Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

«Περίβοια, γυναικῶν εἶδος ἀρίστη,/ ὁπλοτάτη θυγάτηρ μεγαλήτορος Εὐρυμέδοντος,/ ὅς ποθ’ ὑπερθύμοισι Γιγάντεσσιν βασίλευεν»” – Odissea VII, 57-9.
Reminiscenze classiche ci parlano di Peribea, sposa di “Posídone che scuote la terra” (nella traduzione di Ettore Romagnoli) e madre di Nausitoo, padre di Alcinoo, che accolse l’eroe omerico nella Skera, o Schería (Σχερία, identificabile con l’Istmo di Catanzaro) dei Feaci, e figlia di Eurimedonte che, all’estremo Occidente, sull’isola di Thrinacia (Trinacria), regnava su una razza di giganteschi selvaggi.
“Peribèa, la piú bella fra tutte le donne,/ la piú giovane figlia del magnanimo Eurimedonte/ ch’era una volta re dei Giganti superbi, ma trasse/ a distruzion la sua gente malvagia, e fu spento egli stesso” (VII, 57-60).
Senza scomodare altri personaggi della mitologia greca, – che a quelli ha attribuito una famosa Gigantomachia (Alcioneo, Porfirione, Efialte, Eurito, Clizio, Mimante, Pallante, ecc.) – o dei racconti talmudici (Og, re di Basan, l’unico sopravvissuto al diluvio), quelli più propriamente biblici (Nephilim, Anakiti e Refaim, come il filisteo Golia), quelli menzionati da Jacopo di Varazze (Reprobus, poi divenuto Christóforos, Χριστόφορος, o portatore di Cristo) o dalla letteratura cavalleresca (compreso Briareo, uno degli Ecatonchiri, Ἑκατόγχειρες, dalle “cento mani”), c’è chi è propenso a ricollegare la tradizione popolare del “ballo dei giganti” a quel “Rinascimento meridionale” influenzato dalla cultura catalana durante il regno d’Alfonso V d’Aragona (1416-1458), a quel tempo sovrano anche di Napoli e Sicilia (Jeanine Fribourg 1980 o Jean-Marc Depluvrez 1982).
Mata e Grifone
Questa tesi potrebbe non essere confermata da quelle sembianze da “imperatori romani a cavallo” introdotte in Spagna intorno al 1652 (“Seguíanles deprisa/ En hermosos cavallos, por ser feos,/ Los gigantes, Titanes ó Thifeos”, Li seguivano velocemente/ Su cavalli bellissimi, per esser brutti,/ I giganti, Titani o Tifei – si legge a pag. 83 di “Antiguallas granadinas: las fiestas del Corpus” di Miguel Garrido Atienza, 2008) e tuttora ricordate dalla coppia messinese della festa dell’Assunta, Grifone e Mata, storicamente documentata però solo a partire dal 1723, periodo di Carlo d’Asburgo, III di Sicilia. Mentre quel decreto contro i segni distintivi dell’identità, nelle regioni periferiche del suo dominio, – per uniformarli al centralismo di tutta la corona, territori d’oltremare compresi, – che vietava giganti (e tarasca), si deve a Carlos III Sebastián de Borbón y Farnesio, nel 1759, al momento della sua ascesa al trono ispanico, dopo essere stato fino ad allora re di Sicilia.
Tratado contra los juegos públicos
Un decreto, quello di Carlo di Borbone, quasi imposto dai cambiamenti radicali avvenuti nella mentalità dell’epoca e nella sua corte illuminata. Ma era già dal secolo precedente che cominciavano a emergere opinioni contrarie a certe manifestazioni e aspetti pubblici della religiosità popolare, e tra questi ovviamente la presenza di danze e figurazioni mobili nelle processioni, come quella del Corpus Domini.
Nel suo De spectaculis (Trattato contro i giochi pubblici) del 1609, il gesuita Juan de Mariana aveva incominciato una vera e propria crociata allo scopo d’espellere le danze dall’interno delle chiese, sostenendo che questo disturbava oranti e penitenti, e ciò contro cui si oppose più energicamente era il fatto che la sarabanda venisse ballata proprio nella stessa processione del Santissimo Sacramento (“Tratado contra los juegos públicos”, en Obras, 1950 – v. II p. 433).
Riccardo Cuor di Leone
La proibizione forse avrebbe sortito un effetto di rimbalzo opposto, e tale da disperdere, differenziare e maggiormente legare ai luoghi più disparati una, molto probabilmente, “unica” (?) iniziale espressione emblematica di festeggiamento popolare. Cosicché, la leggenda sulla nascita dei Giganti messinesi venne retrodatata all’anno (1190) della presenza di Riccardo Cuor di Leone nel porto della città dello Stretto, da dove doveva muovere la Terza crociata indetta da papa Gregorio VIII per liberare il Santo Sepolcro di Gerusalemme dai musulmani.
La sorella di Riccardo, Giovanna, era rimasta da poco vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, ed era tenuta prigioniera dal nuovo monarca Tancredi, figlio naturale di Ruggero III di Puglia. Riccardo ne richiese la liberazione assieme alla restituzione dell’intera dote, occupando Messina ed erigendovi una torre di legno che fu detta (invece di Mata-Moros) Mata Grifon, dal greco γρυπός (da cui graffio e grinfie), naso adunco, con il significato di “Ammazza greci” (stranieri), intendendosi i bizantini, ancora a guardia dell’isola, capitanati dall’ammiraglio Margaritone. Tancredi preferì allora, con il re d’Inghilterra, stipulare un’alleanza contro l’imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla, zia paterna di Tancredi ed erede designata dal sovrano defunto, Guglielmo II il Buono.
La battaglia di Lepanto
Allo stesso modo, a Palmi, si ricorda l’arrivo del conte Ruggero I, che qui, nel 1061, avrebbe radunato l’armata normanna alla conquista della Sicilia, con il pretesto d’andare in aiuto all’emiro di Catania, Ibn al-Thumna, allora in lotta con il cognato, Ibn al-Ḥawwās, emiro di Kerkent o Gergent; mentre, a Tropea, si commemora la sconfitta, nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, dei pirati turchi e saraceni, a cui s’affianca la “caricatumbula” (accompagnamento di percussioni) del “camiuzzu i focu“, – analogo al “bou de foc” valenciano, o ai draghi del fuoco, inaugurati, esattamente il 2 marzo 1544, a Valladolid, in forma di Idra che sputa fiamme dal naso e dalla bocca.
I Gesanti
Anche la tradizione dei “Gesanti” di Mistretta, che accompagnano il simulacro della Madonna della Luce, risalente al XVIII secolo, si distinse nell’identificazione di “Cronos” (Saturno, ricollegato alla “falce” dell’antica denominazione sicula di Zancle) e “Mitia” e nella precipua mitologia locale relativa al rinvenimento, accanto al quadro luminoso riposto in una grotta, di ossa elefantesche e pertanto attribuibili ai possenti “custodi” della reliquia.
