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Corrado Alvaro chiude “Parole in Sila”: dalla montagna una nuova narrazione della Calabria

Da La Novitàonline.it

Una piazza gremita, due libri e una figura monumentale della cultura italiana con la quale provare a restituire alla Calabria la parte più autentica della propria identità. È stato Corrado Alvaro il protagonista del settimo e ultimo appuntamento di “Parole in Sila”, la rassegna letteraria voluta dal Comune di Spezzano della Sila, ideata e diretta dal giornalista Pasquale Motta.

Sul palco di piazza Misasi, a Camigliatello Silano, sono stati presentati l’“Almanacco alvariano” di Fortunato Nocera, pubblicato da Città del Sole Edizioni, e “Alvaro, più di una vita” di Giusy Staropoli Calafati. Una conclusione che ha intrecciato letteratura, giornalismo, memoria, identità e impegno civile, trasformando il racconto dello scrittore di San Luca in una riflessione più ampia sulla rappresentazione della Calabria.

Ad aprire la serata è stata la conduttrice Sharon Bruno, che ha richiamato il percorso compiuto dalla rassegna nei suoi sette appuntamenti e ha invitato sul palco il direttore Pasquale Motta per una premessa dedicata alla delicata vicenda della Fondazione Corrado Alvaro, che ha curato l’iniziativa conclusiva.

Motta: «San Luca non può essere condannata per il luogo in cui si trova»

Motta ha ricostruito la vicenda del commissariamento della Fondazione, disposto formalmente attraverso i poteri ordinari di vigilanza previsti dal Codice civile, ma accompagnato anche da valutazioni relative a presunti rischi di condizionamento e collateralismo mafioso.

Il direttore della rassegna ha ricordato come gli amministratori dell’ente, guidati dall’allora presidente Aldo Maria Morace, si siano rivolti al TAR, ottenendo l’annullamento del provvedimento prefettizio. Il Tribunale amministrativo ha infatti ritenuto che lo Stato avesse ecceduto nell’esercizio dei propri poteri di vigilanza. Ministero dell’Interno e Prefettura di Reggio Calabria hanno successivamente impugnato la sentenza davanti al Consiglio di Stato.

Da qui la denuncia di un paradosso istituzionale e, soprattutto, di una rappresentazione che continua a gravare su San Luca e sull’intera Calabria.

«San Luca – ha affermato Motta – è diventata nella narrazione dominante una sorta di Calimero d’Italia: un luogo sul quale vengono concentrati tutti i mali e tutti i guai del Paese. In questa vicenda, però, il TAR è entrato nel merito e ha riconosciuto che era stato esercitato un eccesso di potere».

Motta ha richiamato anche le parole pronunciate la sera precedente, sullo stesso palco, dal sostituto procuratore generale della Cassazione Alberto Cisterna: chi arriva in Calabria rischia spesso di non incontrare la Calabria reale, ma quella che ha già letto nei libri, visto nei film o ascoltato nei racconti altrui.

«Noi ci opponiamo a una narrazione che sta distruggendo questa terra – ha proseguito Motta – e vogliamo costruirne una che non parta dal pregiudizio, ma dalla conoscenza dei fatti e della realtà dei luoghi. Questa conoscenza può arrivare anche attraverso un grande interprete della calabresità come Corrado Alvaro, che già molti decenni fa aveva scritto pagine straordinarie contro il pregiudizio».

Il suo intervento si è concluso con un attestato di solidarietà agli amministratori della Fondazione e a quanti continuano a difenderne la funzione culturale.

Arcidiaco: «Ventitré anni di commissariamenti non hanno cambiato San Luca»

A raccogliere il microfono è stato Franco Arcidiaco, il quale ha precisato di essere divenuto presidente della Fondazione dopo la conclusione della precedente gestione commissariale e la nomina dei nuovi organismi da parte degli enti fondatori.

Arcidiaco ha definito «triste ma sacrosantamente vero» il quadro tracciato da Motta e ha ricordato un dato emblematico: negli ultimi venticinque anni, ha sostenuto, il Comune di San Luca sarebbe stato amministrato per circa ventitré anni da commissioni prefettizie.

«In tutti questi anni non è cambiato nulla neppure quando San Luca è stata amministrata direttamente dallo Stato. Che cosa si pretenda ancora dalla comunità non è dato comprenderlo».

Il presidente ha affrontato anche una delle principali contestazioni mosse alla precedente Fondazione: la presunta inattività. Un’accusa che, secondo Arcidiaco, deve essere letta tenendo conto del fatto che gli enti fondatori non avrebbero versato per anni i contributi necessari, privando di fatto la Fondazione delle risorse indispensabili per programmare le attività.

I libri di Alvaro nelle case di San Luca

La nuova Fondazione, tuttavia, ha già avviato una stagione di rilancio. Arcidiaco ha annunciato l’approvazione di un progetto regionale, sviluppato con il contributo di Giusy Staropoli Calafati, che nasce da un’idea fortemente simbolica: riempire di libri le case di San Luca.

Saranno ristampate alcune opere di Corrado Alvaro e saranno gli studenti dell’Istituto comprensivo San Luca-Bovalino, trasformati in veri e propri “ambasciatori alvariani”, a portarle nelle abitazioni del paese. Un modo per restituire lo scrittore alla sua comunità partendo dalle giovani generazioni.

Arcidiaco ha inoltre annunciato la ripresa del Premio Corrado Alvaro, fermo da oltre sei anni. La quattordicesima edizione dovrebbe svolgersi entro il 2026, nel settantesimo anniversario della morte dello scrittore, grazie anche al sostegno di un finanziatore privato.

