Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
A cosa serve davvero il teatro? A intrattenere o a trattenere? Nel primo caso è un momento di svago: esco di casa, percorro una strada, parcheggio, pago il biglietto, mi accomodo in sala, per un’ora o più non penso alla mia esistenza, poi luci, applausi finali e torno nella mia vita di sempre uguale a prima, forse soltanto un po’ più stanco. Nel secondo caso invece, anche se il prologo della mia andata a teatro è uguale, dopo le luci e gli applausi finali, torno nella mia vita di sempre ma diverso, perchè la cosa che ho appena visto mi ha mosso qualcosa dentro, e io la trattengo ancora oltre la durata dello spettacolo, e mi continua a suscitare domande e sensazioni alle quali non so dare un nome ma continuano a vivere dentro di me.
Tutto questo preambolo per dire che la visione di Aramen e Stanum -o del dì saggio degli Dei- al Teatro Primo di Villa San Giovanni mi ha suscitato proprio questa sensazione del trattenere. E dire che tutto era iniziato con un inghippo organizzativo: l’autore che non arrivava per poter cominciare. Ma che importa, l’autore non conta più nulla dopo che ha scritto la drammaturgia, può bastare il suo nome senza il bisogno di vedere anche il corpo che lo indossa. Più grave sarebbe l’assenza dei due attori, la brillante Silvana Luppino che non delude mai con il suo talento e il versatile Domenico Canale, musico di spessore quotato anche all’estero qui alla sua prima prova in prosa. E lo spettacolo spiazza fin da subito perché non si capisce bene a cosa si stia assistendo. Sembra un ibrido fatto di recitazioni, improvvisazioni, letture, musiche live e composizioni registrate, come se nelle intenzioni del regista si mischiassero realtà e finzione continuamente, scambiandosi le parti, per meglio aderire alle parole di Domenico Loddo, l’assenza più eclatante della serata. Ma anche pleonastica, e per motivi già detti.
Pensate a un vortice di emozioni stemperate continuamente da ironie inappropriate, mentre si parla di passato, futuro e presente, di Bronzi di Riace, di tempi mitici, di civiltà sepolte, ma anche e soprattutto di noi stessi, e di come tutte quelle storie possono ancora avere la forza taumaturgica di cambiarci. Il tutto avviene nello spazio scenico escogitato dalla bravissima Valentina Sofi, che con pochi elementi rende l’idea di una barca sfranta dal mare, con la piccola vela-sipario ancora in piedi a dividere il vero dal falso, i vivi dai morti. E poi le luci curate da Guillermo Laurin, che “bagnano” personaggi e ambiente così come farebbe un mare ora calmo, ora adirato. Su tutto le trovate registiche di Christian Maria Parisi, che ribadiscono ancora una volta che gli effetti speciali finti nulla possono di fronte ai piccoli dettagli veri degli effetti emozionali. In questa messa in scena si affonda piano piano, e letteralmente, verso la tragedia ineluttabile che ci viene sbattuta in faccia dopo tante risate, con il monologo finale che ti vibra dentro e ti annega in te stesso, come se in quel mare pieno di cadaveri ci finissi anche tu, e per questo tornando a casa ti senti ancora di trattenere tutto quel fiato negato a quegli uomini, donne e bambini senza più vita, e che per tutti non hanno più nemmeno un nome, e se ne stanno sospesi di fronte allo sguardo impotente del “corpo” di scena finale. Luci. Applausi. Aramen e Stanum staranno ancora dentro di me a lungo.