Nonostante la testimonianza d’un antico culto dei Giganti (si ricordino i ritrovamenti nel sito di Mont’e Prama, territorio del Sinis di Cabras) anche in Sardegna, territorio molto legato alla vicina tradizione catalana, non v’è documentato in questa, come in altre regioni d’Italia, un, altrettanto forte, radicamento del corteo processionale festivo di giganti.
L’influenza castigliana
È possibile trovare un accordo tra la maggior parte degli studiosi circa le circostanze e il momento storico in cui questa celebrazione festiva avrebbe cominciato a svolgersi in Sicilia o in Calabria?
Che il punto di partenza sia da individuare nella corona catalano-aragonese non sembra un’ipotesi del tutto percorribile, visto che almeno da quanto risulta dall’attuale documentazione, il processo di diffusione pare sia partito dal centro del ben più vasto dominio spagnolo per espandersi verso le periferie. In questo senso, è molto probabile che la presenza dei giganti nei cortei sia una manifestazione simbolica dell’invito a prostrarsi dinanzi al sovrano autorevolmente prescritto dal Salmo 71, XI: “καὶ προσκυνήσουσιν αὐτῷ πάντες οἱ βασιλεῖς πάντα τὰ ἔθνη δουλεύσουσιν αὐτῷ” – e tutti i re lo adoreranno, tutte le nazioni lo serviranno (Francis George Very: The Spanish Corpus Christi procession: A literary and folkloric study, 1962 – a p. 78).
Sia i giganti che la tarasca infatti non si limiteranno esclusivamente alle processioni del Corpus Domini, ma saranno presenti in altre celebrazioni di carattere religioso e anche civico, come le feste di ricevimento per monarchi e altri personaggi importanti e, questo sì, che è un “fatto” che avverrebbe fin dall’inizio.
Fatta eccezione per il caso del gigante di Barcellona, d’indiscutibile simbologia religiosa, poiché un Golia in lotta con Davide – “coram gigantem” – (Jacint Torrents I Buxó: Gegants y caps de llúpia. La tradició gegantera a Vic, 1999 – a p. 29), il primo altro colosso documentato della penisola si trova proprio nella zona della corona di Castiglia. Già nel 1493 i giganti partecipavano ai festeggiamenti del Corpus Domini a Toledo, ai cortei processionali della vigilia e dello stesso giovedì. E, anche se la documentazione non lo chiarisce, dal numero delle figure e dalla loro descrizione, si può dedurre che esisteva almeno una “gigantessa” e un “nano”.
Coppia o coppie?
A Barcellona, e in altri luoghi della Catalogna e delle Isole Baleari, è più frequente trovare una sola coppia di giganti. Altrove, non solo formano più coppie, ma possono essere identificati nelle diverse nazioni, razze o parti del mondo. Sebbene le loro identità siano state generalmente mantenute, in alcuni luoghi, nel tempo, hanno subito svariati cambiamenti. A Madrid, nel 1589, venivano rappresentati come spagnoli, turchi, neri e zingari, ma già nel 1620 questi ultimi erano scomparsi, diventando francesi; nel 1677, spagnoli e francesi scompaiono per ricostituirsi come turchi, neri, indiani e romani e, nel 1772, vengono rinnovati quali coppie regali dei quattro continenti: Asia, Africa, America ed Europa.
I giganti di Valencia, integrati nel 1589 secondo il modello madrileno, erano turchi, zingari, neri e spagnoli, esattamente come a Segovia nel 1620. A Burgos, nel 1738, erano turchi, zingari, neri e re; a Valladolid, turchi, zingari, neri e romani. A Santiago di Compostela, le quattro coppie si costituivano in rappresentanza dei pellegrini che vi giungevano dalle diverse parti del mondo per visitare il santo apostolo. Forse, è Toledo a presentare una caratteristica fuori dal comune per la comparsa, nel XVI secolo, d’un raggruppamento composto da ben sei giganti (tre coppie di spagnoli, turchi e neri) e un paio di nani, a rappresentare gli zingari; nel 1626 ne fu aggiunto un settimo denominato, per classe sociale, “contadino”, laddove i nani erano già conosciuti come gigantillo e gigantilla.
Le nozze reali
I primi giganti storicamente documentati in coppia, in rappresentanza dei vari continenti o delle diverse razze, sono dunque quelli di Toledo. Nel 1559, in occasione delle nozze del “prudente” Filippo II con Isabel de Valois, figlia del re di Francia Enrico II, hanno sfilato in un’unica danza ben otto Giganti e due nani, uomini e donne di diverse nazioni: vestiti di raso verde cremisi e viola. Ai soliti sei s’aggiunsero altre due coppie arricchite dalle decorazioni delle livree francesi.
Il grande entusiasmo con cui furono accolti in Castiglia gli sposi reali e il loro corteo indusse altri luoghi ad adottarne il modello, seppure con qualche variante. Valencia fu uno dei primi, accettando subito d’acquisirne alcuni simili a quelli usati per le sfilate di Toledo, Madrid e di tutto il regno di Castiglia. Successivamente si sarebbero propagati in altre regioni, come Aragona, Navarra, Paesi Baschi, Catalogna, Maiorca. Ma, come giustamente sottolinea Ricard Solana I Valls, “nei Paesi catalani, i colossi di cartone, non compaiono fino al 1601” e per la loro espansione bisogna aspettare il XVII secolo (Llibre dels gegants i altres entremesos de Reus, 1987 – p. 19). E magari il loro impiego sarà generalizzato alla maggior parte delle città d’una certa entità o importanza, ossia quelle dotate di cattedrale o quanto meno d’una collegiata.
Oltreoceano
Sicuramente, non può che essere stata la Spagna a esportare i giganti in America, e questo dev’essere avvenuto in un momento abbastanza precoce, se già nel 1529 sfilavano regolarmente durante la processione del Corpus Domini nella capitale della Nuova Spagna (Pedro Henríquez Ureña: La utopía de América, 1979 – p. 148).
A dar credito a questa testimonianza, i giganti messicani sarebbero tra i più antichi della corona, subito dopo quelli di Toledo, Siviglia e Alcalá. Sfortunatamente per noi, tutti quei giganti furono abbandonati e praticamente distrutti dopo i divieti del 1780, oppure durante la guerra d’Indipendenza. Probabilmente, gli unici che abbiano raggiunto i nostri giorni sarebbero quelli di Toledo, di cui sappiamo con certezza che furono realizzati a Barcellona nel 1755 (Jean-Marc Depluvrez: “Sur les traces del geants du Corpus de Tolede”, 1987).
