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ÉDOUARD DES PLACES S.J E “LA PREGHIERA NELLA GRECIA ANTICA”

Preghiera al dio sconosciuto

«Noch einmal, eh ich weiterziehe/ Und meine Blicke vorwärts sende,/ Heb’ ich vereinsamt meine Hände/ Zu dir empor, zu dem ich fliehe,/ Dem ich in tiefster Herzenstiefe/ Altäre feierlich geweiht,/ Daß allezeit/ Mich deine Stimme wieder riefe.// Darauf erglüht tiefeingeschrieben/ Das Wort: dem unbekannten Gotte./ Sein bin ich, ob ich in der Frevler Rotte/ Auch bis zur Stunde bin geblieben:/ Sein bin ich – und ich fühl’ die Schlingen,/ Die mich im Kampf darniederziehn/ Und, mag ich fliehn,/ Mich doch zu seinem Dienste zwingen.// Ich will dich kennen, Unbekannter,/ Du tief in meine Seele Greifender,/ Mein Leben wie ein Sturm Durchschweifender,/ Du Unfaßbarer, mir Verwandter!/ Ich will dich kennen, selbst dir dienen.» (Prima di proseguire il mio cammino/ e di guardare avanti,/ alzo ancora una volta, solitario, le mie mani/ verso di Te, a cui mi stringo,/ a cui nel profondo del cuore/ ho consacrato solenni altari,/ perché in ogni tempo/ la tua voce torni a chiamarmi ancora una volta.// Profondamente incisa vi brilla/ la Parola: Al Dio sconosciuto./ Io sono suo, pure se faccia parte della banda dei malvagi/ per tutta la durata del mio soggiorno:/ sono suo, e sento i lacci che nella lotta mi abbattono,/ e se voglio fuggire/ mi costringono alla fine a stare al suo servizio.// Voglio conoscerti, Sconosciuto,/ tu che affondi nella mia anima/, che scuoti la mia vita come una tormenta,/ incomprensibile, mio simile!/ Voglio conoscerti, servirti io stesso!) – scriveva a 20 anni Friedrich Nietzsche.

John E. Steinbeck

Circa settant’anni dopo, John E. Steinbeck, non una poesia, bensì un romanzo intitolava “To a God Unknown” (1933); in esso, come nel precedente “The Pastures of Heaven” (I pascoli del cielo), narra vicende che portano alla rovina una famiglia di contadini, trasferitisi in California nella speranza di trovare terre migliori, mentre scoprono presto il rigore della siccità. In una personale concezione mistica della fertilità, il capofamiglia decide di compiere l’estremo sacrificio di se stesso, irrigando l’aridità del suolo col proprio sangue, allo scopo d’invocare la pioggia che, a quel punto, non si fa attendere.

Tredici anni dopo, “A un Dio sconosciuto” apparve in italiano, tradotto da Eugenio Montale, rafforzando la convinzione che solo pochi sono veramente consapevoli che nessuno può davvero “conoscere” Dio, destinato a restare per tutti ignoto. Eppure la maggior parte dei credenti è convinta di trovarsi dalla parte della vera fede e della ragione, allorquando afferma d’aver trovato l’unica verità esistente.

Saulo di Tarso ad Atene

Se, nel caso dello scrittore di Salinas, la citazione del titolo rimanda quasi sicuramente agli Atti degli Apostoli, là dove Saulo ad Atene inizia la sua orazione nell’Areopago per convertire i greci, dicendo appunto: “Ho trovato un’ara con l’iscrizione ‘al Dio sconosciuto’. Colui che voi adorate senza conoscere, io ve l’annunzio.” (Atti 17, 23), per il solitario di Röcken, si potrebbe supporre un più dotto rimando all’antichissima iscrizione su un’ara (Ara Dei Ignoti) del Colle Palatino, scoperta nel 1820. “SEI•DEO•SEI•DEIVAE•SAC/ G•SEXTIVS•C•F•CALVINVS PR/ DE•SENATI•SENTENTIA/RESTITVIT.” (Sia sacro a un dio o a una dea, Gaio Sextius Calvino, figlio di Gaio, pretore, su voto del senato restaurò”.

