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IL VOLTO AUTENTICO DELLA CALABRIA: NICOLA PRIOLO, DAL BELGIO, SPRONA CALABRESI E ITALIANI!

Lo scorso 18 settembre, Enzo Musolino riprendeva e commentava la proposta avanzata, sulle colonne del Corriere della Sera, dalla criminologa Anna Sergi (San Luca, oltre Duisburg: Anna Sergi indica la via della memoria e dell’identità – CalabriaPost).

Oggi, sempre in riferimento a quanto suggerito dalla Sergi, a scriverci è Nicola A. Priolo. Nato a Torino, residente in Belgio, Priolo è laureato in Lingua e cultura italiana per stranieri. Poliedrico, insegna italiano, organizza corsi (di gran successo) di cucina italiana e tante altre cose. Nel 2025, con l’editore Wijn uit Italië, ha pubblicato Calabria grecanica. Cultura, memoria e rinascita dell’area grecanica.

In un’intervista, poi, svelando che mio nonno paterno era originario di Santo Stefano d’Aspromonte, quando lo conobbi io viveva da venti anni a Reggio Calabria, dopo una permanenza quindicennale in Africa, Priolo introduce l’original concetto di restanza a distanza: una forma di alleanza. Un modo per dire: “Io non sono lì, ma ci tengo. Io non parlo quella lingua, ma la rispetto. Io non vivo quella terra, ma la racconto”. Con amore, spero anche con lucidità, senza idealizzarla. Questo luogo esiste, e vale la pena conoscerlo. Anche da lontano. Anche in una lingua diversa. Anche con un accento neerlandese. Raccontare la Calabria grecanica da Anversa è un modo per contribuire a tenerla viva, per farla esistere nel mondo, per connetterla ad altri immaginari.

E chissà che, in futuro, non ci sia l’occasione, anche su CalabriaPost, di ragionar di restanza a distanza.

Ora, però, lasciamo che a… parlare sia Priolo. Ecco la sua nota riguardante la proposta avanzata da Anna Sergi sul Corriere della Sera e da noi ripresa grazie ad Enzo Musolino:

La criminologa Anna Sergi ha raccontato di aver trascorso un mese a San Luca e, tra le varie proposte avanzate per il rilancio del territorio, ha ipotizzato la creazione di un percorso turistico dedicato alla criminalità organizzata e alla storia della ‘ndrangheta, con l’obiettivo di elaborare collettivamente una pagina dolorosa che, a suo giudizio, non è stata ancora pienamente affrontata.

Personalmente sono profondamente contrario a questa idea, e lo avevo già fatto presente mesi fa ad alcuni amici dell’Area Grecanica che me ne avevano parlato con interesse.

Comprendo le motivazioni culturali e accademiche che possono stare dietro una simile proposta, ma ritengo che il rischio di trasformare la criminalità in elemento di attrazione turistica sia troppo alto. La ‘ndrangheta non è folklore, non è una curiosità locale e non è un capitolo da inserire in un catalogo di esperienze da vendere ai visitatori. È una tragedia sociale, economica e umana che ha prodotto vittime, paura, emigrazione e sottosviluppo. Del resto, c’è già chi da anni costruisce spettacoli, dibattiti e narrazioni pubbliche che finiscono per attribuire alle organizzazioni criminali una visibilità sproporzionata, riempiendo teatri e piazze in tutta Italia. Non vedo perché la Calabria dovrebbe contribuire ulteriormente a questo processo, trasformando una delle sue ferite più profonde in un prodotto turistico.

Chi vive all’estero, come me, conosce bene il peso degli stereotipi che continuano a gravare sull’immagine della regione e dell’Italia meridionale. Ancora oggi, troppo spesso, Calabria e mafia vengono percepite come sinonimi. Per decenni abbiamo cercato di liberarci da questa rappresentazione riduttiva e offensiva. Sarebbe paradossale tornare a rilanciarla noi stessi.

Ci manca soltanto di accogliere i turisti all’aeroporto non con la collana di fiori hawaiana, ma con coppoletta e lupara, alimentando caricature che nulla hanno a che vedere con la complessità e la ricchezza della nostra identità.

E allora perché fermarsi a un semplice tour?

Si potrebbe perfino immaginare, in questa deriva spettacolare, un pacchetto completo con pernottamenti nelle grotte naturali dove negli anni Ottanta venivano nascosti gli ostaggi dei sequestri di persona. L’assurdità di questa immagine dovrebbe bastare a far comprendere quanto sia pericoloso il confine tra memoria e spettacolarizzazione.  

La Calabria ha molto altro da raccontare.

Ha montagne, fiumi, sentieri, tradizioni, cultura materiale, archeologia, gastronomia, artigianato e paesaggi che non hanno bisogno della criminalità per risultare attrattivi.

Se vogliamo costruire un’offerta turistica moderna e sostenibile dobbiamo investire nel turismo esperienziale, nei percorsi in bicicletta, nel trekking, nelle passeggiate naturalistiche, nella valorizzazione dei borghi storici, nelle presentazioni di libri, nei festival culturali, nelle produzioni enogastronomiche e nella straordinaria biodiversità dell’Aspromonte e della Grecanica.

I visitatori devono venire in Calabria per scoprire ciò che questa terra è stata capace di creare, non per curiosare tra ciò che l’ha ferita.

La memoria della criminalità va custodita, studiata e trasmessa, soprattutto alle nuove generazioni. Ma una cosa è la memoria civile, altra cosa è il turismo.

Confondere i due piani rischia di produrre un effetto opposto a quello desiderato: trasformare la denuncia in attrazione e il dolore in spettacolo.

La Calabria non ha bisogno di essere identificata ancora una volta con la ‘ndrangheta.

Ha bisogno, semmai, di essere finalmente riconosciuta per tutto il resto.

E quel resto è immensamente più grande.

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