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IL TEATRO CONTEMPORANEO A REGGIO, UNA BELLA STORIA: IL GLOBO TEATRO FESTIVAL

Il Teatro contemporaneo nasce da una rottura del piano semantico tradizionale, riesce a aprire il codice linguistico ad altri orizzonti semiologici ma anche temporali, riesce a suggerire più storie all’interno di una storia.

Il frammento si dilata in un tempo, che proprio perché scevro di una serie di riferimenti si inserisce nella rappresentazione della realtà attuale, che non ha più una sua centralità, e si rappresenta perfettamente nella fluidità propria del nostro tempo.

Ma se Baumann analizza la società contemporanea attraverso la sua mancanza di riferimenti costanti, la sua mancanza di costruire un susseguirsi coerente di idee e manifestazioni, persa appunto in una ‘assenza’, e priva di ‘conseguenzialità’, il teatro contemporaneo la narra, attraverso un racconto che si pone come percorso ardito e complesso.

Per Antonin Artaud, (Marsiglia 4 settembre 1896 e morto a Ivry-sur-Seine/ 4 marzo 1948)

‘Tutta l’umanità vuole vivere, ma non vuole pagarne il prezzo e il prezzo è quello della morte.’ Ed è proprio da questo apparente paradosso che nasce tutta la tensione scenica e testuale del teatro contemporaneo, di cui Artaud è scrittore, teorico, regista e attore. 

Per A. compito del teatro sarebbe scuotere e sconvolgere lo spettatore.

E infatti, il suo teatro della crudeltà intendeva appunto proporre uno spettacolo totale in cui fossero impiegati tutti i mezzi d’azione (luci, suoni, gesti, vicende, ecc.) atti a suscitare la partecipazione incondizionata dello spettatore.

E ancora dice: ‘Non è un fatto puramente casuale se nel teatro francese d’avanguardia i principali tentativi di ricerca sono stati dapprima condotti sulla messa in scena. È che era urgente, grazie allo sviluppo delle possibilità sceniche esteriori, ritrovare quel linguaggio fisico che il teatro francese aveva totalmente dimenticato da quattro secoli; e, sviluppando queste possibilità, non si tratta, per il teatro francese, di cercare di scoprire un effetto decorativo; no, ciò che esso pretende di trovare sotto l’effetto decorativo è la lingua universale che lo unirebbe allo spazio interno. Il teatro francese cerca lo spazio per moltiplicare la sua espressione nello spazio; […] E far parlare lo spazio è dar voce alle superfici e alle masse. (da Il teatro del dopoguerra a Parigi).

Ma è invece Bertolt Brecht ad affermare: ’E vi preghiamo, quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: “È naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile’.

Possiamo focalizzare la nostra attenzione sulla ferocia cieca dell’umanità contemporanea, e sullo smarrimento morale che la caratterizza.

Prendiamo ora ad esempio l’opera di Heiner Muller, autore nato nel 1929, nella Germania dell’Est, e che si ritrova a vivere tra due dittature, come dirà lui stesso, e che sceglierà di rimanere nella DDR, e di continuamente rivivere il senso del tradimento, nato in lui quando da bambino il padre viene arrestato in casa, davanti a lui che finge di dormire, e non risponde alla sua chiamata.

E abbiamo così due tradimenti, un vero e proprio ‘trauma primario’, quello del padre che inspiegabilmente, per un bambino, va via, e quello suo, che non risponde, e si allontana per sempre dal genitore, al punto che quando poi crescerà affermerà di provare verso di lui e verso anche la madre, un senso di ‘estraneità’.

nel 1951 Müller si trasferisce dalla Sassonia a Berlino, dove vive per diversi anni senza fissa dimora. Lì spera invano di essere preso nel Berliner Ensemble, la compagnia di Brecht, e scrive i drammi didascalici del mondo della produzione, ‘Lo stakanovista’ (1956) ‘La correzione I e II’, nel 1957 e 1958, sulla costruzione del Kombinat Schwarze Pumpe.

In un certo senso la sua è una generazione orfana, tradita dalla guerra, e anche dal dopoguerra.

In ‘die Hamletmaschine’ tutto questo diventa chiaro, pur all’interno di una scrittura a tratti oscura, difficilmente l’opera viene rappresentata e riecheggiano le parole di Ofelia che dice:’ Abbasso la gioia della sottomissione. Viva l’odio, il disprezzo, la rivolta, la morte’.

Questo stesso senso di estraneità accompagna i naufraghi di “In alto mare”, di Sławomir Mrożek, andato in scena sabato 28 ottobre, presso l’Auditorium “De Gasperi” dell’Istituto comprensivo “Catanoso – De Gasperi”, a Reggio Calabria.

Lo spettacolo, in prima regionale, è la nuova produzione di Nutrimenti Terrestri e Castello di Sancio, due delle realtà più interessanti del teatro di ricerca del panorama nazionale.

Interessante la regia di Roberto Zorn Bonaventura, che ne dà una lettura personale pur con rigoroso rispetto del testo originale, e che cura anche ideazione luci e spazio scenico, e le interpretazioni puntuali di Gianfranco Quero, Giulia De Luca, Francesco Natoli e Michelangelo Maria Zanghì, lo spettacolo propone il celebre testo del 1961 dello scrittore, drammaturgo e fumettista polacco, le cui opere esplorano i temi del Teatro dell’Assurdo e li traducono in una feroce critica sociale.

In Alto Mare si racconta un’umanità che ha perso la propria capacità empatica, ci troviamo di fronte a un testo in cui non c’è più spazio per ‘l’equivoco’, spesso presente nel teatro dell’assurdo, tutto è infatti, desolatamente chiaro, l’umanità è diventata estranea a sé stessa, e ‘cannibale’.

Tre naufraghi devono decidere chi di loro uccidere per nutrirsi e sopravvivere, tra meschini tentativi di sopravvivenza, e parole ormai svuotate di senso, come ‘democrazia’.

Tre naufraghi emblema di un grande fallimento, quello dell’umanità che ha perso sé stessa.

Questa rappresentazione, curata e voluta dal Globo Teatro Festival, e che è organizzato dalla compagnia Officine Joniche Arti e promosso dal Comune di Reggio Calabria, nell’ambito del progetto “ReggioFest2023: cultura diffusa”, è un significativo esempio di interesse per le nuove forme espressive del Teatro, e un importante approccio sistemico alla realtà sociale e culturale dell’oggi.

Accattivante l’interpretazione di Giulia De Luca, voce narrante dell’opera, che offre, grazie alla regia di Roberto Zorn Bonaventura, la possibilità di rendere il testo più vicino al territorio calabrese e alle sue dinamiche.

L’intelligente direzione artistica di Maria Milasi e Americo Melchionda, si distingue per la scelta di una programmazione in grado di dialogare con il contemporaneo e di fare la differenza sul nostro territorio, aprendosi a un teatro che altro non è che dialogo sul presente, un allestimento asciutto   che si avvale dei costumi di Cinzia Preitano e le maschere di Nathalie Casaert, con l’aiuto regia di Gabriele Crisafulli, e la collaborazione di Monia Alfieri e Martina Morabito.

Quindi il volto di una Calabria che riesce a dialogare con realtà contemporanee e coraggiose, che si interroga sul presente, gettando così le basi per un futuro più vivibile e stimolante.

E Reggio ha bisogno di sperimentare, di riuscire a dialogare con il contemporaneo, e in questo il Teatro è realmente strumento prezioso e privilegiato.

Queste occasioni di crescita sociale nascono spesso per l’acume e la volontà di pochi, ma veramente riescono a fare la differenza per il nostro territorio.

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