La supposizione d’un’influenza italiana sugli altri paesi d’Europa viene quindi negata da quanti, e sono i più, pensano piuttosto che i giganti processionali iberici siano stati trasportati, così come nelle Fiandre, in Francia o in Messico, pure nel meridione d’Italia.
Santa Marta
Curiosamente, a Messina, l’abbigliamento maschile ricorda quello d’una figura imperiale romana, benché Grifone non sarebbe stato tanto l’animale fantastico, e neppure un bizantino dal naso adunco, bensì un invasore “moro”, di nome Hassan Ibn-Hammar, che conquistò Messina e s’innamorò d’una principessa, figlia d’un tal re Cosimo II, mentre, per altri, d’una lavandaia di Camaro, detta Mata, diminutivo dialettale catalano di Marta, per amor della quale si compì il miracolo della sua conversione al cristianesimo.
Il culto di Santa Marta proveniva dalla Francia, a partire dalla fine dell’XI secolo o dall’inizio del XII, seguendo un percorso presumibilmente abbastanza parallelo a quello dei giganti, e della tarasca, anche se tutto sembra indicare che tra essi un innesto vero e proprio sia avvenuto diversi anni dopo.
San Cristoforo o Gog and Magog
A una rappresentazione di San Cristoforo, risalente al 1400, sembra sia connessa, in Inghilterra, la prima testimonianza d’un colosso processionale, con riferimento a quello di Salisbury del 1570 che compariva alla vigilia del giorno di San Giovanni Battista, o notte di mezza estate. St Agnes, in Cornovaglia, ospita invece il mitico Bolster (letteralmente: rinforzo) al festival omonimo di maggio. Poi ci sono: gli apocalittici Gog and Magog, la furia guerriera Mórrígan, e ancora Nathandriel, Hannah Clarke, o Mr Fishy. Esiste anche la variante chiamata Ninnie, a mo’ di cabezudo, consistente in una grande maschera cava che ricopre l’intero cranio e lascia scoperto solo il corpo di chi la indossa, molto simile alle teste sovradimensionate delle mascotte sportive statunitensi.
Grifone
L’animale fantastico, invece, che ricorda l’Anzù mesopotamico, con il corpo e le zampe di leone, testa e ali d’aquila, noto come Grifone, appare frequentemente nell’arte minoico/micenea, come in quella cristiana medievale e perfino nelle miniature mozarabiche. Simbolizza spesso dei connotati ambivalenti, quando da Salvatore quando da Anticristo, a partire tuttavia da una sottolineatura primitiva della doppia natura, divina e umana, di Gesù.
Ha mantenuto dei parallelismi con il Drago, poiché entrambi sono considerati esseri, non soltanto forti, bensì ancor più vigili, quindi guardiani dei templi e dei tesori e allegorie di predizione e saggezza. Il suo combattimento con un antagonista simboleggia per lo più la lotta tra il bene e il male, in cui quest’ultimo (come grifone) ne sarebbe però fuoriuscito sempre sconfitto, assumendo allora un significato molto più vicino a quello del drago di San Giorgio, potendo in aggiunta subire un’ulteriore trasformazione, come abbiamo visto, nel Moro convertito da quella Santa Marta che nella Camargue francese sconfisse la Tarasca, altra chimera a cui potrebbe ricondursi ogni creatura leggendaria, come Grifone, Drago, Vibria o cucafera.
Un’origine fiamminga?
Alcuni autori, come uno dei più noti studiosi d’antropologia del Novecento, il francese Arnold Van Gennep, si richiamano a un’origine fiamminga dei giganti che proverrebbero dalle Fiandre (come reuzen), irradiandosi attraverso parti (gayant, in Picardia) della Francia (Le Folklore de la Flandre et du Hainaut français: Etude sur la répartition géographique des géants processionels, 1936 – Vol. I, p. 158-159), in quel periodo in cui s’incrementarono le relazioni sociali e culturali tra le Fiandre e la corona di Castiglia, – epoca cioè del matrimonio tra Felipe El Hermoso, duca di Borgogna e “conde de Flandes”, e Juana “hija del rey Fernando II de Aragón e Isabel I de Castilla” (1496).
Jean Turpin di Nieuwpoort
L’aspetto fisico dei giganti belgi risalirebbe quindi al XV secolo. Golia di Nivelles, nel Brabante Vallone, viene menzionato già nel 1457, ed è pertanto il più antico gigante belga conosciuto. Il Belgio vanta comunque il gigante più grande d’Europa: Jean Turpin di Nieuwpoort (Fiandre occidentali), che con i suoi 10 m. e 40 di altezza e 750 kg di peso dev’essere trasportato da almeno due dozzine di “facchini”. Gli altri sette giganti più importanti della medesima Gilda (Reuzengilde), che può contarne fino a 140, sono: Goliath (4,50 m, 80 kg), Griete (4,50 m, 80 kg), la figlia Rosalinde (1,80 m, 35 kg), Puuptje (1,80 m, 35 kg), Hendrik Geeraert (4,50 m, 80 kg), Karel Cogge (4,50 m, 80 kg) e Jacqueline de witch (4,50 m, 80 kg).
Di questi, Goliath (Golia) rappresentava di solito il gigante “cittadino” cattolico e Griete la gigantessa liberale, mentre Jan Turpijn prende il nome dal burgemeester (sindaco) di Nieuwpoort, originario della regione intorno alla Boulogne francese, che nel 1489, durante l’assedio della città, s’avvalse dell’aiuto delle donne che s’unirono agli ormai logorati loro uomini nella difesa delle mura attaccate dagli abitanti di Bruges e dai residenti di Gand. Queste donne combatterono così accanitamente da riuscire a respingere gli invasori e il sindaco si guadagnò così l’epiteto di “vervlaamste”, “più infervorato”, passato dunque al gigante.
Beeldenstorm
La parte più fiamminga della Francia include molte figure di giganti: Tisje Tasje di Hazebrouck (Hauts-de-France), Totor di Steenwerck (Fiandre francesi), alto 5 m. e 70, Reuze Papa e Reuze Maman di Cassel (ancora Alta Francia), Jean de Bûcheron e La Belle Hélène a Steenvoorde, un tempo parte delle diciassette province dei Paesi Bassi, dove ebbe inizio la “Furia iconoclasta” (Beeldenstorm) e oggi celebre proprio per i suoi “Géants du Nord”.
Il puledro di Pézenas
Al Sud della Francia, nella Linguadoca, si trova invece il puledro di Pézenas (regione dell’Occitania), che sfila a carnevale per commemorare il dono d’un cavalluccio di legno che Luigi VIII fece per riconoscenza nei confronti della cittadina.