Il Premio avrà, inoltre, una nuova sezione specificamente dedicata al giornalismo, in omaggio a una dimensione fondamentale e talvolta sottovalutata dell’opera alvariana.

L’articolo ritrovato da Filippo Veltri

Nel corso del suo intervento, Arcidiaco ha ricordato anche il ritrovamento compiuto dal giornalista Filippo Veltri di un importante testo di Corrado Alvaro.

L’articolo sarebbe stato scritto in seguito a una vasta retata compiuta in Aspromonte. Alvaro contestava la logica delle operazioni indiscriminate, capaci di coinvolgere centinaia di persone senza che alle accuse iniziali corrispondessero poi responsabilità giudiziarie effettive. Azioni di quel genere, scriveva Alvaro, rischiavano di spezzare il patto di lealtà tra lo Stato e i cittadini.

Parole che, rilette oggi, assumono un significato quasi profetico: la Fondazione intitolata allo scrittore si è ritrovata, settant’anni dopo, a misurarsi con quello stesso stigma e con il medesimo pregiudizio territoriale da lui denunciati.

Dal Premio Strega all’Opera omnia

Arcidiaco ha poi ricordato il riconoscimento tributato quest’anno a Corrado Alvaro dal Premio Strega, che ha scelto come proprio claim “Quasi una vita”, titolo dell’opera con la quale lo scrittore calabrese vinse il premio nel 1951, superando una cinquina composta da giganti come Alberto Moravia, Carlo Levi, Domenico Rea e Mario Soldati.

La Fondazione sta lavorando con la direzione del Premio Strega per costruire un’iniziativa a San Luca: un traguardo ambizioso, ma che Arcidiaco considera concretamente raggiungibile.

A questo si aggiunge il riconoscimento ottenuto grazie al lungo lavoro scientifico del professor Aldo Maria Morace: il Ministero della Cultura ha istituito l’Edizione nazionale delle opere di Corrado Alvaro. Lo scrittore entra così nel ristretto pantheon degli autori italiani la cui produzione viene riconosciuta come patrimonio culturale nazionale.

La pubblicazione dell’Opera omnia, affidata a La nave di Teseo, si svilupperà lungo un programma editoriale pluriennale.

Guaragnella: «Alvaro fu un uomo mentalmente libero»

Il confronto è entrato nel vivo con l’intervento del professor Pasquale Guaragnella, presidente del Comitato scientifico della Fondazione, che ha definito Alvaro «l’emblema delle grandi virtù visibili e nascoste della Calabria».

Guaragnella ha proposto una lettura parallela dei due volumi: l’“Almanacco alvariano” illumina prevalentemente la dimensione pubblica dello scrittore senza trascurarne quella privata; “Alvaro, più di una vita” entra invece nell’intimità dell’uomo, mantenendo aperto il rapporto con la sua esperienza pubblica.

Attraverso le corrispondenze giornalistiche dall’Unione Sovietica staliniana e dalle terre interessate dalla bonifica dell’Agro Pontino, il professore ha mostrato la capacità di Alvaro di osservare la realtà senza sottostare agli schieramenti.

Raccontò le conquiste economiche sovietiche, ma seppe cogliere i rischi dello statalismo e l’indebolimento dei legami familiari. Descrisse i risultati della bonifica fascista, ma senza trasformarsi in un sostenitore del regime.

La stessa indipendenza emerse nel secondo dopoguerra. La sua esperienza alla direzione del quotidiano “Il Risorgimento”, di proprietà di Achille Lauro, durò poco perché le idee dello scrittore entrarono in conflitto con quelle dell’editore. Successivamente, nonostante la stima di Palmiro Togliatti e le possibili aperture del Partito comunista, Alvaro non rinunciò a criticare neppure la sinistra.

«Era un uomo libero sotto tutti gli aspetti – ha sintetizzato Guaragnella – lontano e vicino tanto alla destra quanto alla sinistra perché mentalmente indipendente».

L’intimità di Alvaro e l’incontro con Cristina Campo

Il professore si è quindi soffermato sul romanzo biografico di Staropoli Calafati e sulla scelta di far partire il racconto dagli ultimi, drammatici mesi della vita di Alvaro.

Nel 1955 lo scrittore avvertì i primi sintomi della malattia e si rivolse al celebre chirurgo Pietro Valdoni. L’intervento non riuscì però a salvarlo. In questa fase emergono due presenze femminili: la moglie Laura Babini, compagna di una vita attraversata dall’amore ma anche da incomprensioni e distanze, e la poetessa Cristina Campo, che lo assistette negli ultimi giorni e ne custodì il ricordo attraverso una fitta corrispondenza.

Le lettere consentono di attraversare l’universo privato dello scrittore: Mosca, Copenaghen, Stoccolma, Parigi e gli altri luoghi raggiunti da Alvaro come giornalista e corrispondente tornano nel racconto attraverso parole indirizzate alla moglie.

Guaragnella ha richiamato anche la complessa figura del padre, Antonio Alvaro, maestro elementare che impose al figlio, fin dall’infanzia, l’ambizione di diventare un grande poeta. Una richiesta vissuta dal giovane Corrado come un peso enorme, soprattutto negli anni segnati dalle difficoltà scolastiche e dalle bocciature, ma destinata a trasformarsi nella radice profonda della sua vocazione.

Il professore ha concluso citando il ricordo di Leonida Repaci, che indicava Alvaro come il più grande dei calabresi e ne ricordava l’invito incessante a scrivere, quasi che la scrittura fosse un risparmio da accumulare prima che il tempo e la salute ne impedissero l’esercizio.

Se Repaci avrebbe voluto riconoscersi nel mare, Alvaro – ha osservato Guaragnella – non avrebbe potuto che riconoscersi nella montagna, portando sempre con sé il sentimento delle origini.

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