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NON QUESTA VOLTA DI KATIA COLICA, NELLA STRISCIA DEL NON AMORE

Non questa volta: nella striscia del non amore

Che ne è di chi non è capace di scegliere? Di chi, prima, da bambino, poi, da giovane adulto, è rimasto tutte le notti, senza una mano amorevole che stendesse sulle sue paure, una coperta, riparo dai demoni?

Cosa succede a chi preferisce l’obliqua ombra dei margini del mondo, il sedile più remoto sul traghetto, un adattamento crescente all’invisibilità?

Sono questi i temi in cui si immerge Katia Colica, come dovrebbe fare ogni adulto quando si parla con i bambini, flettendosi e guardandoli alla loro altezza. Nel suo romanzo Non questa volta, l’autrice sfoglia con delicatezza e pudore l’antieroismo del protagonista Never, un delinquente per caso, un’anima rotta, incastrata tra le maglie di un quotidiano ostile. La domanda che accompagna una narrazione agile che si muove come un metronomo, tra flash back e presente, sembra essere: chi guarda davvero coloro che si trovano nel mezzo, nella striscia del non amore, nello stretto asfissiante della mancanza di senso?
Uno Stretto che è anche metafora morfologica e geografica, il vanto/‘ngiuria di una città che Katia Colica descrive con il lucido realismo di una pietas anti retorica. In una società che non è più o non è mai stata comunità e dove tutto sembra celebrare il rito della prestazione individuale, cosa resta a chi rimane indietro, se non l’autoannientamento, come accade a Bee Gees, compagno di cella di Never.
E quella prigione cittadina, quelle mura che portano il nome dell’apostolo più amato e più suscettibile a tradire, non sono forse la sintesi delle gabbie in cui noi, per primi con le nostre certezze allenate, i progetti definiti, le ansie in formato convenienza, ci chiudiamo, dimenticandoci di praticare quella che Arminio chiama cura dello sguardo?
Non questa volta è un romanzo attuale e misteriosamente antico, un richiamo secolare, ma urgente, alla richiesta di salvezza che se resta solo un bisogno individuale, anziché condiviso, è pari al miraggio della Fata Morgana.
Un mito sì, ma dell’inganno.

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