Ara Calvini

Si trattava della cosiddetta Ara Calvini, perché costruita, o meglio restaurata, dal pretore Caius Sextius Calvinus, che dalla grafia delle lettere, all’incirca, si può far risalire al I sec. a. C., epoca repubblicana, e quindi voluta dal Senato. In travertino, piuttosto piccola, di forma arcaica, venne ritrovata in un angolo a occidente del Palatino, in prossimità dell’attuale chiesa di Santa Anastasia.

De Divinatione

Nel “De Divinatione” (I, 101), Marco Tullio Cicerone annotava: “Non molto prima che la città fosse presa dai Galli, si udì una voce proveniente dal bosco sacro a Vesta, che dai piedi del Palatino scende verso la Via Nuova: la voce ammoniva che si ricostruissero le mura e le porte; se non si provvedeva, Roma sarebbe stata presa dai nemici. Di questo ammonimento, che fu trascurato allora, quando si era in tempo a evitare il danno, fu fatta espiazione dopo quella terribile disfatta: dirimpetto a quel luogo, fu consacrato ad Aio Loquente un altare, che tuttora vediamo protetto da un recinto.”.

Aius locutius

Nonostante il nome della divinità (che poteva anche essere Vesta) non fosse dichiaratamente espresso, sulla base degli appunti ciceroniani, alcuni avrebbero ricollegato il piccolo altare dell’angolo occidentale del Palatino, a una misconosciuta entità della mitologia romana, Aius locutius o Aius Loquens (Aio Locutio, Aio Locuzio o Aio Loquente), il cui appellativo avrebbe esplicitamente rimandato a quell’avvertimento misterioso (da “nunzio parlante”, appunto), che avvisò, nel 390 a. C., i cittadini dell’Urbe dell’imminente invasione dei Galli.

Furio Camillo

Secondo la leggenda, l’eroico Furio Camillo, dopo aver brillantemente risolto la drammatica situazione bellica, dissuase dal migrare a Veio quei Romani, scoraggiati dalla devastazione provocata dai nemici e dal terrore che potesse ripetersi (Metus Gallicus), convincendoli piuttosto a impegnarsi nella ricostruzione dell’Urbe: “Abbiamo ordinato di costruire un tempio in onore di Aio Locuzio per la voce udita nella Via Nuova e proveniente dal cielo. La voce fu udita da Marcus Cecidio“. E, a conferma, Tito Livio (Ab Urbe condita V, 32): «Venne anche ricordata la necessità di espiare il prodigio di quella voce notturna che si era sentita annunciare la disfatta prima della guerra coi Galli ma che non era stata presa in considerazione, e fu ordinata l’edificazione di un tempio dedicato ad Aio Locuzio sulla Via Nuova.».

Genius loci

Nonostante avesse ricevuto una denominazione approssimativa, Aio Locutio restava, chiunque fosse, un Dio da tenere buono, poiché non solo non ostile, ma amico, e, se aveva aiutato una volta, avrebbe potuto farlo ancora, e di più, avendo un tempio pubblico e un’ara, a spese dello stato, e toccandogli le offerte e i riti annuali destinati a ogni  culto pubblico riconosciuto dal Senato, cui ovviamente spettava la decisione di ufficializzarlo o meno.

Un problema di genere

Ad Aio Locutio s’addice pertanto d’essere un Dio Ignoto, in quanto Genius loci di un determinato luogo, la via Nuova, dove s’è fatto sentire per avvertire del pericolo.

In quanto Genius loci era più che appropriata la formula “che tu sia un Dio o una Dea“, usata per tutti gli ignoti protettori di determinate località, appartenenti a una devozione molto arcaica, ma mai trascurata; infatti, non conoscendo con esattezza le cause di molte manifestazioni naturali, come i terremoti, per esempio, nel dubbio su quale potesse esserne la causa e la divinità alla quale offrire sacrifici per evitare quelle manifestazioni, s’offrivano genericamente sacrifici “A un Dio o a una Dea“, il cui rituale non comprendeva alcun nome preciso.

Questa consuetudine cerimoniale era comune anche altrove, se si tiene conto di quell’inno vedico (il 121° del Mandala X), in cui, per ben nove volte, ci si interroga: a quale dio si dovranno offrire sacrifici?

