IL CONTEST LETTERARIO “Il MaR fra mezzo” PROCLAMA I VINCITORI
Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

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ERGAM-8, NASCITA… D’UN’ACQUA DI COLONIA
Forse, non è del tutto scontata, quale sarcastica battuta, né tantomeno assurda e non plausibile la stessa “voce”, come scrive Pasquale Amato in “Storia del Bergamotto di Reggio Calabria – l’affascinante viaggio del principe degli agrumi” (Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2005), che ne farebbe derivare l’etimo dalla città “poco mediterranea” di Bergamo, se è vero, come possibile, attribuire tale denominazione a quel Renato I di Valois-Angiò, detto il Buono, divenuto duca di Lorena nel 1431, e re di Napoli dal 1435, il quale, in attesa di raccogliere l’eredità dell’ultima dei Durazzo, proprio dalla regina Giovanna II, nel corso delle sue scorribande per la nostra penisola, avrebbe conosciuto questo frutto durante il suo soggiorno presso un’abbazia orobica, dove ingegnosi monaci alchimisti già ne distillavano la misteriosa essenza.
Un ibrido autoctono?
L’albero sarebbe, quasi miracolosamente, apparso, probabilmente come ibrido – di cedro (Citrus medica) e arancia amara (Citrus aurantium), in cui quest’ultima rappresenterebbe il genitore materno mentre il cedro quello paterno, – sotto forma di piantine, proprio in quello stesso periodo, e giusto nel territorio del regno di cui sarebbe venuto in possesso, in seguito alla prematura dipartita del fratello Luigi III, successore designato a suo tempo al posto di Alfonso V d’Aragona. Il duca di Calabria, – titolo del diritto dinastico acquisito dall’angioino del ramo di Valois, anche a dispetto dell’ambizioso Sergianni Caracciolo, presunto amante della regina, – premorì a questa, dopo aver contratto la malaria a Cosenza.
Gli agrumi primigeni
Sembra che i progenitori di tutti gli altri agrumi oggi conosciuti siano soltanto tre (o quattro, se includiamo l’esotica papada): cedro, mandarino, e quel gigantesco frutto d’altri tempi definito per lo più con nomi locali, quali jaffa (dall’antica città portuale nella parte meridionale e più antica di Tel Aviv-Yafo), toronja (in idioma tamil, dall’arabo «turunǧah»), pummelo o pomelo (confondendolo però con il pompelmo rosa) in Spagna, e, in Italia, pampaleone o sciadóccu, dialettizzazione genovese dall’inglese Shaddock, il cognome di quel comandante del veliero dal quale per primo venne sbarcato nel porto ligure, per poi essere introdotto nel resto d’Europa.
Pomelo/pompelmo
Il pompelmo, che ne deriva, viene considerato inevitabilmente un ibrido (incrocio spontaneo tra l’agrume tropicale, toronja, e l’arancio dolce, naranja), il quale, a poco a poco, avrebbe quasi soppresso l’originale, in quanto versione mediterranea, territorialmente acclimatata, del pomelo originario, o addirittura evoluzione naturale della specie primitiva. Per effetto d’un più alto contenuto di antiossidanti, dalla varietà “bianca” si sarebbe prodotta la mutazione in quella rossa.
Lo strano caso delle arance “rosse”
Anche le arance “rosse” di Sicilia sviluppano il loro alto contenuto di antocianine, e di conseguenza quel loro particolare colore, soltanto in determinate condizioni ambientali, in cui possano, specialmente durante la fase maturativa, accumulare calore durante il giorno, sopportando basse temperature notturne. In mancanza d’un tale clima, i frutti non riuscirebbero a produrre la sufficiente quantità di antocianine, rimanendo, allora, quasi indistinguibili dalle varietà di arance bionde comuni. Per cui è divenuto ideale per il loro corretto sviluppo proprio il tipico clima siciliano dell’area del monte Etna.
Una questione di retrotrasposoni?
