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IL PROFUMO DELLA MEMORIA 

È con gioia, soprattutto, però, con nostalgia, che ospitiamo il ricordo di Padre Ernesto Monteleone, vergato da Antonio Strangio, giornalista e scrittore. 

Prima di ceder la pagina ad Antonio, ci sia consentito rivolgere, a noi di CalabriaPost, unitamente a Città del Sole Edizioni ed a Spazio Open, un ultimo terreno sguardo all’Amico Padre Ernesto. 

Ricordiamo il sorriso suo e la sua grandezza umana e culturale, nonché la sua voglia di farsi piccolo per far parlar Dio, Padre suo. 

E giacché la tristezza si sta impossessando di noi, vogliamo vincerla riprendendo in mano Vita di San Nicodemo: un libro che Città del Sole pubblicò nel 2010. L’autore è il Monaco Nilo, la traduzione è del professor Domenico Minuto, l’introduzione, il commento e le note son di padre Ernesto Monteleone Eremita. Lì, fra quelle righe, ritroviamo Padre Ernesto, Uomo di Dio capace di mettere a soqquadro le certezze e le convinzioni degli uomini che abitano sotto al Cielo e sulla Terra. 

Addio … A-Dio Padre Ernesto, grazie d’averci regalato la Tua Amicizia, grazie d’averci condiviso il Tuo sapere, grazie d’esser sempre stato desideroso d’ascoltarci… 

Ora, però, è tempo di leggere il ricordo di Antonio Strangio…: 

L’Eremita che Parlava al Silenzio: il Canto Lento di Padre Ernesto Monteleone 

C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui le persone semplici diventano fari. Non perché compiono gesti clamorosi, ma perché abitano il mondo con una gentilezza antica, capace di incidere più delle parole.  

Padre Ernesto Monteleone, l’eremita dalla barba lunga che aveva scelto il Santuario di San Nicodemo a Mammola come dimora dell’anima, è stato questo: un faro discreto, un uomo di silenzio e ascolto che per 82 anni ha camminato tra gli uomini senza mai chiedere nulla, donando tutto. 

La sua morte non spegne ciò che è stato. Anzi, ne libera il senso. 

Ed è significativo che don Ernesto sia tornato alla Casa del Padre proprio tra la vigilia e la festa dell’Immacolata, lui che alla Madonna aveva dedicato ogni suo spazio e ogni suo silenzio, nella cornice sacra e segreta del Santuario di Polsi. Quasi un ultimo atto d’amore, un ritorno fra le braccia materne. 

Perché la vita di padre Ernesto è stata un Vangelo vissuto senza clamori, una preghiera fatta soprattutto di silenzio, pazienza, lentezza, virtù estinte in una società che corre, scorda, e raramente si volta indietro a guardare le proprie ombre. 

Di lui voglio ricordare gli anni trascorsi al Santuario di Polsi, quando il superiore era don Pino Strangio. Padre Ernesto non mancava mai una festa: arrivava puntuale come le stagioni, e la sua presenza sembrava seguire il ritmo dei boschi che circondano quel luogo sacro. Alloggiava in una piccola stanza del vecchio palazzo del vescovo, e lì restava anche quando i pellegrini ridiscendevano a valle. Il silenzio del dopo-festa era la sua liturgia segreta. 

Le sue giornate erano semplici come acqua di sorgente. Si alzava all’alba, forse alle cinque, e prima di andare in chiesa sorseggiava un caffè caldo preparato dalle mani dure di Totò Giorgi, il primo pellegrino del mattino, l’uomo che anticipava la luce e che attendeva padre Ernesto con la naturalezza con cui si attende un amico. Durante la novena, a loro si univa padre Pino Stancari, il gesuita dalla mente limpida e dall’anima grande, un gigante del pensiero puro che amava padre Ernesto come si ama ciò che non ha bisogno di parole per essere compreso. 

Parlava poco, infatti. La sua voce era un filo sottile, ma il suo sguardo parlava come un intero libro. E nei confessionali di Polsi, dove trascorreva gran parte della giornata, la sua presenza portava pace. Non si stancava mai: ascoltava, accoglieva, ricuciva. Poi celebrava la prima o l’ultima messa, come se aprisse e chiudesse la giornata del santuario con una benedizione fatta di calma e misura. 

A tavola era discreto, anzi quasi invisibile: mangiava poco, apprezzava tutto, e accettava volentieri un bicchiere di vino, tranne il venerdì. Quel giorno il suo bicchiere e il suo piatto restavano capovolti, un gesto che valeva più di mille prediche. Così aveva deciso, così viveva. 

Dispensava parole come semi di saggezza, rare ma preziose. Ti restavano dentro. Ti cambiavano. Lui non lo diceva, ma lo sapeva: l’essenziale non si impone, si consegna piano. 

Ora che non c’è più, lo vedo ancora camminare lentamente per le stradine del vecchio borgo di Polsi, le scarpe da tennis consumate sotto la veste bianca, salire le scale del convento, sedersi all’ombra del castagno che non esiste più. Lo immagino lì, ad ascoltare il vento delle stagioni, a contemplare senza giudicare, ad amare quel mondo duro e bellissimo che lui, con la sua vita austera e luminosa, aveva arricchito di una dolcezza rara e preziosa. E non stupisce che il suo ultimo passo terreno sia avvenuto nei giorni dedicati all’Immacolata: era come se la Madonna – quella che lui aveva servito con passi lenti e preghiere segrete – lo avesse atteso proprio allora. 

E mentre il tempo gli ha dato fatiche e solitudini, non gli ha tolto la bellezza.  

La sua esistenza, forse povera agli occhi del mondo, è stata ricca come un abbraccio che non finisce.  

Una vita dura, a tratti, ma per questo ancora più preziosa. Anzi, necessaria. 

Ai giovani di oggi, che corrono senza sapere verso dove, padre Ernesto lascia un’eredità silenziosa: che la vera grandezza non urla, che la pace nasce dall’ascolto, che la bellezza è nella lentezza, che la vita – anche quando è dura – può essere bellissima se donata. 

I santi non sempre fanno miracoli visibili.  

A volte sono solo uomini che camminano piano, con una barba lunga e un sorriso capace di illuminare la stanza. 

Uomini che parlano al silenzio. E il silenzio risponde. 

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