Dieci anni dopo quel suo celebre commento alla discesa agli Inferi di Enea (Vergils Aeneis VI, 1903), il filologo tedesco Eduard Norden pubblicò “Agnostos theos. Untersuchungen zur Formengeschichte religiöser Rede” (1913), in cui esponeva la teoria in base alla quale era consuetudine degli antichi greci riconoscere nel loro pantheon una divinità “straniera”. Per cui, oltre ai dodici dei principali e alle innumerevoli divinità minori, gli antichi greci adoravano pure una “precipua” divinità indicata quale “Agnostos Theos“, cioè “Dio sconosciuto”, e da  Norden chiamata anche “non ellenica”. Ad Atene c’era un tempio specificamente dedicato a questo dio menzionato molto spesso nelle formule di giuramento attiche: “in nome del Dio sconosciuto” (Νὴ τὸν Ἄγνωστον, Ne ton Agnoston).

Un dio da non nominare

Il possibile equivoco sollevato in Atti 17: 23 deriverebbe, allora, dal fatto che il Dio ebraico, non potendo essere nominato, l’uditorio dell’Areopago avrebbe potuto scambiarlo proprio per quel “dio sconosciuto” per eccellenza.

Un dio nuovo

Come pure gli ascoltatori del discorso paolino avrebbero potuto interpretare questa introduzione o presentazione, sostanzialmente però una vera e propria “intrusione”, d’un “nuovo” dio da certe allusioni all’Eschilo de “Le Eumenidi”; – anche se l’allusione non sarebbe stata colta da chi sapeva bene che “Eumenidi” non erano affatto “nuove” divinità, bensì delle Furie sotto un’altra veste categoriale, e poi abbastanza numerose.

Anche il Dio cristiano non era per niente “nuovo”, ma piuttosto il dio che i Greci già adoravano come “sconosciuto”. Il pubblico ellenico avrebbe persino riconosciuto delle citazioni nel versetto 28 (“Perché in lui noi viviamo, ci muoviamo e siamo“. Come hanno detto alcuni dei vostri poeti: “Poiché anche noi siamo la sua progenie“), quali voluti richiami ad Arato ed Epimenide.

Un dio anonimo

Strabone ( III, 4, 16) ricordava come  i Celtiberi festeggiassero espressamente un dio “anonimo” (άνωνύμω). E per il timore di trascurarne qualcuno, a Taso nel IV sec. a. C., celebravano una “festa di tutti gli dei”, come oggi “Allhallow’s-even”, ‘Vigilia d’Ognissanti’.

Nell’Agamennone (160-2), Eschilo aveva risolto brillantemente questo dilemma: “Ζεύς, ὅστις ποτ’ ἐστίν, εἰ τόδ’ αὐτῷ φίλον κεκλημένῳ, τοῦτό νιν προσεννέπω” (Zeus?… quale che sia il suo nome, se questo gli è gradito, è con questo che lo invoco).

La questione del nome

Il nome del Dio romano e/o Genius loci lo si sarebbe potuto far derivare sia da Caius, trascritto come Aius, oppure da Alius, “l’altro”, nel qual caso il significato sarebbe stato completamente diverso. Nel primo: “un certo Caio (Tizio o Sempronio, insomma “qualcuno”, cioè) ha parlato“; nel secondo caso sarebbe “l’altro” (diverso da chi, o contrario a chi?) ad aver parlato, visto che Locutius vale sempre per “parlatore”, ed eloquente.

Una voce inascoltata

Del resto, non avendo raffigurazioni, né statue, ma solo un tempio assai poco suggestivo, si poteva validamente attribuire anche un’ara a una semplice “voce”, sia pur divina, rimasta inascoltata, in quanto, soltanto dopo gli accadimenti i Romani si resero conto del valore dell’aiuto rappresentato da quell’avvertimento, di primo acchito misterioso, di Aio Locuzio. Il tempio e l’ara non furono tuttavia sufficienti a rendere per il futuro il dio né più eloquente né tantomeno ciarliero, anzi, da quel momento divenne addirittura muto.  

Une théorie des mythes archaïques?

