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“E ALLORA LE FOIBE?” DI ERIC GOBETTI

Ci sono delle date pertinenti, emblematiche e storicamente certe che contraddistinguono la vicenda delle foibe. Il «termine dialettale» foiba deriva dal verbo «infoibare»: «gettare o seppellire in una foiba». La «foiba» – scrive Eric Gobetti nel suo prezioso E allora le foibe? (Laterza, Roma-Bari, 2020) – è: «In sostanza una voragine nel terreno tipica delle regioni carsiche, che può avere larghezza e profondità variabili». Questo «buco» insiste soprattutto in quelle zone/aree/regioni nelle quali si verifica un fenomeno particolare: «riemerge dopo un periodo di latenza» l’«azione chimica delle acque meteoriche su rocce calcaree fessurate» – fenomeno tipico del Carso da cui prende appunto il nome. Siamo infatti nella zona sulla quale si trova «Un’ampia fascia di territorio che va pressappoco da Gorizia a Trieste, fino a Fiume e a Pola». Una volta fissate le coordinate «geografiche», Gobetti ne rileva anche quelle «storiche» – gli anni «decisivi» sono il 1918 (per la prima volta quest’area entra a far parte di «Uno Stato che si identifica rigidamente con una sola nazionalità», e  «Non c’è spazio per altre identità in uno Stato-Nazione: quando esistono, esse devono venire allontanate, o assimilate all’unica nazionalità riconosciuta»), il 1943 (le «foibe istriane»), il 1945 (le «foibe giuliane») e, infine: il periodo che va «Tra il 1941 e il 1945» e che «Dura in forma intensiva quasi quindici anni» (l’«esodo»). Eric Gobetti, a questo punto, come faceva Karl Raymund Popper nella sua Logica della ricerca scientifica del 1934 prende a «demarcare». Nella consapevolezza che «Il contesto in cui accade il fenomeno aiuta a comprenderlo meglio». In sostanza: come la «clessidra» di Empedocle di Agrigento – che, nell’indicare il ciclo della nascita e della morte di tutte le cose:  prima scendeva vero il basso e poi risaliva di nuovo verso l’alto – Gobetti scende «demarcando» dalla «narrazione» attuale (evidentemente «sgomenta» e «faziosa») – passando per la commemorazione del «Gorno del Ricordo» del 10 febbraio – attraverso tutta una serie di «sfrondamenti» successivi che sono alla fine utili a un affermazione: «Cedo sia evidente come le foibe e l’esodo possano essere compresi in un contesto più ampio che riguarda la storia di quei territori di confine e le vicende che colpiscono l’Europa centro-orientale nel suo complesso durante e dopo il conflitto». Infatti, Eric Gobetti «demarcando» (cioè tagliando, sfrondando ed eliminando) riesce ad allargare (cioè a illuminare, ingrandire ed evidenziare) nello stesso tempo il «contesto storico» in cui quei «fatti» avvennero. Salire e scendere, insomma. E, nello stesso tempo: recare una nuova «comprensione» del fenomeno storico in oggetto a fronte di «Una volontà mistificatoria, ovvero il tentativo di raccontare la vicenda delle foibe capovolgendo la realtà» al fine «Di trasformare il Giorno del Ricordo in una commemorazione fascista». Nel 2003 il giornalista Giampaolo Pansa aveva scritto il saggio Il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer) dando sintomaticamente e in forma stereotipata il via – a livello massmediologico ma anche politico – a una sorta di «rilettura» della storia in termini non «negazionistici» ma di una sorta di «volemose bene» (chiamato «revisionismo») per cui: cattivo sono stato io, cattivo sei stato tu, i morti di una parte sono eguali a quelli dell’altra eccetera. Ma due anni prima il cantautore Francesco De Gregori, nella canzone Il cuoco di Salò, aveva detto: «Che qui si fa l’Italia e si muore/ Dalla parte sbagliata/ In una grande giornata si muore/ In una bella giornata di sole/Dalla parte sbagliata si muore». Al di là della retorica resta un «fatto»: molto difficile è stabilire chi moriva «Dalla parte sbagliata» in un’area «Che oggi è divisa in tre Stati (Italia, Slovenia e Croazia), include regioni diverse dal punto di vista morfologico». I «fatti» sono noti. «Da una parte» i comunisti di Josip Broz detto Tito (per quanto riguarda le «foibe giuliane») e «dall’altra» gli «italiani» (evidentemente «fascisti» alleati di Hitler; ma non solo): «Questo fenomeno, che è una sorta di “resa dei conti” col passato regime, avviene contestualmente in tutta l’Europa liberata». Ci sono peculiarità, però, qui nei «Luoghi delle foibe»: «Le vicende che avvengono in Istria nell’autunno del 1943 si situano in un contesto di violenza diffusa e sono una delle conseguenze dell’Armistizio dell’8 settembre»; inoltre l’«esodo»: è determinato da «Una scelta tra due rinunce: restare, pur perdendo una condizione di privilegio, subendo il comportamento diffidente delle nuove autorità e dovendo affrontare grandi difficoltà economiche; oppure lasciare la propria terra, la proprietà, nella speranza di una vita migliore». Una volta individuate le «cause» storiche dei «tre» fenomeni in questione («foiba istriana», «foiba giuliana» ed «esodo»), Eric Gobetti può «chiudere» il suo libro. Questa nuova «immissione» di conoscenza non «nega» i fatti: più che altro li «scompone» e li «ricompone» in maniera organica affidando al lettore il giudizio finale su quegli avvenimenti. Dopo la «retorica» deve cominciare la «logica»: in fondo Gobetti ha posto in rilievo la «motivazione» di quello che è avvenuto. Nel caso della prima foiba fu un «fatto» politico; nel caso della seconda un «fatto» ideologico; per l’«esodo», invece: un «fatto» psicologico («L’esodo non è dunque il prodotto di un’espulsione formale»). Certo… Sia la politica che l’ideologia che la psicologia si possono discutere e fare «scendere» nel «contesto» geografico e politico (oggi si dice, appunto: «geopolitico») del tempo. Resta però un altro «fatto»: Eric Gobetti è riuscito ad «ampliare» la nostra «conoscenza» del fenomeno in oggetto. Il «buco» nel quale è caduto il Giorno del Ricordo e la stessa «comprensione» mainstream delle «foibe» adesso è un po’ più sgombro.  

 

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