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DAL TERREMOTO DEL 1908 AL TERRAE MOTUS DEGLI ANNI ’80, LA MEMORIA SALVATA DALL’ARTE

 Il 2 dicembre sì è inaugurata al Castello aragonese di Reggio Calabria, la mostra: 1908, Oggetti ritrovati. Memorie dal terremoto dello Stretto.

La mostra che rimarrà aperta fino al 28 febbraio, si presenta attraverso un articolato percorso espositivo che si sviluppa nelle sale del Castello Aragonese su tre livelli, dando vita a cinque diversi percorsi: La Sala dei Preziosi; della Cinematica; degli Oggetti Mnemonici, dell’Esperienza.

La Mostra è stata resa possibile grazie al recupero dei reperti da parte dell’Amministrazione comunale, dopo un lungo iter seguito dai Dicasteri dell’Economia e della Finanze e della Cultura, con Decreto a firma dei Ministri pro tempore, come spiegato dall’Assessore comunale alla Cultura Irene Calabrò.

Curatori della Mostra sono i professori Marcello Francolini e Remo Malice, con l’attento coordinamento del direttore dell’Accademia, prof. Pietro Sacchetti, altri professori coinvolti Francesco Scialò, Pietro Colloca, Davide Scialò, Davide Negro, e la partecipazione di Rosita Commisso.

 

La mostra, dà uno sguardo nuovo sul tragico terremoto del 28 dicembre 1908 attraverso una raccolta di oggetti riemersi da quelle macerie, rientrati a Reggio Calabria lo scorso anno dopo essere stati conservati presso la Sede Centrale della Banca D’Italia a Roma.

 

Questi oggetti ritrovati, sono memoria resa sensibile e materica delle storie dei Reggini e Messinesi degli inizi del secolo, e ci offrono uno spaccato sociale importante, restituendoci quella memoria collettiva distrutta in 37 secondi di terremoto.

Oggetti, per lo più di uso quotidiano e personale, come frammenti di vita, a cui accostarsi piano, con il rispetto spontaneo che nasce dal percepire la violenza di una tragedia.

Un sisma che in meno di un minuto ha distrutto la città, e poi dopo 10 minuti, un maremoto spaventoso.

Ma come sempre, nelle tragedie, emerge anche la vera natura di un popolo, in questo caso quello Calabrese,  con la  sua forza di rialzarsi, e di ricostruire, e questo ben si percepisce in tutto il percorso espositivo, come ha spiegato più volte il direttore Piero Sacchetti, e come espresso dall’opera centrale della Mostra, di Francesco Scialò, che ha voluto rendere meno pesante l’impatto di questa immane catastrofe, smaterializzando i corpi in frammenti minuti, che sembrano quasi perdere il peso del corpo, e acquistare così la leggerezza del pensiero, e dell’anima.

Il colore bianco rende il tutto etereo, immateriale quasi, operando così una magia, quella di trasmettere la tragedia, senza scivolare nella ridondanza del dolore di una materia che si disfa. Non a caso nelle cronache del tempo si riferiva del cattivo odore che emanava da tutto il territorio, ma tutto il lavoro espositivo sembra dare un senso di leggerezza, che rimanda sì alla tragedia, ma, che, come in una sorta di cattedrale virtuale, uno spazio creato dalle luci e dai frammenti, ben 3500, la rende scevra della pesantezza della materia, così questi corpi che si dissolvono ben comunicano da un lato la nostra caducità umana, da un altro la nostra natura più nascosta, e spirituale.

Interessante l’attenta presentazione cinematica, di Rosita Commisso, che attraverso una selezione di video del tempo è riuscita a travalicare la narrazione della cronaca per arrivare a donarci l’emozione, con sensibilità e precisione storica, e poi l’istallazione legata alla memoria dei testi, con una installazione legata ai libri, una sorta di biblioteca verticale come l’ha chiamata Davide Scialò, che ne è stato l’artefice, di grande impatto visivo e creativo, ma tutto il lavoro espositivo testimonia la grande vitalità artistica e professionale dell’Accademia e dei suoi artisti, come non citare poi la sala dell’esperienza, che vede la collaborazione di Spazio Taverna.

La memoria dei fatti ci riporta ad altre tragedie, come quella del terremoto di Gibellina, ad esempio, il cui territorio si è interamente trasformato in una installazione artistica, opera voluta e creata da Burri, e anche qui un attento lavoro di frammentazione del territorio, ma anche della memoria, l’opera tra l’altro è stata restaurata da poco.