Difatti, il gene responsabile dell’attivazione della produzione di antocianine è presente in egual misura nelle arance rosse come in quelle bionde. Semmai, la responsabilità della differenza sarebbe da imputare a una categoria di sequenze del DNA, definita di retrotrasposoni, che ne controllano precipuamente l’attività. Le piante sono straordinariamente ricche di tali sequenze genetiche, in grado di rimanere silenti, così come di muoversi o replicarsi. E solo nelle arance rosse quel certo retrotrasposone sarebbe inserito in modo da intervenire geneticamente nella giusta attivazione che s’ottiene allorquando la pianta resta esposta a temperature sufficientemente fredde.
Un’unicità ambientale?
Il freddo, però, non è “l’unica” condizione, perché, se le basse temperature inducono la produzione di antociani, il caldo continua a restare indispensabile per ottenere dei frutti abbastanza gustosi. Ciò spiega le difficoltà incontrate nell’insistere a coltivare arance rosse in luoghi geografici che non abbiano le caratteristiche territoriali e climatiche delle falde del vulcano siculo. Ancora una volta, ciò avvalora l’importanza dell’unicità ambientale necessaria a favorire determinate potenzialità, così come delle arance rosse, del bergamotto reggino.
Hunan e Jiangxi
Sebbene esista tutt’ora una varietà di arance rosse nella terra d’origine di un po’ tutti gli agrumi, ovverossia le regioni cinesi meridionali di Hunan e Jiangxi, quelle siciliane si sarebbero originate a seguito d’una mutazione del tutto indipendente, che con buona probabilità sarebbe avvenuta successivamente all’ambientazione dell’arancia dolce bionda nell’area mediterranea dov’era stata introdotta proprio dal lontano oriente.
Il colore d’un… linguaggio?
Lo strettissimo legame con l’ambito primitivo cinese è stato conservato nel nome della rutacea definita scientificamente Citrus reticulata. La denominazione riferita invariabilmente a pianta e frutto riprende quella degli antichi funzionari imperiali solitamente abbigliati d’arancione, il colore della maturazione di questo agrume. Alla stessa maniera si definisce quella varietà “standard” della lingua cinese (Hanyu) in uso tra gli amministratori della burocrazia, in specie durante la dinastia Ming e Qing, e più propriamente detta “Guanhua“, “dialetto di corte, ovvero parlata degli ufficiali”.
Tangerine… Dream ed Electronic Meditation?
Il vero mandarino si presenta d’un colore arancio chiaro e leggermente appiattito, con il peduncolo in una piccola infossatura, mentre il frutto dapprima solitamente importato dalla sponda nordafricana del Mediterraneo, presso il porto marocchino di Tangeri, detto appunto “tangerino”, sarebbe un ibrido del mandarino con l’arancio, riconoscibile per una buccia dal colore più acceso e il peduncolo che, come in certi limoni, fuoriesce da una piccola protuberanza.
Gli ibridi tra il mandarino e l’arancio amaro (da cui genericamente: mandaranci), in particolare cioè clementini (dal nome dello scopritore Fra Clément Rodier), avendo dimostrato di possedere qualità durature e ripetibili, potrebbero essere ritenuti specie a parte, analogamente alle limette, che si ibridano tuttavia con estrema facilità.
Mandarino o Kankitsu?
D’origine nipponica, una cultivar di “mandarino senza semi” (in cinese: wúhé jú), facilmente sbucciabile, verrebbe chiamata satsuma, laddove come mikan (dal cinese wēnzhōu mìgān) sarebbe considerata un’«arancia» (citrus unshiu) delle dimensioni però d’un mandarino.
Tuttavia, in realtà, si tratterebbe di sinonimi, perché, il termine giapponese “Kankitsu” indica genericamente il colore arancione piuttosto che la tipologia dell’agrume, e, dopo che molte varietà diverse sono state introdotte dalla Cina nel paese del Sol levante, a cominciare dall’VIII secolo, solo dalla fine del XIX la varietà più importante è divenuta proprio quest’unshiu (mandarancio), coltivato in grandi quantità nelle regioni più calde dell’impero, per poi essere trapiantato in Florida nel 1878, come “arancia” Satsuma, dal nome d’una regione nell’isola di Kyūshū.
