IL CONTEST LETTERARIO “Il MaR fra mezzo” PROCLAMA I VINCITORI
Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

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Galeotto fu ’l Codex… ma chi lo scrisse?
Un amanuense della scuola di Cesarea (Kesariya, Qaysāriyya, nella cosiddetta Prima Palestina), devoto seguace del vescovo Eusebio, venerato come santo dagli ortodossi copti ed etiopi? Il vero protagonista del romanzo di Elena Loewenthal, “La carezza” (La nave di Teseo, Milano 2020) forse non è neanche il Codex Purpureus Rossanensis, anche se grazie a esso si consuma l’«intimità clandestina», e la passione d’amore, di questa “storia perfetta”, come recita il sottotitolo. La relazione principale, nella finzione del racconto, tenuta al convegno di Rossano, riguarda: “L’onciale greca del Codex Purpureus come pietra di paragone”. Poiché quello conservato nella cittadina della Calabria Jonica è: «il codice più bello del mondo, con le miniature più belle del mondo ma soprattutto vergato nella grafia onciale greca imperiale più bella del mondo […]. Purpureo di nome e di fatto, con la pergamena intinta nel rosso riservato ai codici imperiali e quei tratti di inchiostro così nitidi, senza la minima sbavatura, frutto di una sapienza e una devozione da amanuense cui nessuna macchina mai arriverà.».
Oggetto della critica testuale biblica è però il “saut du même au même” e tutto il libro è percorso dal concetto stesso di lacuna, materiale nel caso degli antichi manoscritti, e umana, nel rapporto che si viene a intessere tra due amanti. «Il salto du même au même è la corruttela perfetta: tace e dice, chiude e apre il testo, stabilisce un’intoccabile simmetria fra quel che c’è e quel che manca…». Si tratta d’un errore tipico dei copisti che, nel confondere due espressioni tra loro molto simili, non s’accorgono di tralasciare parte del testo originale. Dimodoché tra omeoarcti (parole che iniziano in modo simile), omeoptoti (parole declinate in maniera equivalente), ma ancor più facilmente omeotelèuti (parole che terminano in modo simile), si corre il rischio d’incorrere, per semplice disattenzione o trascuratezza, a meccaniche preterizioni, od omissioni che dir si voglia. Tali esclusioni nel manoscritto divengono allora metafora dell’amore, la cui vera essenza consiste nel sentirne l’assenza. “Una riga, un capoverso, una parola dimenticata. Tutto quello che manca apre in noi degli spazi bianchi. E’ quello che manca, a schiudere, a dare significato. Capisci, Lea. Anche tu e io. Tu mancavi a me, io mancavo a te. Ora non più. Anzi sì, e quanto. Ma adesso lo sappiamo. La consapevolezza della lacuna è molto più del tutto.”
Lei è una paleografa, lui un filologo; entrambi s’occupano di colmare dei vuoti, trovare l’archetipo dal quale derivano tutti i codici noti, il modello più fedele possibile all’originale. Tuttavia, nella narrazione, l’autenticità del “manoscritto” sta proprio in questo loro incontro, con cui hanno dato forma all’idea di perfezione più vicina possibile all’archetipo dell’amore. Le storie più romantiche sono così quelle che fanno sentire con forza la loro assenza per tutta una vita e che comunque in realtà non si concretizzano mai definitivamente.
«Il salto du même au même è la corruttela perfetta, in ogni testo. Perfetta perché necessaria. Ogni testo in fondo è un salto du même au même. Ogni testo altro non è se non un ripetere sempre la stessa parola, fra gli spazi bianchi, anzi neri dell’assenza. Del mistero. Saltare una parola, una riga, un capitolo che sta fra due parole eguali, correre così nel tempo e nello spazio lasciando in mezzo un vuoto, un’assenza. Ritrovarsi al punto di partenza, anzi di arrivo. Che cosa c’è di più perfetto?».
Il tempo presente è quello dell’azione, ma come sogno alla veglia discorsi e pensieri vanno a sovrapporsi, e ciò che più impegna l’elaborazione del racconto è il fatto che lo studio dei testi coincide con una specie di “paleografia” dei sentimenti, in cui la pura attrazione va reinterpretata quale significato ultimo dell’esistenza.
“Preferisci la mancanza, Lea?” – “Preferisco l’imperfezione. Di lì passa la luce.”. E sì, perché l’amore non è mai ideale, e non v’è scienza che sappia esattamente condensarlo in una formula riproducibile. La consapevolezza illuminante del difetto s’equilibra nell’unico compimento possibile, il distacco, la separazione. La scelta di condurre l’esposizione mediante delle interruzioni, nei salti temporali tra i vari incontri, viene sottolineata da repentini cambi di prospettiva. Dopo un primo, fugace incontro, si struttura impalpabilmente una relazione a distanza fatta di «scampoli di presente», equivalente al “salto du même au même” che è quello tra loro due, «fra desiderio e desiderio, sempre lo stesso desiderio […] In mezzo, è lacuna, perdersi, mancanza, non esserci…».
Il romanzo della scrittrice torinese si dipana in una storia, dolce e amara insieme, che offre molti spunti di riflessione nel coinvolgere emozionalmente in maniera così travolgente. Un’intesa immediata rende estraneo tutto il resto, con la gioia d’una fanciullesca complicità nella spensieratezza priva d’orpelli. Per degli adulti è un vero e proprio sbalordimento riconoscere in questo mistero, appena scorto, la vita stessa.
