Aldo Grasso: Se chi fa inchieste perde la credibilità
da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...
Eros e Thanatos, Amore e Morte: è un duello vero, definitivo? O una falsa opposizione? Non credo. Amore e Morte per l’Occidente non sono in contraddizione tra loro perché sulla morte di una persona cara regna sempre l’amore di chi resta.
Quando, come in questi giorni, confermiamo l’amore per i nostri cari defunti, noi vinciamo la morte perché in realtà rinnoviamo la relazione più bella che abbiamo avuto con loro: gli anni i giorni gli attimi di vita trascorsi insieme a loro. Al contrario, invece, non ricordarsi più di loro, essere terrorizzati o sgomenti di fronte alla morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive ma aride… facile preda del transito, dei vortici del presente e della quotidianità.
Nella realtà della vita di tutti i giorni, è vero, l’amore ci fa sentire la morte come una nemica, ma l’affetto l’amore per chi è morto resta… continua a parlarci di quella vita: di un amico, di un congiunto, di persone a noi care, che non ci sono più.
Effimera pedina della danza è il tempo… Approdo necessario dal quale non si torna è la morte, che ci ricorda ogni anno con riti culti fiori liturgie esteriori i nostri defunti. Coloro che se ne sono andati e non sono più tra noi.
No! Non è così. La morte, per me, non è la fine, ma l’aprirsi dello sguardo che ci interroga a distanza sull’Eterno. Sulla infinità dell’universo. No, no! La morte non è una muraglia, dolore, pura tenebra. Nella sua essenza più profonda la morte è un nuovo sentiero, un “Oltre” che scioglie l’angoscia delle pupille ormai incolori e apre nuovi percorsi alla ricerca dell’eterno capirsi tra l’uomo e il mistero dell’universo. E cioè: della meta che accompagna il nostro viaggio da quando siamo nati.
Fin dalla preistoria, da quando l’uomo è comparso sul pianeta, la morte ci è sempre apparsa un enigma, un’ingiustizia vissuta dall’uomo come ostacolo al durare della vita, del divertimento, della gioia. Essa non è mai stata accolta con semplice naturalezza. Così ho pensato per tanto tempo.
La domanda allora è: per chi muore, la fine resta un evento sconosciuto? È la fine di tutto o l’apertura a un altro mondo? Quest’enigma che ci trasciniamo da migliaia e migliaia di anni è, secondo me, la paura. E la morte è “la regina di tutte le paure”, come dice nella Bibbia il libro di Giobbe.
Da allora nulla è cambiato nel mondo sul sentimento della morte. Noi oggi accettiamo con difficoltà ancora maggiore di guardare questo fenomeno, forse perché la nostra società assomiglia un po’… alla leggenda del palazzo che il padre del grande Buddha aveva costruito per il figlio: un luogo da cui era stato bandito ogni segno di negatività: di malattia, di vecchiaia, di morte. E ciò non è possibile. Semplicemente perché il nostro stato, la nostra condizione originaria è quella di “libera necessità”.
Nonostante i quotidiani, i social media tv siano pieni di notizie di morte – morti spettacolari, vittime di guerra, di violenza, di calamità naturali, di delitti, di incidenti stradali – oggi l’evento della morte è sistematicamente ritenuto qualcosa di orribile ripugnante innaturale. Perché?
Perché essa, appunto, per calamità naturali, per incidenti, per violenze sessuali, è sempre la morte degli Altri, la morte che fa notizia: tanto più essa è spettacolare quanto meno è la mia morte. Ed è così, da questa falsificazione/distorsione, da quest’eccesso di rappresentazione, che nasce la paura e il desiderio di espulsione della morte dal nostro quotidiano e che la rende lontana, improbabile per noi.
Sì, però i nostri morti? Come la mettiamo con i nostri morti? Prima o poi, infatti, muore qualcuno vicino a noi. E, a meno che non si tratti di un evento improvviso, anche per loro scatta il meccanismo ed entra in atto un processo che ce li rende sempre più estranei. Il periodo finale della loro vita è tenuto a volte lontano dal nostro quotidiano: in ospedale in case di cura in luoghi dedicati a malati “terminali”.
Dopodiché ci si affretta ad apprendere nuove vie, condotte, comportamenti, percorsi nuovi per “elaborare il lutto”, perché si pensa che il dolore per la perdita di chi abbiamo amato e amiamo ancora, debba essere addolcito via via allontanato fino a farlo sparire piano piano, dimenticando gli attimi i momenti i giorni di quell’amore che per anni hanno accompagnato la nostra vita.
No grazie. La morte non è tutto questo. Almeno per me. Per i miei equilibri. Essa, piuttosto, è accettazione paziente di un’Assenza, o meglio, di una Realtà, che tarda ancora a farsi Luce.