L’espressione di “voce inascoltata” è stata recentemente (2002) ripresa dall’antropologo René Girard, in “La voix méconnue du réel: Une théorie des mythes archaïques et modernes”, per indicare quell’interrogante apertura al mondo che darebbe accesso alle sue ineffabili quanto arcane regolamentazioni, in contrasto con la soffocante copertura  del coro unanime d’un pensiero omologato e omologante, che obbedisce, oggi, a mode tiranniche e logiche irrazionali, e, ieri, a quelle miscredenti, o antitradizionali.

Quale Caius Sextius Calvinus?

Il pretore Caio Sesto Calvino, console nel 124 a. C., potrebbe essersi limitato a restaurare un altare più antico, e di molto antecedente, di cui era andata irrimediabilmente perduta l’originale dedicazione, nell’unanime smemoratezza dei cittadini dell’Urbe. Per questo, quindi, il nome era rimasto inespresso, assieme allo stesso sesso d’una divinità, a cui i dedicanti non potevano che rivolgersi nei termini più generici e vaghi, per non incorrere in eventuali madornali e irreparabili errori di procedura cerimoniale.

Il fondatore della prima colonia romana in Gallia Transalpina (Aquae Sextiae, oggi Aix-en-Provence), che aveva ottenuto un trionfo per le sue vittorie su Salluvi, Liguri e Galli, potrebbe esser stato soltanto l’elargitore dell’iscrizione, mentre l’ara sarebbe stata istituita magari dal di lui figlio omonimo, Sesto Calvino junior, più di trent’anni dopo (nel 92 a. C.).

Marspiter e il figlio Remo?

Su d’una colonna emersa dal medesimo sito dell’Ara Calvini si legge l’iscrizione dedicatoria “Marspiter“, un’espressione arcaica equivalente a “Padre Marte”. Su di un’altra: “Remureine“, da alcuni interpretata come “In memoria di Remo”. Di conseguenza, la terza, “anabestas“, potrebbe essere riferita forse a una “scalata” (greca: anabasi, ἀνάβασις, dal verbo ἀνάβαινω), da ricollegare quindi all’affronto perpetrato dal gemello al fondatore di Roma, mediante lo scavalcamento delle mura primitive?

Ferter Resius

L’iscrizione più lunga recita: “Ferter Resius/ rex Aequeicolus/ is preimus/ ius fetiale paravit/ inde p(opulus) R(omanus) discipleinam excepit” (Ferter Resius,/ re degli Aquicoli,/ per primo/ introdusse lo ius fetiale,/ da cui il popolo romano/ apprese questa disciplina).

Aequeicoli

L’istituzione dei feziali, Tito Livio l’attribuisce ad Anco Marzio, spiegandone la provenienza dagli Aequeicoli, Aequicoli, Aequi (Αἴκοι o Αἴκουοι), o Equicolani (posteriormente denominati in parte Cicoli, dagli originari Sicoli, Siculi, o Sicani), appartenenti al più antico ceppo italico osco-sannitico, che in alleanza con Umbri, Sabelli ed Etruschi, dovette affrontare una prima impresa d’indipendenza dai Pelasgi invasori. Nell’Eneide, si racconta di come queste schiere italiche, intorno al 1184 a. C., sotto la direzione e il comando del valoroso capitano equo Ufente, nonché di Messapo e Marenzo, provetti condottieri etruschi, dovettero tenere testa all’eroe troiano.

Ius fetiale

Accanto allo ius gentium, tra gli iura sacra, era annoverato lo ius fetiale, quale insieme di regole e regolamenti in base ai quali dovevano venire stipulati i trattati (foedera, singolare: foedus), i cui sorveglianti e interpreti erano detti pertanto fetiales.

Nel primo libro di “Ab Urbe condita”, Tito Livio narra dell’adozione da parte di Anco Marzio d’una formula di richiesta di risarcimento danni alle altre popolazioni, in particolare i Latini, in uso ad Alba Longa (I, 24). Anche se un primo trattato, ricordato sempre da Livio, sarebbe stato stipulato proprio con gli Albani, poco prima della sfida tra Orazi e Curiazi, sotto il predecessore Tullo Ostilio.