Les Chivau Frux
L’ambito geografico dei cavallucci s’estende dalla Francia al Belgio: da Cassel, Douai, e Bourbourg, comprendendo Les Chivau Frux de La Bravado d’Aix-en-Provence, ad Ath, Mons, Namur. A Douai se ne trovano tracce a partire dal XVII secolo sotto il nome di “Sot dé Canonié“, mentre nel 1700 viene chiamato “Petit Cavallié“. Il simbolismo varia dall’essere una parodia dei tornei al ricordo del mito dei Centauri, o memoria dell’addomesticamento, oppure reminiscenza d’antichi rituali di travestimento con la pelle d’un equide (si ricordi la favola di Peau d’âne, resa celebre da Perrault).
Cheval Bayard
Cheval Bayard viene documentato a Malines nel 1416, a Lierre un anno dopo e introdotto nel corteo della Ducasse d’Ath nel 1462. In questo caso, ci si riferisce al ciclo di Carlo Magno e alla leggenda dei quattro figli di Aymon, che cavalcavano un cavallo gigante.
Ball de turcs i cavallets
Nella penisola iberica il simbolismo sembra essere un altro, indubbiamente determinato da circostanze storiche e religiose differenti, in collegamento con le feste dei Mori e dei Cristiani. Così, a Barcellona nel 1446 si menzionano i cavalieri impegnati nella battaglia contro i Turchi, in modo simile a quanto si può ancora vedere oggi a Berga, dove i cavallets de La Patum sono documentati già nel 1632. In quattro combattono con altrettanti turchi a piedi, dando origine al cosiddetto ball de turcs i cavallets, che costituisce la prima scena della festa (Albert Rumbo I Soler: Història dels gegants de Berga, 1995 – p. 23).
I “paggi dei Magi”
In altri luoghi, come Valencia, la giostra, che risale al 1615, appare deprivata forse del suo significato originario, separandosi in due danze diverse, quella dei cavalli e quella dei turchi, non più in lotta tra loro. Sono otto i cavallucci “cavalcati” da altrettanti bambini vestiti all’orientale, con gilet e turbanti, interpretati come altrettanti “paggi dei Magi” (Fernando Zabala: “La cabalgata del convite”, 2005 – p. 161).
Tarasque e Tarascon
Ancora facilmente accostabile a fiabe e leggende risalenti all’antichità, il tarasque (latino: tarascus) di Tarascon (latino: Tarasconus, Bouches-du-Rhône), un incrocio tra il biblico Leviatano e il leggendario Onachus (onacho, bonacho, o bonannus, i cui escrementi causerebbero ustioni), il quale, provenendo dalla Galazia (anatolica, o dalla Galicia dell’estremo nord-ovest iberico?), era, non si sa come, giunto in Provenza, dove abitava le rive boscose del Rodano, tra Arles e Avignone, al crocevia tra la Camargue e il Luberon, e, stando nascosto nel fiume, attaccava gli uomini che cercavano di attraversarlo, causando l’affondamento delle loro barche.
Secondo la tradizione, Marta (Tamar; Martha o Mara, in aramaico antico, significa “signora”) di Betania, originaria della Giudea (se non identificabile con la Veronica, figlia d’una coppia siro-fenicio-cananea), sbarcò appunto qui a Tarascon, allora chiamata Nerluc, o “luogo nero”, intorno all’anno 48 della nostra era, e venne avvertita di questa ben strana creatura descritta come metà animale e metà pesce, più grossa d’un bue, più lunga d’un cavallo, con “denti a forma di spada”, che stava sconvolgendo il locale traffico fluviale. Il popolo le chiese aiuto e Santa Marta l’andò a cercare, trovandola intenta a divorare una vittima umana. Si limitò semplicemente ad aspergerla d’acqua santa e a sollevare la croce su di essa, per far sì che tale sorta di mostro mitologico e drago anfibio si sottomettesse, rimpicciolendosi, per diventare subito mite e obbediente. Ciononostante, gli abitanti del villaggio la dilapidarono, non appena la videro legata alla cintura della Santa.
La Leggenda Aurea descrive la tarasca con un corpo protetto da un carapace da tartaruga, sei piedi con artigli da orso, una coda di serpente, mentre poteva emettere alito velenoso dalla testa leonina. A partire dal XV sec., fu motivo comune nell’arte rappresentare l’incontro della Santa con il mostro intento a ingoiare una vittima umana, dal capo ancora visibile e con le gambe penzolanti dalle fauci.
Secondo la tradizione, a partire dal 1474 Renato d’Angiò avviò l’usanza di far sfilare l’effigie, o carro (francese: char), della tarasca condotta da portatori nascosti all’interno, da quattro a una dozzina, in occasione della festa pentecostale, e successivamente anche per la ricorrenza della santa, il 29 luglio.
Arcaica divinità celtica
Lo studioso francese Philippe Walter (Mythologie chrétienne, 2003) è del parere che la leggenda di Santa Marta si sia “sovrapposta ad antiche credenze del paganesimo celtico“. E, nel proporre l’origine precristiana di questa leggenda, anche l’archeologo Isidore Gilles (pp. 8–9: Tarascon de Provence: son existence historique dans l’antiquité et aux premiers siècles du christianisme, 1885), la riconnesse alla cosiddetta “tarasque di Noves“, rinvenuta presso la località un tempo chiamata “Tarasconnet“: una statua celtica di pietra raffigurante una bestia chimerica divinizzata a cui venivano offerti sacrifici umani, dal dorso squamoso e dai denti aguzzi, intenta a “sgranocchiare un braccio umano in bocca“.
The Wicker Man
Basandosi sulle descrizioni di Giulio Cesare, il celeberrimo studioso scozzese delle religioni, Sir James G. Frazer, ci parla d’una solenne festività che, alla fine del II secolo a. C., si celebrava in Gallia ogni cinque anni officiata dai druidi, i quali appositamente costruivano immagini colossali in vimini, o di legno ed erba, che poi riempivano di esseri viventi, sia uomini che animali; appiccando il fuoco a quelle figure, le facevano ardere con tutto il loro animato contenuto. A questa tradizione celtica è ispirato il romanzo di David Pinner (Ritual) del 1967, trasposto sullo schermo, nel 1973, da Robin Hardy, con il titolo The Wicker Man.
Questi rituali, allo scopo di propiziare la fertilità, per l’autore di The Golden Bough (1915), sarebbero all’origine di alcune festività europee, coincidenti con il solstizio d’estate, che prevedono la partecipazione di giganti, e tra le quali l’antropologo scozzese cita quelle di Douai, Dunkerque, Brabante, Mandes, Anversa, Chester, Coventry, Burford, Salisbury e Londra.