Mikan
Proprio come il mandarino è diverso dalle arance navel o dal Cara Cara a polpa rossa (dall’incerta discendenza da una mutazione spontanea della gemma su d’un albero d’arancio navel di Washington), il mikan possiede una sua unicità e, in Giappone, resta uno dei frutti più popolari, che apparentemente sembrerebbe un comune mandarino, ma dimostra d’avere un sapore abbastanza diverso, meno leggero, più audace e variabile a seconda del periodo; anzi, durante una stagione intermedia che da settembre si prolunga fino a marzo, modifica proprio l’espressività del gusto. All’inizio dell’autunno risulta estremamente succoso ma un po’ acidulo: tra ottobre e dicembre, la tipologia di mezza stagione racchiude in sé sia la dolcezza delle arance navel così come l’agro del pompelmo, mentre da gennaio a marzo raggiunge una piena gradevole piacevolezza.
Sumo
L’agrume sumo o dekopon è una versione ingigantita del mandarino giapponese; ma non è solo enorme, poiché in cima presenta anche una “protuberanza”, e un profilo aromatico piuttosto significativo.
Kumquat
Più controversa la tassonomia del kumquat, abbastanza resistente al freddo, per lo più generalmente assegnato alle specie Citrus japonica e hindsii. Per colore e forma, il frutto ricorda molto l’arancia (Citrus sinensis), seppure parecchio miniaturizzata alle dimensioni d’una grossa oliva.
L’analisi genomica
Gli studi più recenti avrebbero trovato supporto per una suddivisione dei kumquat nei sottogeneri: Protocitrus, per quanto riguarda la varietà selvatica di Hong Kong, ed Eufortunella (dal nome dell’orticultore britannico Robert Fortune), per le varietà coltivate, la cui divergenza risalirebbe a epoca precedente la fine della glaciazione quaternaria, forse tra due ancestrali popolazioni isolatesi rispettivamente a sud e a nord della catena montuosa di Nanling.
Citrus/Cedrus
Ancora più singolare il caso del cedro, fin dall’imprecisa denominazione derivata da una volgarizzazione del termine latino Citrus, la cui ambiguità lo riconduce alla conifera Cedrus.
In verità, anche il termine greco antico di kitron (κίτρον) proverrebbe dal nome del cedro del Libano, kedros (κέδρος), originato, forse attraverso l’etrusco, da una radice pre-indoeuropea appartenente alle arcaiche “lingue mediterranee”. Ulteriore motivo di confusione il fatto che, in tedesco e inglese, più che in francese, i termini che lo indicano sono “falsi amici” (dal significato differente, pur presentando una notevole somiglianza morfologica o fonetica), e oltralpe si traduce cédrat , invece di cèdre, ciò che oltremanica si potrebbe riferire pure al limone, visto che fino al XVI secolo, i nomi germanici e anglosassoni Zitrone e citron potevano includere appunto quest’ultimo e forse anche il lime.
Naranj/ turunj
Nelle lingue indo-iraniane, per distinguerlo dall’arancio amaro, naranj, viene chiamato turunj, ma entrambi i nomi furono presi in prestito dall’arabo (turunǧah) per poi essere introdotti nella penisola iberica, dopo l’occupazione musulmana del 711. E, mentre “toronja“, oggi, in spagnolo, descrive il pompelmo, il primo termine diede origine ad “arancia”, attraverso un processo (storico-)linguistico (di rebracketing, ovvero ri-segmentazione o meta-analisi) per cui una parola originariamente derivata da un insieme di morfemi viene scomposta (n-aran-j) e riproposta in un insieme diverso (aran-j-a-n).
