che questa formula stia generando un interesse che va oltre il pubblico calabrese lo raccontano anche gli operatori dell’accoglienza. Le strutture ricettive del territorio, coinvolte anche grazie al progetto “Do ut Jazz”, sostenuto dalla Camera di Commercio di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, stanno registrando numerose prenotazioni legate agli appuntamenti del festival, in un periodo dell’anno che tradizionalmente non è mai stato caratterizzato da grandi numeri. Un segnale concreto di come una proposta culturale possa diventare anche occasione di scoperta del territorio e generare movimento per l’economia locale.
Opera Sila è un festival gratuito ideato da Vivodimusica con la direzione artistica di Antonio Pascuzzo, che intreccia musica, natura, divulgazione scientifica e racconto del territorio nella Sila Piccola. L’iniziativa prosegue con gli appuntamenti di sabato 19 settembre con Simone Cristicchi, Amara, Coro Opera Sila e Ensemble Vocale Luminae diretto dal M° Giovanna Massara e domenica 20 settembre con Simona Sciacca, Alessandro Chimienti e Rocco Papaleo. Il programma verrà modulato compatibilmente con l’evoluzione delle condizioni meteo, monitorate costantemente da Francesco Benevento della Stazione Meteorologica di Sant’Elia, sempre con la priorità della sicurezza dei partecipanti. La giornata di sabato 12 settembre, rinviata per le condizioni meteorologiche, è stata riprogrammata per sabato 27 settembre con Raiz & Solis String Quartet.
Il progetto è realizzato con il sostegno della Regione Calabria – Fondi POC 2014/2020 Azione 6.8.3 – Settore 2 del Dipartimento Turismo, Cultura e Marketing Territoriale, nell’ambito degli interventi “Calabria Straordinaria” – Avviso Pubblico “Eventi Straordinari: la Calabria che incanta”. L’iniziativa ha ottenuto inoltre il sostegno economico e logistico di DNA Logistica e Paradiso Auto.
Partner istituzionali: Comune di Taverna, Parco Nazionale della Sila e Reparto Carabinieri Biodiversità di Catanzaro. Alla buona riuscita dell’iniziativa hanno contribuito una rete di volontari, associazioni e realtà del territorio, tra cui Valle dell’Alli, Protezione Civile Angeli della Sila e Protezione Civile Comune di Zagarise, e i ristoratori che hanno accolto artisti e staff: La Terrazza di Carmine Angotti, Spineto Sapori di Quinto Perri e Azienda Agricola La Podolica di Serra D’Amboli di Carmelo Vavalà.