“Saturno/Κρόνος Ingoiatore”
Alcuni altri autori, invece, ritrovano l’origine dei giganti e della tarasca in vari momenti festivi della Roma classica. Dando credito alla testimonianza di Sextus Pompeius, antenato dei Taraschi sarebbe da considerare quell’«Ingoiatore», forse Saturno/Κρόνος, che sfilava con altre figure, terrificanti eppure ridicole, per via di quelle grandi mascelle, con le enormi ganasce spalancate a riprodurre, sfregando i denti, assordanti rumori.
Manducus e Citeria
Qualcuno ha intravisto allora i precursori degli odierni giganti nelle due grottesche bambole di Manducus e Citeria, impiegate nei cortei che attraversavano le strade dell’Urbe, quale preludio ai giochi circensi (Alfredo Aracil y Antonio Bonet Correa: Juego y artificio del manierismo a la ilustracion. Autómatas y otras ficciones en la cultura renacentista y barroca, 1998).
Don Quijote
I giganti sono presenti anche nella letteratura dei menestrelli dalla quale passarono ai romanzi cavallereschi. Difatti, ogni cavaliere che si rispetti deve affrontarne almeno uno, che potrà sconfiggere semplicemente tagliandogli la testa. Da qui il famoso episodio dei mulini a vento (Capítulo VIII: Del buen suceso que el valeroso don Quijote tuvo en la espantable y jamás imaginada aventura de los molinos de viento…), in cui El ingenioso hidalgo cerca d’emulare cavalieri famosi, come quello dalla Spada Infuocata (nell’Amadigi di Gaula, 1508, parodiato da Miguel de Cervantes), il quale, colpendo una sola volta di rovescio divise a metà due feroci ed enormi esseri mastodontici, o Felixmarte de Hyrcania (1556), che, sempre con un sol fendente, ne sventrò cinque, quasi che fossero sacchi di fagioli.
Da Briareo a Fierabrás
Dal mitico centimani Briareo al saraceno Fierabrás, passando per Morgante, Malambruno, Anteón, Caraculiambro, fino a Pandafilando de la Fosca Vista, sono questi alcuni dei nomi di giganti che lo scrittore di Alcalá de Henares fa sfilare nel capolavoro del Siglo de Oro. Cervantes non prende semplicemente in considerazione solo questi colossi fantastici, piuttosto riecheggia alcune scoperte di resti fossili grandi come torri, sapendo forse che anche in Sicilia sono stati rinvenuti stinchi e dorsi così enormi da far calcolare le loro dimensioni elefantiache.
I Jentilak
Nella tradizione popolare, accanto a esseri solitamente minacciosi, s’annoverano giganti gentili, sempre ben disposti ad aiutare gli umani e a divertirsi con loro. Nel folklore, pertanto, il gigante può venire presentato eccezionalmente come un essere protettore, nei confronti dell’arroganza dei signori, di quel popolino di cui tutela privilegi e libertà. Succede anche nelle storie per bambini, e soprattutto nelle leggende popolari del Nord Europa (per esempio, i troll del Peer Gynt di Ibsen).
In Navarra e nei Paesi Baschi si favoleggia d’un popolo leggendario che viveva sugli altipiani senza conoscere l’uso del ferro, i Jentilak (jentil al singolare, dal latino gentilis), in riferimento ai costruttori di monumenti megalitici, come i dolmen (jentilarri o jentiletxe, in basco), coinvolti anche nell’altra leggenda mitica dei Mairuak, plurale di mairu, brughiera in basco, con il significato però di “non cristiano”, nel riferirsi a civiltà precedenti, con forte equivalenza con le definizioni, castigliana, di “moros encantados“, e portoghese di mouros encantados (presumibilmente, affine al gaelico murúch; e al nostro “moro”?).
Olentzero
Ai jentilak s’attribuiva la sconfitta, nella battaglia di Roncisvalle, di Rolando e dell’esercito franco, mediante fitti lanci d’enormi massi. Sarebbero spariti stranamente all’arrivo d’una portentosa nuvola luminosa – forse una cometa o una stella – che si dice avesse annunciato la nascita di Cristo (Kixmi). L’unico rimasto, Olentzero, ricompare puntualmente a Natale per portare doni, assieme al carbone, ai bambini di Navarra e dei Paesi Baschi. Da carbonaio, viene riprodotto come bambolotto di paglia.
L’Orco delle fiabe
In certe fiabe, il gigante assume a volte la forma, l’aspetto e il carattere dell’orco che si nutre di carne umana, in particolare di quella tenera delle fanciulle e dei bambini, ma poi saranno proprio questi ultimi quasi sempre a riuscire a sconfiggerlo.
In uno dei racconti popolari spagnoli, si presenta una specie di ciclope cannibale, noto come Ojanco, od Ojáncano, abitante sui monti Cantabrici, dov’è chiamato Ojáncanu, che, per essere sconfitto, occorre strappargli un capello bianco dalla folta barba rossa. In altre zone della Castiglia si ripropone sotto altri nomi, Ojaranco, Ujanco, Ojaranquillo, o al femminile Ojanca, e, in Extremadura, a Las Hurdes, come Jáncanu e Pelujáncanu.
Pataricus
Un gigante del folklore asturiano con un solo occhio e un fiuto potentissimo che gli permette d’individuare i naufraghi di cui si nutre, è il Pataricu, che vive sulla leggendaria isola di Eonavia (o Eonaviega), tra le coste di Eo e Navia, al confine con la Galizia (Galicia). Imparentati con la Daonie Mara scozzese e le Merrow irlandesi, i pataricus hanno una particolare predilezione nel divorare i cristiani, riuscendo a fiutarne l’odore, e, non sapendo maneggiare il fuoco, le loro vittime le mangiano crude. Come i loro parenti galiziani, gli xixantes, si dice conservino importanti tesori del loro passato.
Il genitore castrante
C’è da sottolineare come l’ambivalenza nei confronti di queste sovradimensionate figure nasconda, nel profondo del subconscio, l’immagine del “padre terribile”, e castrante, poiché, la reminiscenza infantile non può che ingrandire i corpi dei genitori. Così, nella psicologia junghiana, il gigante sembra corrispondere al simbolo del padre, che, in quanto rappresentante dello spirito, non fa che porre ostacoli all’istinto.
Lo rei David ab lo giguant
Se le prime semplici “menzioni” conosciute di giganti processionali risalgono al XIII secolo in Portogallo (Alenquer ed Évora, 1263-5), ad Anversa, sarebbero attestate alla fine del XIV secolo, ed esattamente nel 1398.
Basandosi sul Llibre de Solemnitats de Barcelona, che contiene un inventario delle figure, comprendenti Lo rei David ab lo giguant, che parteciparono alla processione del Corpus Domini, la maggior parte degli autori catalani sostengono che nel 1424 esisteva già un Golia come lo intendiamo adesso, ma sono molti gli studiosi, come Joan Amades (Gegants, nans I altres entremesos, 1934), propensi a credere che si trattasse in realtà d’un giocoliere su dei trampoli. Altri, tra cui Joan Grau I Martí (Gegants, 1996), ritengono invece che già riproducesse il modello corrente.
