Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
“La vita va avanti”. È questa la lapidaria frase pronunciata dal Presidente del Brasile, il populista Jair Bolsonaro, nel commentare la crisi sanitaria, ormai irreversibile, che il Paese sta attraversando. Secondo solo agli Stati Uniti per numero di decessi, attestatisi intorno alle centomila unità; un numero impressionante di contagi giornalieri ha stretto il Brasile nella morsa dell’epidemia, perdurante in un’unica ondata, deflagrante perché colpevolmente incontrollata, sempre minimizzata, fin dal principio, quale “banale influenza”.
Tutto ciò sebbene lo stesso Bolsonaro, esattamente il mese scorso, abbia contratto il virus, annunciando la propria positività in una conferenza stampa organizzata all’Alvorada di Brasilia, al cui termine, si è tolto la mascherina.
Tornato negativo il 25 luglio dopo tre tamponi effettuati, ha affermato di aver “la muffa nei polmoni” a causa della quarantena obbligatoria, che gli ha pregiudicato gli incontri con gli adulanti bagni di folla ma che non l’ha affatto dissuaso dal fare un giro in moto per la residenza, conversando amabilmente con gli impiegati della stessa, rigorosamente senza alcun distanziamento né mascherina, come documentato dall’agenzia di stampa Reuters.
La chiusura coattiva nel palazzo presidenziale gli ha conferito anche l’opportunità di corroborare la propria convinzione sui presunti benefici, non comprovati da alcuna evidenza scientifica, dell’idrossiclorochina, sul cui utilizzo egli si è affiancato al sodale e affine ideologico Trump.
Una convinzione tanto radicata che il Ministero della Salute, retto ad interim dal generale dell’esercito Eduardo Pazuello, il terzo a subentrare dopo Luiz Henrique Mandetta e Nelson Teich (il primo sollevato dall’incarico per divergenze sulla gestione emergenziale col Presidente, o forse per “ingiustificata competenza”; il secondo dimissionario a meno di un mese dal suo insediamento, in quanto scettico nei confronti della suddetta idrossiclorichina), ha deciso di raccomandarne in massa la somministrazione, avviando una campagna di produzione di oltre due milioni di dosi. Titolare del ministero che ha associato il Covid all’Hiv, auspicando nella prosecuzione della “pacifica” convivenza finora vigente.
Il farmaco è un chiodo così fisso del leader dell’estrema destra che ha legittimato anche sospetti, avanzati in primis dall’ex Presidente Luiz Ignacio Lula da Silva, circa “una presunta invenzione sulla positività funzionale unicamente alla promozione pubblicitaria del prodotto farmaceutico”.
I poteri taumaturgici non hanno schermato Bolsonaro dalle accuse e dagli attacchi dell’opposizione e dell’opinione pubblica, che non hanno intenzione di attenuarsi.
Neanche in sella al cavallo, egli è riuscito a rifuggire dagli imbarazzi e dalle ben più gravi delazioni che tutti, fuorché i suoi fervidi sostenitori, gli hanno mosso.
Come quella di genocidio e crimini contro l’umanità durante l’emergenza Covid, depositata dalla coalizione sindacale capeggiata da Uni Saúde, sindacato medico che fa parte della Uni Global Union, rappresentante di quasi un milione di medici, infermieri e operatori sanitari di 18 stati del Brasile, alla Corte penale internazionale (Cpi). Denuncia che segue quella dell’Associazione brasiliana giuristi per la democrazia (Abjd), accomunata dalla medesima motivazione.
Sul fronte interno però il Presidente del Parlamento, Rodrigo Maia, della coalizione di centrodestra, ha escluso l’applicazione dell’impeachment, “non configurandosi crimini specifici imputabili al Presidente.”
Altro scalpore desta un dossier del Ministero della Giustizia, contenente una lista di quasi 600 funzionari federali, avversi alle politiche dell’esecutivo. Oppositori classificati dall’intelligence del Dipartimento di operazioni integrate del ministero (Seopi) come “integranti del movimento antifa”. Tra di essi figurano funzionari di pubblica sicurezza, militari dell’Agenzia di intelligence brasiliana (Abin), professori universitari, tra cui un attuale funzionario dell’Onu.
I servizi di intelligence sono stati potenziati con la creazione del Centro di intelligence nazionale (Cin), volto ad “aumentare l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa, garantendo condizioni più favorevoli per lo sviluppo stesso dell’Abin”, secondo il ministro dell’Ufficio di sicurezza istituzionale (Gsi), il generale Augusto Heleno, al quale l’Abin è direttamente subordinata.
La scoperta di tale faldone concernente “marginali, terroristi che vogliono distruggere il Brasile”, come affermato dallo stesso Bolsonaro, ha quanto mai rimandato la memoria dell’opinione pubblica al disciolto Servizio nazionale di informazioni (Sni), attivo durante il regime dei Gorillas, responsabile delle indagini sui dissidenti politici interni (cfr. Il Fatto quotidiano).
Infine, una rogna non da poco coinvolge la progenie del capitano.
Carlos è accusato di aver edificato una macchina propagandistica imponente, collettore di notizie false.
Il fratello Flavio è invece indagato, insieme ad altre 94 persone, per una presunta appropriazione di fondi pubblici a spese dell’Assemblea legislativa di Rio de Janeiro (Alerj), che avrebbe poi riciclato in transazioni immobiliari atipiche, in un periodo che intercorre tra il 2007 e il 2018.
Gli investigatori ritengono che una parte dei soldi sottratti, utilizzati per pagare fittiziamente due collaboratori, siano transitati dalle mani dell’attuale parlamentare, per poi confluire in quelle del suo braccio destro Fabrício Queiroz, (arrestato su ordine delle Procure di Rio e San Paulo) fino a due ex ufficiali della Polizia militare passati nelle file di gruppi paramilitari, facenti parte del cosiddetto “Ufficio del crimine”, operante nelle favelas e sospettato di essere coinvolto nell’omicidio della consigliera municipale e attivista, Marielle Franco.
L’ex consigliere si è difeso, dichiarando che: “La verità prevarrà! Un’altra pedina è stata spostata sulla scacchiera per attaccare Bolsonaro. In sedici anni come consigliere a Rio non c’è stata mai una virgola contro di me. Ma è bastato eleggere il presidente Bolsonaro per cambiare tutto. È un gioco sporco”.
In casa Bolsonaro il bandolo della matassa è difficile, se non impossibile da sbrogliare e gridare alla macchinazione pare inane.
Jair è ai minimi del consenso, ma continua a mostrarsi spavaldo e sfrontato. A chi lo taccia di dispotismo egli asserisce affermando che “dittatori sono quelli che hanno scelto il lockdown contro il Covid, incrementando il tasso di disoccupazione”, come riportato dal Globalist.
I familiari delle vittime non sono dello stesso avviso. Si continua a scavare, accatastando le bare, in fosse comuni, senza fine.
Ma la vita va avanti. La vita di un leader, un politico che non ha saputo gestire un’emergenza che si è tramutata in un dramma epocale.
E insieme ad essa muore un Paese, una nazione, una comunità intera.
Si scongiuri, pertanto, il replicarsi di altri esperimenti, proclamazioni di “Bolsonari”, negazionisti e estremisti, presenti anche in casa nostra, forse più pittoreschi, che ai cavalli prediligono gli “amici gattini”, “capitani” che mangiano arrosticini oggi, invocando i pieni poteri ieri.
È un auspicio, un appello. Non siate, non siamo masochisti.
