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FAMILISMO AMORALE DI BANFIELD

Edward Christie Banfield ha introdotto in sociologia il concetto di «familismo amorale». Tale concetto faceva riferimento a un «luogo» (che non era affatto la Garbatella; noto quartiere romano) specifico: il paesino di Chiaromonte in Basilicata. Siamo alla fine degli anni Cinquanta e non nel secondo decennio degli anni 2000. Banfield scrisse che: l’arretratezza di quel paesino (poi estesa a tutto il Sud Italia di quegli anni) deriverebbe dal fatto che il personale prendeva sistematicamente il posto del politico; si privilegiavano gli interessi della propria famiglia nucleare a scapito prevalentemente di quelli della comunità. Insomma: io e la mia famiglia da una parte; il «bene comune»: un optional. L’«amoralità», dunque, si svilupperebbe dal diniego nei confronti della «società civile»; il «male» non sarebbe aver mancato in qualcosa rispetto a fatto privati o individuali; ma aver mancato qualcosa nei confronti della società. Per cui nella vicenda di Gennaro Sangiuliano, volendo applicare questo concetto (anche se l’ex ministro proviene dal quartiere Soccavo di Napoli e non dalla Garbatella; ma Banfield, se fosse vivo, ci perdonerebbe), abbiamo subito una conseguenza determinante e differenziale: si elimina tutto il privato, il personale, i «fatti suoi». Volendo giudicare se Sangiuliano ha peccato di «familismo amorale», allora: dovremmo mettere in evidenza che, nel suo caso, non di «famiglia» si tratta ma del «quartierino» dal quale, dentro il quale e nel quale, a detta di molti, questo governo di destra-destra si troverebbe, si sarebbe orientato (nelle sue scelte politiche; nelle scelte per gli incarichi da affidare eccetera), si sarebbe «circoscritto». Ecco che allora un secondo «sbarramento» è da fare: non più Gennaro Sangiuliano ma l’intera «coalizione di governo» si è macchiata di «familismo amorale»? Ovviamente io non posseggo i mezzi sociologici per rispondere a un simile interrogativo, e nemmeno ci provo. Una riflessione – del resto, come tutti gli italiani – la posso fare; è nelle mie corde, riesco a farla; se mi impegno: la porto a termine. Si dice spesso che «Quello che ha fatto questo governo lo hanno fatto tutti gli altri», come se il passato, la «storia» – quasi hegelianamente – giustificasse tutto. Giustamente se un precedente governo (tanto per fare un esempio assurdo) avesse assunto la modalità di far gettare le cicche di sigaretta per strada e non nei cestini, allora sarebbe giusto che anche questo – attuale – governo confermi questa modalità. Dunque la giustificazione storica (con buona pace di Hegel) non va bene. La verità allora qual è? Questa vicenda che ha convolto Gennaro Sangiuliano ci deve far rilettere su un tema filosofico. Il etma è quello del rapporto tra il particolare e l’universale. In che senso? Il particolare sono io, la mia famiglia, i miei amici, il mio quartiere, la mia città, i «cazzi miei»; il «generale» è lo Stato, la società, la politica, gli enti pubblici, i «corpi intermedi», i partiti, i sindacati, se si vuole essere assolutamente conseguenti: l’«umanità». L’accusa lanciata a questo governo di privilegiare il particolare al generale, dunque, potrebbe avere un senso solo se si attestasse e sperimentasse che il rapporto particolare-generale è stato rotto; spezzato _ a favore del primo di questi due elementi e a scapito del secondo. Facciamo un esempio concreto – la filosofia è troppo astratta. Il concetto di «merito» (che come tale è generale) è andato a detrimento di qualcuno (che come tale è articolare)? Capovolgendo la frittata: qualcuno che possedeva del «merito» si è visto sorpassare da qualcuno che non ne «aveva»? Ci basta un singolo caso e una esatta valutazione di «che cosa» è il merito (e la sua «scala di valori») per poter constatare che quell’equilibrio di cui si diceva si è effettivamente rotto e che, dunque, si è privilegiato il «quartierino» e non il «merito». Io non sono a conoscenza di casi di questo genere. E quindi non posso parlare. Ma se «merito» vuole dire «curriculum vitae» mi ricordo di un mio triste (perché finito male) amico che mi diceva: «Io nel mio currriculum ho messo anche tutte le conferenze». E io gli dicevo: «Giusto! Hai fatto bene! Tutte le conferenze che hai fatto?». E lui rispondeva: «Ma quale “fatto”? Tutte le conferenze cui ho assistito; quelle dove sono entrato mi sono seduto e mi son messo ad ascoltare…».

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