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CONTINUA L’APPUNTAMENTO TRA ARTE E SOCIETA’ CON: PAROLES

L’amore per il racconto, so1ntende un altro amore, quello per la parola, che come cellula primigenia crea infini8 raccon8 ed infinite immagini. Uno scrittore onirico sopra tu1 gli altri è Jorge Louis Borges, che offre una scrittura che è insieme filosofica e poe8ca, piena di rimandi continui alla realtà delle cose, con una lucidità di pensiero che
affonda le sue radici nella tradizione classica che mescola Mito e Filosofia, ma che si nutre anche
del sogno.

Borges è un autore al di fuori di qualsiasi classificazione, non inseribile neanche in finestre temporali che ne limiterebbero la fascinazione della sua scrittura, è un autore classico nel vero
senso del termine.

In El Golem, scrive: “Se (come afferma il greco nel Cratilo) il nome è l’esemplare della cosa, la rosa è nelle lettere di rosa e tutto il Nilo nella voce Nilo. E, fatto di vocali e consonanti, sarà un Nome tremendo, che l’essenza cifri di Dio e che l’Onnipotenza serbi in lettere e sillabe calzanti…”

E qui siamo dinanzi al potere della parola, e di lui il cardinal Ravasi scrive: “Quella che ora vorrei proporre non è un’esegesi cri8ca di Borges che, per altro, ha già uno stuolo immenso di interpreti,
pron8 a esercitarsi su una produzione letteraria molto mobile e simile a un arcobaleno. È piuttosto la testimonianza di un le;ore appassionato che non ha mai incontrato personalmente lo scrittore,
anche se per due volte – attraverso suoi amici italiani come Domenico Porzio e Franco Maria Ricci – il contatto fu ravvicinato, ma poi sfumato per ragioni esterne. Il mio incontro è, quindi, legato alle
sue pagine e all’autoritratto che da esse affiora, un profilo fluido e incomprimibile nello stampo freddo delle parole perché «l’universo è fluido e mutevole, il linguaggio rigido». Una fisionomia, la
sua, segnata dalla mobilità di un ecle1smo nobile, erede della curiositas insonne della classicità latina.

Per questo ci si sente ca;ura8 e alla fine imprigiona8, come scriveva José María Poirier, dalla «ragnatela del suo soave scetticismo, dal suo farraginoso enciclopedismo, dal suo ecumenismo
ecle1co». Immersi nel suo mondo ci si trova sballo;a8 tra storia e mito, anche perché per lui «forse la storia universale è la storia di un pugno di metafore», anzi, «la storia universale è quella
di un solo uomo»”.
Mi piace quindi poter dire che Borges stesso rappresenta una metafora e un ossimoro, riesce ad affermare nella negazione, attraverso spesso proprio le immagini oniriche che nutrono la sua
poesia… Cosa che risulta essere oggi estremamente attuale, profondamente “vera, e “autentica”.

In Borges tu;o è un con8nuo rimando, tu;o si nutre di parola, ma la parola diventa più tangibile della materia, la sua stessa cecità è una metafora “è un cieco iper vedente”, un uomo che comunica attraverso il suo non vedere il suo vedere “oltre”, un moderno Omero. E come afferma ancora Ravasi “Significativa è la definizione applicatagli da un importante e simpatetico scrittore come Leonardo Sciascia: «È il più grande teologo del nostro tempo: un teologo ateo». Questo ossimoro era sviluppato da un altro suo ammiratore e collega, John Updike, così: «Se il cristianesimo non è morto in Borges, è però in lui sopito e sogna capricciosamente.
Borges è un precris8ano che il ricordo del cris8anesimo riempie di premonizioni e di orrore». Certo è che una preoccupazione metafisica per il trascendente corre come un brivido per tu;a l’opera
borgesiana ed è qualcosa di più di quella “consolazione della filosofia” alla Boezio che gli attribuiva Luis Harss.” E qui possiamo sentore tu;a la contemporaneità di Borges, tu;a la sua lucida immaginazione, il suo creare parole che sono costruzioni architettoniche infinite. E voglio ora soffermarmi proprio sulla contemporaneità della parola, che ha origine an8chissima, in
quel “… In principio era il verbo…” che ha nutrito la nostra Storia. Tanto contemporaneo che della sua scri;ura si sono nutri8 autori ma anche film come ad esempio
“Lost in Translation”, e anche “Hablar”. Il primo è un film del 2003, scritto, dire;o e prodotto da Sofia Coppola con protagonis8 Bill Murray e Scarle; Johansson. Il film ruota intorno al rapporto tra un attore in declino Bob Harris e una giovane neolaureata Charlo;e, nato in un grande hotel di Tokyo. Ma la storia rappresenta solo un pretesto per raccontare la difficoltà di comunicazione quando si
parlano due lingue diverse, e di come ciò che viene perso diventa esso stesso altro testo, altro racconto, altra verità… Il potere della parola oltre l’intenzione di chi la proferisce. Il secondo è un film di Joaquín Oristrell del 2015 ed è composto da venti storie girate in un unico piano sequenza, che si incrociano nella Plaza de Lavapiés a Madrid, evocando il potere delle parole, della conversazione e della comunicazione.
Con questo film Oristell pone l’accento sulla situazione spagnola, di cui documenta la corruzione e la disumanizzazione, ma non è un problema solo del suo paese, il suo non è solo un film corale
della società spagnola, ma è un film corale che ci riguarda tu Le storie sono frammentate, come appunto succede nella realtà di oggi, lasciate come in sospeso per essere poi riprese successivamente, cosa che di fa;o non accade quasi mai.
“Hablar” è un invito all’ascolto, una protesta contro la verbosità inutile, In questo caso Joaquin Oristell parla del popolo spagnolo che come dichiara, “parla molto, ma non è più in grado di
ascoltare”, ma possiamo affermare che sicuramente questo è un problema sociale proprio del contemporaneo. Magnifica la fine che si compie appunto in un teatro dove viene recitato da due a;ori un pezzo che parte proprio dal Prologo del Vangelo di San Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tu;o è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” per poi affondare una dura critica sulla mancanza di comunicazione del nostro tempo. Siamo bombarda8 dalle parole, ma celebriamo sempre le nostre solitudini.

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