Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...
“Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo paese”. Lo diceva quel bolscevico travestito da prete di Alcide De Gasperi, che in realtà però aveva mutuato il pensiero del predicatore teologo statunitense James Freeman Clarke (1810-1888).
Giuseppe Falcomatà, che a giorni taglierà trionfalmente il traguardo record di sei anni di sindacatura, è figlio d’arte e incarna, sulla perfetta scia del padre, quel senso della politica alta che non è molto praticato alle nostre latitudini; quel tipo di politica che marca la differenza tra chi pensa soltanto ai propri interessi e al proprio tornaconto personale, mancando così tra l’altro di lungimiranza programmatica, e chi invece fa della propria azione politica un fatto sociale totalizzante, dove la politica e l’economia si fondono con l’etica, dando vita ad un potere che diventa servizio disinteressato, che de-oligarchizza i privilegi e si occupa sempre e soltanto del vero Bene Comune.
Il 26 ottobre del 2014, il 60,99% dell’elettorato reggino ha dato in gestione all’allora giovanissimo Giuseppe Falcomatà un campo di grano sterminato e potenzialmente fertilissimo, devastato da una gestione precedente incosciente, dissennata e scellerata. Falcomatà, con coraggio e determinazione leonini, ha scelto la strada più impervia ma lungimirante, rifuggendo alla tentazione di restituire immediata fertilità al terreno nutrendolo di concimi venefici. Ha provveduto a mettere in sicurezza gli argini del campo, ha avviato l’estirpazione della gramigna e ha proceduto a una scelta accurata e consapevole delle sementi. Ha chiesto al suo popolo dei grossi sacrifici, ma l’ha ripagato con la forza del suo esempio e con l’azione proficua e virtuosa del buon padre di famiglia. Ha garantito e riavviato i servizi essenziali, ha protetto e sostenuto le fasce più deboli della popolazione, ha pianificato un’azione di ricostruzione, crescita e sviluppo talmente imponente da richiedere tempi ben più lunghi di un solo mandato. Al tempo della semina segue quello del raccolto ma, come diceva Robert Louis Stevenson, non bisogna giudicare ciascun giorno in base al raccolto che si è ottenuto, ma in base ai semi che si sono piantati.
L’auspicabile secondo mandato di Giuseppe Falcomatà, sarà il tempo del raccolto a beneficio della nostra comunità e delle future generazioni. La malapolitica non sarà più un problema, si è già messa da parte da sola con questa campagna elettorale a dir poco surreale, il principale nemico che Falcomatà dovrà affrontare e sconfiggere è il potere bizantino che domina aporisticamente la burocrazia amministrativa.
Lo storico Franco Arillotta ha scritto: “L’Italiano meridionale è oggi il risultato di tutto quello che nella sua Storia è stato scritto. Ma forse la sindrome bizantina è quella che ha lasciato l’orma più profonda…”; Giuseppe Falcomatà dovrà far tesoro di questo ammonimento e dell’esperienza maturata nel primo mandato e fare piazza pulita di gran parte dell’apparato burocratico e amministrativo del Comune e della Città Metropolitana, che è interessato esclusivamente a mantenere le proprie rendite di posizione e non ha assolutamente a cuore lo sviluppo della nostra comunità. Questa è la conditio sine qua non per il completamento proficuo del secondo mandato e per lo sviluppo definitivo della nostra città.