Mela assira o macrocárpa
Seppure nella Naturalis Historia venga classificato da Plinio quale “mela assira”, spontaneamente cresce in molte località dell’India. Per la commercializzazione della spessa buccia verde chiaro candita, i mercanti olandesi importavano stagionalmente dal sud-est asiatico la varietà macrocárpa di Citrus médica, identificandola come Sukade, parola indonesiana che sta per amore.
Sukkot
La riscoperta “moderna” di questo frutto risalirebbe però a poco più di quattrocento anni addietro e va attribuita a dei rabbini ortodossi, perché iI cedro, che in ebraico si chiama Etrog (אתרוג, dal persiano Thorung), svolge, infatti, un ruolo di primo piano e di centrale mitzvah (comandamento) nella tradizione ebraica della ricorrenza religiosa, tra le più sentite, del Sukkot, o “festa delle capanne”.
Riviera dei Cedri
Precise caratteristiche soddisferebbero la mistica simbologia biblica. Innanzitutto, il verde frutto, d’una forma conica che ricorderebbe il cuore, e recante un pezzo di peduncolo, deve provenire da una pianta perfettamente sana, non innestata e di almeno quattro anni. Tali ricercate qualità sono particolarmente riconosciute nella cultivar “Liscia Diamante”, che è possibile ritrovare in un’unica zona d’Italia corrispondente alla riviera tirrenica settentrionale cosentina, la quale da Tortora scende a Sangineto; e che, non per questo, va identificata con la goethiana “…Land, wo die Zitronen blühn, Im dunkeln Laub die Goldorangen glühn” (… terra, dove i limoni fioriscono, sovra bruno fogliame le arance d’oro scintillano …) della poesia Mignon, che precede il “Wilhelm Meister”.
Rotta sud-est/nord-ovest
Sembra che tutte le specie di agrumi siano originarie delle regioni tropicali e subtropicali del sud-est asiatico, da dove si sono diffuse seguendo antiche rotte marittime e terrestri.
Papada
Solo le specie di papada hanno ricevuto attenzione commerciale limitata, a causa dei frutti amari e meno appetibili rispetto ad altri agrumi, e della crescita generalmente lenta, per cui oltre a costituire semplici elementi del paesaggio, come l’ichang papeda, vengono impiegate di norma come portinnesti.
Le provenienze delle tipologie adesso coltivate risultano difficili da rintracciare dopo oltre quattro millenni. E non c’è da meravigliarsi se spesso si sono immaginate delle origini piuttosto stravaganti e le spiegazioni più fantasiose sono state attribuite oltre che alla provenienza anche alla stessa denominazione della varietà.
Per alcuni botanici estrosi l’albero del bergamotto sarebbe potuto derivare da un incrocio tra un “arancio amaro” e persino una malvacea, come il tiglio – e “I bruchi di Locri non battono ciglio se brucano alacri le foglie del tiglio”, diceva Toti Scialoja!-. Con minore estrosità, per altri, sarebbe un ibrido apparso accidentalmente da semi o innesti di limone, a sua volta derivato dall’incrocio tra l’arancio amaro e il cedro (ma non la pinacea, ovviamente).
Bey armudu
Applicato al frutto di Citrus bergamia, il nome bergamotto risulta d’oscura origine. Non convince l’etimologia ottomana di Bey armudu, “gentiluomo pero”, o viceversa di Beg ar mudi, “principessa delle pere”, per il banale motivo che l’introduzione di questo tipo d’agrume in Turchia, ad Antalya, è relativamente recente, a parte rare collezioni da giardino botanico. Per la medesima ragione va esclusa la provenienza dall’ellenistica Pergamo, attuale Bergama nella provincia di Smirne.
Nürnbergische Hesperides
Eppure, un briciolo di suggestione potrebbe trasparire da quell’accostamento con il falso frutto delle piante del genere Pyrus, di cui diverse varietà assumono un’analoga denominazione, tipo Crassane, o ancora meglio Esperen, se, nel 1706, anche il botanico tedesco Johann Christoph Volkamer osservò con notevole interesse che la sua forma ricorda proprio quella della “pera di bergamotto”, da cui egli supponeva che ne derivi il nome (e non viceversa!).