Successivamente a quella data, l’altro “primo” gigante storicamente documentato lo si ritrova sei anni dopo, nel 1430, nelle Fiandre Orientali, precisamente a Ninove, ben prima che questa città fiamminga venisse accorpata alla corona spagnola (1529). Ad Ath, la città francofona situata nella provincia vallona dell’Hainaut, la prima menzione che si fa d’una processione risale al 1399 (René Meurant: Géants processionnels et de cortège en Europe, en Belgique, en Wallonie, 1979), per poi andare a scoprire, con lo storico Emmanuel Fourdin (La procession et la Foire communales d’Ath , 1869), una più precisa collocazione, intorno al 1430, di gruppi figurati nell’antica processione parrocchiale di San Giuliano.
A chi il primato del gigante devozionale?
Pertanto, non è affatto facile stabilire con precisione quale sia in assoluto il primo gigante processionale festivo europeo storicamente documentato. Le principali date che ricorrono con maggiore insistenza per indicare i giganti più antichi negli altri paesi non ispanici sono in sequenza: il 1447, Bergen-op-zoom, in Olanda; 1450, a Lisbona, in Portogallo; 1454, a Digione, in Francia; 1461, a Leicester, in Inghilterra. Nel secolo successivo ricorre la Germania (Kunzelsau), l’Italia (Bolzano), la Polonia (Zerbst) e la Svizzera (Sterzin), mentre per l’Austria (Schwarz) e la Russia (Mosca) si deve arrivare al XVII secolo. L’estensione della celebrazione festiva con i giganti processionali ricopre praticamente l’intero continente europeo, Russia compresa (Jean-Pierre Ducastelle: “Goliath et les géants dans l’Histoire”, 1981, pp. 9-24).
De Vier Heemskinderen
Fin dal quattro/ cinquecento, il fenomeno dei “giganti” è presente un po’ in tutta l’Europa occidentale in cortei e processioni, carnevali o feste pubbliche in genere. Nei Paesi Bassi borgognoni, nel XV secolo, il fenomeno s’era già abbastanza affermato e Golia partecipava alle teorie processionali accanto a San Cristoforo, Sansone ed Ercole; mentre il cavallo Bayard continua a venir cavalcato dai quattro figli di Aymon (Quatre fils Aymon/ De Vier Heemskinderen) in ben dieci città, soprattutto a Deiremonne/ Dendermonde per il decennale Ommeganck (andare in giro) di Ros Beiaard, insieme con i giganti Indiaan, Marte e Golia.
Sansone e … tutti i Filistei (Golia)
Naturalmente, il contesto politico, economico e culturale è molto cambiato ma, laddove la tradizione è saldamente radicata nelle popolazioni, questi giganti sono sopravvissuti, e per lo più quasi inalterati. La maggior parte di queste rappresentazioni sono tuttavia rimaste a lungo legate alla religione, come i racconti biblici dello scontro tra Davide e Golia o le gesta eroiche di Sansone, la storia di Daniele, il gruppo dei profeti armati della verga bianca o rossa, l’Annunciazione, la Natività e la Presentazione al Tempio, la Passione di Cristo, la Storia della Maddalena, e così via.
Tradizione laica o religiosa?
Il mitico Ercole greco e il grande cavallo baio di Rinaldo, menzionato da Ariosto (Orlando Furioso), Pulci (Morgante), e Boiardo (Orlando Innamorato), sarebbero gli unici elementi completamente “laici” integrati in una processione del tutto religiosa?
Uno spettacolo d’intrattenimento
Senza dubbio, lo scopo principale di questi “quadretti” mobili era finalizzato all’educazione teologica, e la maggior parte di essi illustrava vicende destinate alla pura edificazione dei fedeli, allo stesso modo di come il teatro e l’arte del tempo avevano analogo scopo didattico; i gruppi figurativi del corteo mostrano chiaramente una rappresentazione concreta, materiale e vivida, di scene che il clero e i notabili volevano divulgare in una popolazione poco istruita, incolta e incapace di grandi astrazioni. Ciononostante, gli organizzatori hanno voluto trasmettere il loro messaggio attraverso l’intrattenimento del pubblico, con uno spettacolo molto colorato e pittoresco, non privo di spunti mitologici e letterari.
Questi giochi processionali furono, molto presumibilmente, ripresi e imitati da una città all’altra, grazie ai numerosi e frequenti scambi commerciali. Ed ecco perché il cavallo Bayard d’Ath prende in prestito la maggior parte dei suoi elementi da quello di Oudenaarde, nella provincia delle Fiandre Orientali (Fourdin, La procession et la Foire communales d’Ath, 1869).
Non si riesce comunque a spiegare il fatto che alcune regioni, a partire proprio dai Paesi Bassi, da quelli iberici, con Austria o Inghilterra, Francia o Italia, sembrano essere state attratte più di altre dai personaggi giganteschi e perché in seguito la tradizione si sia mantenuta in modo molto differente, a seconda delle varie località (Klaus Beitl: Die Umangsriesen, volkskundliche Monographie einer europaïschen Maskengestalt, mit besonderer Berücksichtigung der «Fête de Gayant» zu Douai in Nord Frankreich, 1961).
La Tarasca spagnola
La storia della Tarasque, è entrata nell’immaginario collettivo francese alla stessa stregua del principale personaggio di Alphonse Daudet, Tartarin de Tarascon, irrompendo perfino nella tradizione iberica, dove, difatti, la Tarasca (termine spagnolo per Tarasque) è una delle statue della processione del Corpus Domini, che sfila regolarmente in diverse città spagnole e catalane e altrove in tutta la penisola iberica, per esempio, a Madrid, Granada, Toledo e Valencia.
La prima testimonianza della leggenda della tarasca nella penisola iberica risale al 1282, a Siviglia, ricollegata alle vicende successive alla reconquista della città, giusto a metà del XIII secolo. (María Josefa Cuesta García de Leonardo: La fiesta del Corpus Christi en el paso del antiguo régimen a la época contemporánea: el caso de Granada, 2002).
Tarasquillas
La versione spagnola si tinge di elementi dalle tonalità misogine, o forse meglio di esplicito ripudio delle varie tentatrici bibliche e storiche, per via delle statuine e statuette di tali figure femminili (dette “tarasquillas“) poste in bella mostra sopra il mostro anfibio (Very F. G.: The Spanish Corpus Christi procession: A literary and folkloric study, 1962).