Nel teatro greco classico, uno degli elementi della tragedia, e dell’ultima fase della commedia attica (cosiddetta “nuova”), era il riconoscimento improvviso e inaspettato dell’agnizione (ἁναγνώρισις). Come nell’ Ἑαυτὸν τιμωρούμενος (il punitore di sé stesso) di Menandro, per lo più, il colpo di scena stravolge il finale. Qui invece gli amanti si mostrano sin da subito, d’emblée, per quello che sono, fatalmente legati, in una sorta d’epifania che si ripete nel tempo, senza appuntamenti né scadenze calendariali. Sembra quasi di sentire Modugno cantare “il nostro anniversario…”!
E quando, si rincontrano dopo vent’anni, rinnovano uno stupore rimasto praticamente invariato: «Ma davvero siamo qui, sul confine fra il prima e un dopo? A scavalcare l’interminabile spazio bianco degli anni trascorsi, coprire la lacuna per ritrovarci allo stesso punto di prima come se non fosse successo nulla, come se tutto non fosse finito allora […] O forse non era mai finita, forse tutto era rimasto solo sospeso dentro uno spazio bianco, anzi buio. Una trascurabile lacuna fra due parole uguali, du même au même. Forse la parentesi stava fuori dalla loro storia, non dentro.». E cos’è in fondo l’amore se non la tensione a colmare «quella distanza incommensurabile che sta fra chi entra e chi accoglie, chi possiede e chi è posseduto»?
“Il sesso, e fors’anche l’amore, sono fatti di misure. Di pieghe di pelle che si scoprono compatibili fra loro, di cavità e convessità che combaciano, della capacità di ascoltarsi i corpi a vicenda. E loro due sono un vuoto e un pieno perfetto: combaciano sempre. Sono la frase che colma la lacuna, la presenza che cancella l’assenza. Sono l’istante in cui tutto comincia: fuori dal tempo, prima del mondo.”. Ed ecco il momento in cui tutto nasce e quello in cui tutto si conclude a delimitare i due estremi entro i quali persiste il loro (e il “nostro”) mondo, un continuo infinito presente in cui avvertono (e “avvertiamo”) “il desiderio di essere vicini quando ancora si è vicini, desiderio di cancellare lo spazio che separa una pelle dall’altra.”
Ed è davvero possibile che due persone si sentano talmente accomunate senza sapere poi molto delle rispettive esistenze. La conferma la fornisce uno dei personaggi della saga “A Song of Ice and Fire”, a cui George R. R. Martin mette sulle labbra: “Non sappiamo quando nasciamo, non sappiamo quando ci innamoriamo o quando moriamo. Non sappiamo niente.”. Il resto è vita che va vissuta pienamente.
Siamo davvero convinti che tutti gli amori siano obbligati al lieto fine, seguendo un percorso evolutivo mieloso, e che siano del tutto trascurabili quelle relazioni alimentate dalle ombre, e relegate negli angoli bui d’un ambiente nient’affatto roseo?
La citazione in esergo («È la storia che avrei voluto vivere, invece di scriverla») è esplicita nel confessare quel tanto di autobiografico che ogni scrittore cerca di nascondere ai lettori, e spesso a se stesso, nel proiettare parte del desiderio per una sfumata realtà nei contorni più distinti della finzione. E l’acribia filologica ne è la prova inoppugnabile, sia pur lasciata in evidenza per meglio celarla, a rendere più plausibile la narrazione. L’erudizione non impedisce di fantasticare, e lo scienziato, per giunta di umanistica, non è mai privo di immaginazione!
Sulla scorta probabilmente delle suggestioni pasoliniane di celluloide e del film di Mel Gibson, la scrittrice, che si occupa di testi ebraici, giusto come il suo personaggio, Lea Levi, paragona Matera a Gerusalemme, senza offrire però sufficiente testimonianza della sua profonda cultura linguistica e filologica. Trascura infatti d’evidenziare, per via del manoscritto onciale 042 Σ, il gemellaggio tra la cittadina calabra e l’albanese Berat, dove si conserva il coevo, e del tutto simile, Codex Purpureus Beratinus 043 Φ.
Eppure, il Sud è il naturale sfondo di tutta quella relazione a intermittenza, perché «c’è qualcosa dello stare con Pietro che sente solo al Sud, dove c’è il sole, dove il cielo è trasparente così». Delle consuetudini meridionali apprezza persino l’uso del Voi come formula di cortesia: «Del Sud mi piace anche questo darti del voi. Fa sentire importanti, ma anche piccoli. È come una moltiplicazione del bene. Cortesia al plurale.». Su questo non sarei tanto d’accordo, perché già Dante, nella Divina Commedia, con le persone che conosceva usava il “tu” e il “Voi” lo destinava alle autorità con cui non aveva dimestichezza. Semmai, persiste un pregiudizio antifascista a relegare il Voi tra persone meridionali d’una certa età; altrimenti, il pronome di cortesia nelle consuetudini formali di im-personalizzazione dell’interlocutore (ricorrendo all’uso della terza persona) deriverebbe dall’influenza iberica di “dar del usted” un po’ in tutti i paesi latini, mentre “vosotros” è propriamente español castellano; e darsi del tu si dice “tutearse”. Se, durante un repentino interludio amoroso, si vuol creare un clima più intimo, si potrebbe sempre rendere meno (figurativamente) “gessata” la (chiamiamola pure) “conversazione”, alludendo all’allocutario: “Beh, adesso possiamo darci del tu!” (“Puedes tutearme”).
Elena Loewenthal: “La carezza. Una storia perfetta”, La nave di Teseo, Milano 2020