Due anni dopo, – in un’epoca in cui ancora si credeva che le “mele d’oro delle Esperidi” della mitologia greca si riferissero agli agrumi, – nel suo trattato botanico ampiamente illustrato, dal titolo “Nürnbergische Hesperides” (Esperidi di Norimberga, o descrizione approfondita dei nobili frutti di cedro, limone e arancia amara…), descrive il tipo a foglia seghettata (Bergamotto con foglia rizza) del Lago di Garda, distinguendolo da quello a foglia liscia; e non trascura di menzionare lo squisito aroma della buccia, dalla quale conferma che gli italiani sono in grado di estrarre un profumo pregiato.
De Malorum Aureorum Cultura
Molto presumibilmente, l’opera di Volkamer potrebbe essere stata ispirata al lavoro dell’erudito Giovan Battista Ferrari, professore di ebraico e di retorica al Collegio Gesuitico romano ed editore d’un dizionario siriaco-latino (Nomenclator Syriacus, 1622), ma anche autore, in collaborazione con Cassiano dal Pozzo, d’un’altra “Hesperides” (sive de Malorum Aureorum Cultura et Usu Libri Quatuor), il cui primo volume è interamente dedicato agli agrumi e al loro assortimento.
Le orangeries seicentesche
La pubblicazione avvenne per la prima volta nel 1646, in un momento in cui era sempre più crescente e l’interesse e la raffinatezza strutturale nelle e delle diverse orangeries seicentesche, costruite per proteggere gli alberi di agrumi dal freddo del Nord Europa, così come dal caldo delle estati italiane. Alcune tavole mostrano, infatti, tali edifici, attrezzi da giardino, e pure scene mitologiche con protagonista Ercole; ma, per la maggior parte, sono dedicate ai frutti interi, ripresi a grandezza naturale, comprese le loro sezioni. E per queste illustrazioni s’avvalse del contributo di rinomati pittori e disegnatori del barocco romano, come Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Nicolas Poussin, Guido Reni, ecc.
Museo della Natura Morta
All’artista fiorentino Bartolomeo Bimbi, coadiuvato dal botanico italiano, ricordato come il fondatore della moderna micologia, Pier Antonio Micheli, si deve la collezione “Medici Citrus” risalente al XVIII secolo. È lui l’autore della celebre tela del 1715: “Melangoli, limoni e limette”, conservata al Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano.
Villa medicea di Castello
Il critico d’arte Giuseppe Delogu ne ha recentemente rivalutato le divertenti frutterie, provenienti dalla villa medicea di Castello e conservate nei depositi degli Uffizi, consistenti in piatti e canestri ricolmi di vari tipi di prodotti provenienti dai poderi medicei. Su svariati e attraenti sfondi, che vanno dal graticcio d’una limonaia all’inquadratura tra cariatidi sorridenti, oppure dall’austerità d’un loggiato alla tenda di velluto trattenuta da cordoni dorati, pere, mele, fichi, uve, ecc., con l’indicazione della stagione della maturazione, si presentano numerati e descritti, quando sulla base di una qualche colonnetta, quando su d’un cartiglio elegantemente srotolantesi dall’orlo del tavolo.
Una wunderkammer su tela
A servizio dapprima di Cosimo III e poi della figlia, Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa, il Bimbi non s’è limitato semplicemente ai soggetti tradizionali di fiori e frutta, ma s’è preoccupato di rappresentare quelle “curiosità di natura”, degne d’una wunderkammer, come le più strane varietà animali e vegetali, dalle conchiglie circonvolute agli agrumi d’ogni varietà. Nel seguire la moda aristocratica del tempo, era obiettivo del granduca la catalogazione minuziosa della più vasta rassegna di specie botaniche da perseguire con mezzi artistici, senza peraltro trascurare una precisione descrittiva quasi scientifica, assicurata dal botanico di corte Pier Antonio Micheli.
