Sanremo e il talento calabrese: Fiat131 firma il successo di Serena Brancale al Festival
L’articolo è apparso oggi nella sezione Redazione-Sud Calabria de “Il Quotidiano d’Italia”, edito da Giuseppe...

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Abitava a Modena, don Pippo Curatola. Dopo aver sfruttato l’ascensore del palazzotto, oltrepassato l’uscio casalingo, percorso un piccolo tratto di corridoio, eri dentro al regno suo: lo studio. La scrivania, ampia, illuminata sempre dal sole che faceva capolino da un’ampia vetrata, custodiva, sul lato sinistro, all’angolo, qualche foto in cornice. C’erano pochi fogli, sparsi. E il Foglio, il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara: “lo compro per le recensioni librarie, e pure per leggere la rubrica quotidiana di Massimo Bordin, ch’è sagace, utile, offre spine per riflettere”.
Mi svelò, “in anteprima assoluta, figliolino caro”, sul gran monitor del computer, i “pensieri del viandante”, che avrebbe pubblicato sull’Avvenire di Calabria, il settimanale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Reggio Calabria – Bova, che dirigeva, anzi, diresse dal 1980 e per i successivi trentacinque anni.
Le ottanta primavere le aveva raggiunte da poco: fu prete dal 21 settembre 1968, rettore del Seminario Arcivescovile “Pio XI” che ospitò l’oramai dolcemente anziano Mons. Giovanni Ferro e che accolse San Giovanni Paolo II allorquando si fece pellegrino fino in riva allo Stretto, insegnante di filosofia nelle scuole, parroco, ri-fondatore, nel 2005, insieme a Carlo Parisi e a Monsignor Salvatore Nunnari, della calabra sezione dell’Unione Cattolica Stampa Italiana.
Avere a che fare con lui significava vivere un’esperienza culturalmente impegnativa e umanamente leggera: non perse mai il sorriso, pur trattando argomenti o problematiche complesse, astruse, di difficile soluzione.
T’accoglieva, in redazione, seduto ad una scrivania che custodiva una miniatura dell’Ultima Cena: “ci rammenta che anche quando si sperimenta una comunione forte, vera, bella, buona, che lega Cielo e Terra, può accader la marachella di qualcuno, che mette in subbuglio tutti e a repentaglio la serenità di qualcun altro… E quel qualcuno – chiosava don Pippo – è talmente fessacchiotto da non fidarsi del commensale che sta al centro: sarebbe bastato, basterebbe, parlar con lui, esporre dilemma e pseudo speranza, e tutto si appianerebbe, s’appiana… ma la vita è ben altro, e noi non sempre abbiamo il coraggio di chiedere aiuto…”
Sempre sul pezzo, veloce a cavalcar le nuove proposte che il progresso tecnologico regalava, don Pippo, nei suoi editoriali, lasciava sempre, nell’animo del lettore, il desiderio di capire, ma davvero, cosa stava accadendo attorno a lui, approfondendo, prendendo posizione, senza però mai lasciare che fossero gli altri a condurlo per mano. Insisteva sulla libertà di pensiero, sul farsi sempre un punto di vista. Sempre poggiando il capo sulla spalla di Gesù, mai dimenticando che fede e ragione debbono camminare mano nella mano.
Indossava la talare, e in mano stringeva sempre una corona del Santo Rosario: è come se con lo stesso legno che vide morir Cristo alla vita, per risorgere tre giorni dopo, don Pippo avesse realizzato una sorta di ligneo pennino, col quale scolpiva, su carta, parole di Speranza.
C’incrociammo, una volta, davanti a un bar, a piazza Carmine: “figliolino, non ti dico d’entrare, perché causa tutti i miei acciacchetti, non potrei pigliar nulla, e ti metterei in difficoltà. Più in là, però, c’è l’edicola: accompagnami, ti offro un paio di quotidiani. Loro fanno crescere in cultura. Ed evitiamo che a te cresca la pancetta”.