Ma soffermiamoci su dei rimandi visivi che da sempre fanno parte della nostra storia del Sud Italia, come non pensare ai calchi dei corpi di Pompei, anch’essi come fermati in una materica istantanea che ce ne riconduce la sofferenza umana, degli uomini così come anche dei piccoli animali domestici che hanno affrontato lo stesso destino, che sembrano tutti inconsapevolmente parte integrante di una rappresentazione artistica, capace, qui e ora, di parlarci di un passato remoto.

Tra l’altro interessante pensare a come questi calchi siano per dirla seguendo un’immagine che ci rimanda ad un lavoro di Baudrillard, simulacro, ma mai simulazione.

Ed anche qui a Reggio Calabria, partendo da un desiderio documentaristico, si è finito col dare un significato altro, e maggiore, ai reperti, si è raccontata la tragedia di una umanità lacerata, improvvisamente cancellata, e gli si è data l’eternità del ‘per sempre’…, operazione riuscita, con un lavoro nato dalla collaborazione di tutti i docenti coinvolti e degli studenti che vi hanno lavorato, con un’emozione vibrante, che il giorno dell’inaugurazione era leggibile negli occhi di tutti.

 

E ci sovviene un altro rimando, questa volta a Napoli per il terremoto dell’Irpinia degli anni ’80, che vide protagonisti artisti come Andy Warhol e Beuys, Paladino, Gerhard Richter, Emilio Vedova, per citare solo alcuni nomi. La collezione, Terrae Motus, oggi ospitata alla Reggia di Caserta, fu ideata dal gallerista napoletano Lucio Amelio, che chiamò a raccolta i più grandi artisti dell’epoca per trasformare la catastrofe del tempo, attraverso una grande operazione catartica, in un segno di rinascita. È stata sua, in seguito, anche la volontà legare inscindibilmente l’operazione internazionale al Complesso Vanvitelliano di respiro europeo progettato da Re Carlo di Borbone, che oggi, diventa un’opportunità per tutto il pubblico, grazie al progetto sviluppato dal direttore generale Tiziana Maffei in collaborazione di Angela Tecce.

All’epoca dei fatti, negli anni ’80 Napoli era città estremamente aperta alle avanguardie, stagione straordinaria che vide collaborare insieme, galleristi come Lucio Amelio, Lia e Marcello Rumma, Salvatore Pica, giornalisti come Michele Bonuomo, che all’epoca scriveva per il Mattino, e che dal 2005 è alla Cairo Editore, dove attualmente dirige i mensili «Arte» e «Antiquariato».

Ma è stato anche collaboratore di Lucio Amelio e, per molti anni di Joseph Beuys, in particolare nelle sue mostre e performance realizzate a Napoli negli anni ‘70 e ’80, la città in cui l’artista tedesco, invitato dal gallerista Lucio Amelio, ebbe modo di conoscere anche Andy Warhol, l’altra anima dell’arte di quegli anni.

Bonuomo era a New York anche tra il 1979 e il 1980, assistente di Beuys per la grande mostra al Guggenheim.

Come non ricordare il lavoro di Andy Warhol, che ripropone come opera d’Arte la prima pagina proprio del Mattino che provocatoriamente esclama un ‘Fate Presto!’ che è un vero e proprio urlo, un’invocazione che è stata una sorta di chiamata alle armi, per svegliare le coscienze e invitarle ad una operazione di ricostruzione, nel segno di una rinascita morale ed estetica.

quell’esperienza strinse ancora di più il legame tra Andy Warhol e questa terra, che qualche anno più tardi tornerà a riflettere sulla forza devastante degli elementi proprio attraverso la sua personale rilettura in chiave pop della più classica tra le vedute napoletane, il suo celebre “Vesuvius“.

 

L’aver voluto dissertare creando un’interazione tra questi accadimenti su territori diversi, vuole essere una sorta di esortazione a voler vedere il bello nel brutto, di fidarsi della capacità umana di trasformare il male in bene, e questo proprio attraverso l’Arte.

Operazione non facile, ma preziosa, specialmente guardando alle giovani generazioni, desiderose di vivere in una ‘città ideale’.

E, in realtà, questi concetti sono proprio quelli legati ad un ‘Genius loci’ proprio delle nostre terre del Sud, terre in cui le difficoltà ambientali non hanno mai vinto sulla natura indomita di uomini e donne capaci di ricostruirsi dalle proprie ceneri, popoli come l’Araba fenice, destinati ad una perenne rinascita.

La Mostra, che è stata finanziata dal React Eu PonCittà Metropolitane 2014/2020 – Azioni pilota per un distretto culturale e turistico della città di Reggio Calabria – Sub int. 2: “Mostra, eventi, allestimenti per la costruzione del Distretto culturale turistico della città di Reggio Calabria, è stata organizzato dall’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria.

 

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