Il simbolismo agricolo della Crusca
Per la dinastia granducale eseguì, inoltre, grandi tele destinate alle ville della Topaia e dell’Ambrogiana, mentre, per l’Accademia della crusca, che come compito principale aveva lo studio e il raffinamento della lingua fiorentina mediante l’epurazione dalle possibili contaminazioni come dalla crusca per la farina, preparò, per coloro che militarono nella prestigiosa istituzione, delle “pale da pane”, quali imprese dei “ cruscanti”, con le quali adornare, attraverso questo simbolismo agricolo, le pareti della sala consiliare.
Nel 1686, il siciliano Francesco Procopio, detto Cutò (in francese mal interpretato come Couteaux e ritradotto in italiano con la “nobilitazione” di De’ Coltelli), nel trasformarsi nel monsieur Procope del celebre Café al numero 13 di rue de l’Ancienne-Comédie, considerato il padre della crème glacée, piuttosto che del sorbetto, già importato da Caterina de’ Medici, avrebbe avuto anche il merito di introdurre alla corte del re Sole l’olio essenziale di bergamotto.
Mentre, a rendere molto popolare in Germania un nuovo prodotto da aromaterapia, Aqua Admirabilis, non fu tanto il suo primo promulgatore, il venditore ambulante e barbiere Giovanni Paolo Feminis, che avrebbe formulato una prima ricetta, ottenuta, o estorta, però da certe suore di sua conoscenza, a base d’una miscela, macerata in acquavite, dell’idrolato di varie piante (dal cedro e il limone alla lavanda e al rosmarino) in un infuso a base di olio di bergamotto e fiori d’arancio, capace di curare «dal mal di stomaco al mal di denti».
Tale formula venne rilevata da Giovanni Antonio Farina e successivamente perfezionata da un esperto distillatore di alcol etilico, appartenente alla stessa famiglia Farina, Giovanni Maria, il quale rielaborò la gamma delle fragranze, distillando più volte l’eau de vie per liberarla da quelle imperfezioni dovute all’impiego dell’acquavite.
Le basi della profumazione
È tuttavia difficile trovare in profumeria una fragranza preparata esclusivamente a base di bergamotto perché, proprio per definizione, si tratta d’un sentore molto debole, nonostante tutto. Il suo impiego necessita pertanto d’una perfetta conoscenza delle basi stesse della profumazione, procedura complessa, quanto delicata, e senza dubbio raffinata, poiché corrisponde a un insieme di note che vengono scelte talvolta per il loro lato maggiormente tenace, talaltra per quello più effimero.
La piramide olfattiva
Generalmente il profumo si rappresenta sotto forma d’una specie di piramide olfattiva la cui cima è costituita dalle cosiddette “note di testa”, nella parte centrale quelle di cuore e alla base le note di fondo. La semplicità descrittiva d’un diagramma esplicativo risulta utile dal punto di vista propedeutico, ma non rende completamente una realtà molto più complessa. Le note, infatti, tra loro s’intrecciano, colloquiano quasi, si rispondono e si sublimano a vicenda.
Una sfaccettatura “agrumata”
In quasi tutti i profumi è importante una sfaccettatura “agrumata”, che li riveste di “note di testa”, in quanto volatile, quindi poco tenace e tale da donare ai medesimi una sorta di sorridente presentazione che valga da prima impressione. Pur presente in eau de toilette ed eau de parfum, femminili o maschili, la si ritrova in maggior quantità nelle colonie o nelle “acque dolci”, dove diventa il tema principale; risulta allora determinante la famiglia degli agrumi, sia essa del mandarino, pompelmo, lime, o anche arancia (neroli). Sono in genere questi a conferire dunque quella sensazione molto effimera ma, allo stesso tempo, corroborante di freschezza un po’ a tutti i profumi in uso.
Amato P. Storia del Bergamotto di Reggio Calabria – l’affascinante viaggio del principe degli agrumi, Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2005
Delogu G. Un nuovo piccolo maestro: Bartolomeo Bimbi, in Emporium, LXVI, pp. 59 s., ill. 1-9, 1960