Marco Valerio e Tullo Ostilio

«Fetialis regem Tullum ita rogavit: “Iubesne me, rex, cum patre patrato populi Albani foedus ferire?” Iubente rege, “Sagmina” inquit “te, rex, posco.” Rex ait: “Pura tollito.” Fetialis ex arce graminis herbam puram attulit. Postea regem ita rogavit: “Rex, facisne me tu regium nuntium populi Romani Quiritium, uasa comitesque meos?” Rex respondit: “Quod sine fraude mea populique Romani Quiritium fiat, facio.” Fetialis erat M. Valerius; is patrem patratum Sp. Fusium fecit, verbena caput capillosque tangens…» (Così il Feziale interrogò il re Tullo: “Ordini a me, o re, con il Pater patratus del popolo Albano di stringere un patto?”. Quando il re stava per dare l’ordine, aggiunse: “Verbena a te, o re, richiedo”. Il Re ordina: “Raccogli l’erba sacra“. Il feziale sulla cittadella l’erba pura andò a raccogliere. Quindi al re rivolse la domanda: “O Re, mi nomini plenipotenziario reale del popolo romano dei Quiriti, estendendo ciò ai miei compagni?”. Il re risponde: “Purché non debba danneggiare né me né il popolo romano dei Quiriti, lo concedo.” Il feziale era Marco Valerio; nominò Pater patratus Spurio Fusio col sacro ramoscello di verbena toccandogli la testa e i capelli… – Ab Urbe condita I, 24).

Pater patratus e Verbenarius

Il numero dei Feziali era fissato a 20, con a capo un “Pater patratus (da patrare, giurare) Populi Romani ”, in qualità di oratore ufficiale del Collegium, e dunque con l’esplicito incarico delle ambascerie. L’altra figura di spicco era il Verbenarius, sempre a fianco del Pater patratus, recante con sé della verbena (“sagmina”), colta, come da tradizione, all’arce capitolina per simboleggiare, con questa “herba pura”, il sacro suolo romano.

Fetiales

Feziali (Fetiales), o Feciali (Feciales), erano, allora, sacerdoti dal compito molto simile a quello degli araldi di guerra, venendo destinati generalmente a dichiarare ufficialmente aperto il conflitto e a presiedere ai successivi trattati di pace. In caso d’offesa alla Repubblica, il feciale si recava presso il popolo che s’era macchiato di tale onta, richiedendo adeguata riparazione entro i 33 giorni prestabiliti, trascorsi i quali, la pace veniva interrotta; il feciale tornava  sul suolo, ormai divenuto nemico, e, procedendo alle opportune cerimonie religiose appositamente prescritte dalla tradizione, vi scagliava contro una lancia.

“Sanguineam praeustam”

«Fieri solitum ut fetialis hastam ferratam aut sanguineam praeustam ad fines eorum ferret …» (L’uso era che il feziale portasse al confine di quelli [i nemici] un’asta con un puntale di ferro, o di sanguinosa predestinazione. – Livio, Ab Urbe condita, I: 33).

La formula di dichiarazione di guerra dei Feziali viene menzionata pure da Aulo Gellio, nelle sue “Notti Attiche” (XVI, 4), senza arricchirla di ulteriori dettagli: “Quo ritu quibusque verbis fetialis populi Romani bellum indicere solitus sit his quibus populus bellum fieri iusserat” (Con quale rito e quali parole il feziale del popolo romano la guerra sia solito dichiarare a coloro contro i quali il suo popolo avesse deciso di muoverla).

Lemuria e Indigetes?

Non riuscendo a ben interpretare né quel “Remureine” (che potrebbe richiamare quelle feste istituite da Romolo allo scopo di placare i mani dell’ucciso, e da Remo: Remuria e poi Lemuria o Lemuralia), e neppure “Anabestas” (più che una specifica divinità arcaica, un gruppo di loro, come nel caso di Indiges, con cui s’identifica Enea, secondo l’appellativo datogli dal figlio Ascanio, e al plurale, Indigetes, una “categoria” primordiale, contrapposta ai Novensides, o Novensiles), resta credibilmente inserita nel contesto che riguarda “Ferter Resius” la sola iscrizione a “Marte Padre” (Marspiter), compatibile con la guerra e di conseguenza con i feziali, anche se questi ultimi facevano di solito riferimento al tempio di Bellona, la Dea al conflitto “bellico” esplicitamente preposta.