A Granada, la figura in cima alla tarasca è una bambola a grandezza naturale che molto assomiglia al manichino d’una vetrina, e la minuscola statuetta dai capelli biondi posta sopra la tarasca di cartapesta di Toledo dovrebbe addirittura rappresentare Anna Bolena, accusata d’essere la principale causa dello Scisma anglicano. A Siviglia, originariamente, era un ragazzo in carne e ossa, chiamato tarasquillo, seduto sul drago processionale. Ma, già nel 1637, è storicamente documentata la sua sostituzione con una figura appositamente modellata a mo’ di giovane e bella donna ingioiellata, e due anni dopo venne prescritto al contrario che fosse una brutta vecchia. (Lynn Matluck Brooks: The Dances of the Processions of Seville in Spain’s Golden Age, 1988 – pp. 213–214). Nel 1700 i Taraschi soffrirono un’ulteriore trasformazione, da rettile a mostro con sette zampe e sette teste mobili, modellate sulla bestia apocalittica cavalcata dalla meretrice di Babilonia, in riferimento ad Apocalisse 17, 1-18
Cosicché non c’è da meravigliarsi che il termine spagnolo tarasca abbia trovato ospitalità nel comune vocabolario spagnolo nel senso di donna dal cattivo carattere, o di «sgualdrina». Un dizionario del XIX secolo la definisce come una “donna storta, brutta, lasciva e impudente”, e si sa come nel XVI secolo la parola era usata regolarmente nel senso di “brutta vecchia”.
Un’origine lusitana?
La provenienza del mito del gigante processionale festivo si occidentalizzerebbe decisamente sulla scorta di quel riferimento che afferma come, tra il 1263 e il 1265, durante le processioni dello Spirito Santo (Corpus Domini), svoltesi nelle cittadine portoghesi, rispettivamente di Alenquer (Estremadura) ed Évora (Alentejo), siano stati presenti dei gigantones,– un secolo dopo la riconquista dagli arabi (1165) da parte di Geraldo Sempavor (Miranda A.: “Festes de Corpus Christi en Penafiel a Cavalhada (Portugal)”, 1943).
Il ruolo della “Reconquista”
Non mancano quanti sono disposti a schierare le truppe di Gigantes y cabezudos alla Reconquista dei territori occupati dai musulmani o in funzione dell’espulsione degli ebrei, popolazioni entrambe iconoclaste che detestavano pertanto le mostruose rappresentazioni antropomorfe. Soprattutto nei territori della penisola iberica sotto il dominio islamico erano assolutamente vietate dal Corano tutte le rappresentazioni degli esseri viventi, per cui, quasi per una sorta di contrappasso, man mano che la reconquista procedeva, i coloni cristiani che spingevano indietro i musulmani, oppure si stabilivano in città separate da essi, portavano con sé le loro tradizioni più identitarie, estremizzandole sino all’iconodulia, a partire dal Regno di Navarra e per tutto il tragitto del Cammino di Santiago.
Navarra
I primi riferimenti scritti, in Spagna, per l’esattezza a Pamplona (Navarra), in occasione dei festeggiamenti di San Firmino, risalgono al decennio successivo (1276) con tre giganti a rappresentare sì un ebreo (Jucef-Lacurari), ma anche un taglialegna (Pero-Suciales) e una paesana (Mari-Suciales). I modelli iberici rappresentano solitamente degli archetipi cittadini, come appunto la borghese e la contadina, o figure storiche di rilevanza locale, come i sovrani fondatori, o coppie di nobili, sia cristiani che moreschi. Le grandi figure bibliche (i nefilim, Golia, Sansone), presenti in processione, servivano a catechizzare una popolazione in gran parte analfabeta, mentre gli animali simbolici come il drago, o il serpente, e il demone, incarnavano le sfide che Gesù Cristo dovette combattere e sconfiggere.
Le varie tipologie
Anche se a Madrid, Toledo, Zamora, Segovia, Guadalajara, Teruel, Pamplona, Valladolid, i giganti costituivano una coppia; a Valencia, Siviglia, Saragozza e Huesca erano in quattro, mentre Burgos e Alcalá avevano una sola gigantessa. Isolati, in coppia o a truppa, i giganti venivano solitamente accompagnati da un certo numero, variabile, di “nani” o gigantillas. Sebbene le denominazioni più diffuse siano proprio gigantillas o nani, e a Valencia infatti vengono indicati quali nanos, a Zamora la denominazione si modifica un po’ in giganticas e altrove (Burgos) gigantillos; in ogni caso, sono da considerare precursori dei cabezudos del XIX secolo.
A Toledo, i “nani” del XVII secolo erano gli “zingari”; a Siviglia avevano anche un nome: padre Pando, madre Papahuevos (appellativo che ricorre in America latina, o alle Canarie per i giganti); a Valencia, nel 1620, si riteneva che i nani fossero i genitori dei giganti, come Urano (Cielo) e Gea (Terra) lo furono degli dei più antichi (πρότεροι θεοί, próteroi theoí), i Titani nati prima degli olimpi, e a loro precedenti.
Alcuni hanno così interpretato la danza per un’onnipresenza di coppia, in quanto, laddove esiste un maschio o una femmina, sarebbe molto strano che non “ballasse” con un partner. Mentre la possibilità d’una successiva moltiplicazione delle coppie suggerirebbe la loro formale differenziazione simbolica, cosicché, si potrebbe stabilire una tipologia di giganti in cui rintracciare dei momenti diversi, anche se a volte possono essere arrivati a sovrapporsi tra loro personaggi biblici (Sansone, od Og, l’ultimo superstite dei Refaim, sconfitto da Mosè), o religiosi (San Cristoforo), mitologici (Ercole) o della letteratura cavalleresca (Rinaldo, Alardo, Guicciardo, e Riccardo).
A Siviglia, si riteneva che i sei giganti e il tarascan rappresentassero i sette peccati capitali. A Granada la simbologia era più mutevole potendo essere riferita a qualsiasi cosa, dalla malvagità agli amanti, passando per le divinità, la fede, i peccati capitali o i re moreschi di Granada (Miguel Garrido Atienza: Antiguallas granadinas: las fiestas del Corpus, 1889). Nel 1734, il consiglio comunale di Palma decise di realizzare quattro coppie di giganti con l’aggiunta successiva d’una nona figura che rappresentava una donna con un pesce in braccio che finì per simboleggiare il mare (Joan Muntaner Bujosa: Bosquejos de la ciudad de Palma, 1968).