Veiove e Lapis Niger 

Restano comunque  inconciliabili le epoche relative a reperti troppo distanti tra loro nel tempo: l’Ara Calvini è di epoca repubblicana, le colonne sembrano appartenere all’età giulio-claudia. Per cui bisognerebbe forse concludere per un cerimoniale, nient’affatto inusuale, di seppellimento di cose sacre, tenendo in considerazione il tempietto dell’arcaico e oscuro Veiove, o il Lapis Niger profanato dai Galli nel 390 a. C.,  e ove si leggeva la maledizione: “SAKROS ESED” (in latino classico: Sacer sit). Dei e simboli, seppure dimenticati, e sia pure soltanto  per scaramanzia, non venivano mai distrutti, semmai deposti devotamente in un sito dalla loro numinosità sacralizzato, ed essendo divenuto intoccabile, ritenuto pertanto non violabile dai mortali.

Dove ha potuto trovare l’Apostolo delle genti un altare simile a quello che dichiara d’aver visto in Atti 17: 23, se quelli descritti dal “periegeta” Pausania, a Olimpia (V 14, 8) e a Falero (I, 1, 4), riportavano l’iscrizione al plurale: agnòston theòn (άγνώστων θεών, dei sconosciuti)?

Non bisogna stupirsi – scrive San Girolamo – se Paolo occasionalmente usa a suo modo versi di poeti pagani, poiché egli ha modificato l’iscrizione di un altare rivolgendosi agli Ateniesi. L‘iscrizione riportava: ‘Agli dei dell’Asia, dell’Europa, dell’Africa, agli dei sconosciuti e stranieri’. E poiché Paolo non aveva bisogno di parecchi dei ignoti, ma di uno solo, ha adoperato il singolare…”.

Un dio inconoscibile

Rifacendosi allo storico delle religioni André-Jean Festugière (Révélation, IV, Le Dieu inconnu, pag. IX), il filologo classico Édouard des Places, in “La preghiera nella Grecia antica” (Aseq, Roma 2021), non considera più tanto percorribile la tesi dell’origine orientale dell’espressione “Theos Agnostos” (Θεός  Ἄγνωστος), riconducendola piuttosto alle tradizioni platoniche e pitagoriche, quasi si trattasse d’una specie di monoteismo primitivo relativo a un dio “inconoscibile”, così come “non responsabile” (anaìtios, άναίτιος, né necessario?).

Trascendenza e ineffabilità

Per Édouard des Places, l’inconoscibilità non è solamente un castigo per gli increduli, ma persino una caratteristica della trascendenza divina come traspare dal pensiero parmenideo (141 a) e dalla VII lettera di Platone (341 c-d).

Tra le sei modalità della mancata intellegibilità, tre corrispondono a dei mezzi: analogia, negazione ed estasi, già distinti da esponenti del platonismo medio, come Albino, ripreso poi da Plotino, e tutti e tre, tali mezzi, convergono verso l’ineffabilità. “Scoprire l’autore e il padre di questo universo – si legge nel Timeo (28 c 3-5) – è una grande impresa, e quando lo si è scoperto è impossibile divulgarlo a tutti”.

Se a qualcuno il discorso di San Paolo all’Areopago poteva apparire ellenistico, e nella forma e nella sostanza, e ad altri ispirato allo stoicismo, più recentemente si è riconosciuto invece più opportuno inquadrarlo in un qualche generico “semitismo”, influenzato però, da idee filosofiche greche. 

Giuseppe M. S. Ierace

 

 des Places É. La preghiera nella Grecia antica, Aseq, Roma 2021

Festugière A. M. J. Le Dieu inconnu et la Gnose, Lecoffre-Gabalda, Paris 1954

Girard R. La voix méconnue du réel. Une théorie des mythes archaïques et modernes, Grasset, Paris 2002

Ierace G. M. S. Preghiera nei Misteri, Misteri nella Preghiera, di prossima pubblicazione

Norden E. Agnostos theos. Untersuchungen zur Formengeschichte religiöser Rede,  Teubner, Leipzig- Berlin 1913

 

 

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