Se i primi giganti di Barcellona e Valencia rappresentavano soltanto Golia e San Cristoforo, e con ogni probabilità erano semplicemente impersonati da uomini molto alti, oppure da trampolieri, abbigliati in modi appropriati alla bisogna, la successiva immagine deforme d’un colosso su intelaiatura, come lo conosciamo oggi, sembra che risalga probabilmente agli ultimi decenni del XV secolo, e sia stata inventata, se non Barcellona, a Siviglia, visto che ancora, alla metà del XVI secolo, a León, un inventario menziona le maschere, i trampoli e tutti gli indumenti di San Cristoforo e del biblico Filisteo, il che non lascia dubbi sul fatto che si trattasse di persone, sia pur mascherate e su trampoli. Oltre a San Cristoforo con il bambino in spalla, nel 1684, facendo coppia con il suo rivale, ragazzo (David), sfilava ancora il Filisteo con i suoi trampoli di legno ricoperti di stoffa, inscenando uno spettacolo in cui il pastorello lo rendeva bersaglio della sua fionda.
Seppure, all’inizio, il gigante sembra possa esser stato privo di simbolismo religioso, in seguito si sdoppiò in gigantes y gigantillas (cabezudos), e successivamente in maschio e femmina, per poi riprodursi in coppie vestite in modo diverso le une dalle altre. Ma, il fatto che i giganti rappresentassero o no dei personaggi biblici non solo non significa affatto che fossero privi di funzione didattico-teologica, né spiega quando e come possano essere avvenuti i passaggi successivi da figure religiose, bibliche o mitologiche a gigantes e cabezudos. (John Varey: “Genealogía, origen y progreso de los gigantes de España”, 1991 – pág. 447).
In alcuni posti, col trascorrere del tempo, si saranno certamente sovrapposti, come testimonia la documentazione di Guadalajara, che conserva un inventario dei beni del comune del 1543 in cui vengono censite tre teste di giganti, tre di loro compagne, quella di un nano e d’un san Cristoforo col Bambinello sulla spalla, più un’arca con la sua chiave.
Il Bestiario
Le figure festive si distinguono per poter essere antropomorfe, come giganti e nani, mentre, d’altro lato, quelle con caratteristiche zoomorfe si suddividono in un Bestiario del tutto “naturalistico” e in un altro propriamente “fantastico”. Nel primo vanno inseriti aquila, leone e toro (a simboleggiare gli evangelisti Giovanni, Marco e Luca), oppure il bue e l’asino del presepe, o il serpente della tentazione.
Gli animali fantastici, a loro volta possono appartenere ad archetipi universali, come il grifone, il drago e la sua versione femminile Brivia, Vibra, o Vibria, con marcati caratteri femminili, (seni prominenti), e tratti da volatile (becco da aquila, artigli e ali da chirottero), diffusa in Catalogna (Barcelona: “lo Vibre”), Occitania (Albi), Toscana (Siena), a simboleggiare gli infedeli, che se la lasciarono dietro quando furono scacciati (leggenda della grotta del drago di Sant Llorenç).
Tarascano e cucafera sono limitati ad ambiti localmente circoscritti, il primo ispano-francese, l’altra quasi esclusivamente catalana, se si pensa alla comarca di Baix Llobregat o a Montblanc, la città simbolo della leggenda del locale Sant Jordi; le tracce della cucafera nella città di Murcia del XVII secolo sono infatti semplicemente prova che in quella zona un tempo si parlava catalano. A Valencia, questa figura mostruosa venne a un certo punto associata a Santa Margarida, come il drago/ Vibria a Sant Jordi e la tarasca a Santa Marta, essendo tutti considerati agenti dell’eresia, dell’idolatria, del male, del peccato, materializzati in quella forma dominata dal potere dell’onnipotente.
Prima delle celebrazioni religiose, fanno la loro comparsa nelle sagre a carattere civile; e il riferimento più antico sembra essere quello delle feste organizzate a Valencia per solennizzare, il 5 luglio 1373, l’ingresso dell’infanta Mata de Armagnac, destinata a morire prima di diventare regina consorte di Giovanni, detto el Caçador”; in quell’occasione si decise d’introdurre un “drach o d’altra bèstia” indicata “segons que han acostumat” (Salvador Carreres Zacarés: Bibliografía de los libros de fiestas valencianos, 1926 – T. II, p. 28), la qual cosa sta a indicare che a far parte di celebrazioni simili potevano aversi sia il dragón e/o Vibria, che due cucas o un ulteriore mostro rettiliforme, in relazione con i Santi Giorgio, Margherita, Marta, o Tecla (Cercavila di Tarragona, ispirata alla Reconquista, ma il cui “bestiario fantastico e popolare” viene documentato a partire dal 1381), rendendo quasi intercambiabili i termini “cuca y drach” e forse pure di tarasca e grifone
Casi assolutamente eccezionali sono l’ibrido di cuca-fera e mulassa, ossia la mula-guita di Berga (Josep Vicent Frechina: “El bestiari festiu valencià. Noticia històrica i usos actuals”, 2002) e la mulassa di Solsona che, sul modello dei bestiari festosi d’area francese, viene montata dal cavaliere Pedru (o Antoniu) Ricu. La Guita Xica o mula-guita era originariamente identificata come un demone, per poi trasformarsi, nel corso dell’ultimo secolo, in uno spirito protettivo. È anche chiamata tarasca, diventato l’appellativo d’un po’ tutte le creature draconiche del folklore spagnolo e latinoamericano.
Il nome Mulassa deriva da un termine più antico, mulassas, dal significato di “muli mostruosi”, utilizzato nella mitologia catalana per riferirsi agli ibridi mulo-drago. Ma l’elemento di maggiore interesse della Mulassa di Solsona, oltre al suo valore storico (risalirebbe al 1691), è quello d’essere l’unico del suo genere a mostrarsi “montato”, almeno nella penisola iberica, visto che questa consuetudine del bestiario a cavallo è più tipica delle zone francesi, come pure della coppia messinese Mata e Grifone. Abbastanza insolito pure, a Cinquefrondi, il caprone in cartapesta fotografato da Alan Lomax negli anni ’50 del secolo scorso, sul cui dorso s’apre l’apertura nella quale si colloca il suo “cavaliere”, le cui gambe restano nascoste da una gualdrappa, alla maniera dello cheval-jupon di Douai (Sot dé Canonié).
Ma la partecipazione di figure fantastiche e grottesche, zoomorfe o antropomorfe, alle festività cristiane, di cui sono andate a costituire uno degli elementi più stabili e diffusi, al punto che senza di esse sarebbe persino difficile comprendere il significato stesso dell’evento, rafforza la convinzione d’una loro presenza del tutto antecedente e indipendente da queste celebrazioni, e soprattutto sta ad indicare la loro sottovalutata importanza simbolica. Considerato quanto fossero radicate tra la popolazione le feste popolari che ne richiedevano l’intervento, piuttosto che vietarle, la Chiesa ha subdolamente preferito incorporarle, in qualche modo, nella celebrazione processionale e tollerarne l’emblematica attrattiva.
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