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“INTELLETTUALI” DI SABINO CASSESE

Intellettuale … sarà Lei!                                                 

Il passaggio dal latino “clericus”, tardo medievale, al settecentesco “letterato“, o “uomo di lettere” (in francese: homme de lettres, belletriste) di D’Alambert (Essai sur les gens de lettres, 1753), ha avuto una lentissima elaborazione già a cominciare dalla platonica Politéia (Πολιτεία) e dal cosiddetto “paradosso” contenuto nell’Apologia di Socrate (Ἀπολογία Σωκράτους): “ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι.” (non sapendo nulla, sono anche certo di non saperlo).

Humanismus

Il primo a riconoscere l’importanza delle antiche scritture, e delle lingue andate in decadenza con gli anni, fu Petrarca col riaffermare che le arti della letteratura e della poesia sono utili alla società.

Ma, nonostante richiami le espressioni ciceroniane “humanae litterae” o “studia humanitatis”, la definizione “umanista”, espressamente nella forma tedesca di “Humanismus”, con cui si designava un’educazione alta, risale ai primi anni dell’Ottocento (Friedrich Immanuel Niethammer la usa in “Der Streit des Philanthropinismus und Humanismus in der Theorie des Erziehungs-Unterrichts unsrer Zeit”, La disputa tra filantropismo e umanesimo nella teoria dell’insegnamento educativo del nostro tempo, 1808). Con essa si dava rilievo agli studi classici che conducono al perfezionamento morale dell’uomo, secondo una cultura incentrata sull’ottimismo, in netto contrasto con ideali ascetici e di mera ricerca della grazia di Dio, perseguendo la formazione letteraria e quella spirituale come la stessa cosa, nel senso che entrambi esaltano cioé la dignità dell’uomo, il suo predominio sulla natura, la sua capacità di essere ciò che vuole e l’impegno civile che può offrire (da engagé). Si definirono così a posteriori “umanisti” quegli studiosi che consideravano il loro principale compito quello di ricostruire la civiltà, ricorrendo all’uso della lingua latina più pura.

Origine del termine “letterato”

Con l’istallazione del papato ad Avignone, oltralpe ebbero modo d’apprezzare il «beau style latin» e ben presto il Laelius seu De amicitia di Cicerone, scritto sotto forma di dialogo, divenne come un “breviario” per quegli studenti, non soltanto francesi, ma anche inglesi, tedeschi e spagnoli, che ambivano a frequentare le università del “bel paese”, mentre contestualmente gli scambi “epistolari” divennero il mezzo abituale per mantenere quelle amicizie appena intraprese. Ci si scambiavano notizie, ci si interrogava su questioni di grammatica ed esegesi, magari perfino litigando su considerazioni prettamente stilistiche o filosofiche, piuttosto che politiche.

Le “Belles-lettres”

Grammatica, poesia ed eloquenza, e tutte le scienze e arti che attengono al bello scrivere, alla fine scrittura, furono comprese nelle cosiddette “Belles-lettres”. Il focus della Belletristic Rhetoric Theory è impostato sulla definizione delle caratteristiche dello stile retorico come appunto la bellezza, la sublimità, la correttezza e l’arguzia, tutte cose che giocano un certo ruolo nell’influenzare le capacità emotive e di ragionamento del pubblico. Ma tale terminlogia, talvolta, viene usata in modo dispregiativo quando si parla dello studio della letteratura, specie se concentrato ossessivamente solo sulle qualità estetiche del linguaggio piuttosto che sulla sua applicazione pratica .

République des Lettres

Nel corso del rinascimento italiano si rammenta quella “Respublica literaria”, citata come comunità ideale in un’epistola di Francesco Barbaro a Poggio Bracciolini del 6 luglio 1417, e ripresa pari pari da Pierre Bayle nel suo diario Nouvelles de la République des Lettres del 1684.

I “philosophes”

Ma la definizione più in voga, tra gli illuministi francesi, era ancora “philosophes”, di cui pochi erano principalmente filosofi; si trattava, piuttosto, di personalità pubbliche caratterizzate dalla predisposizione ad applicare la “ragione” allo studio delle molte aree di apprendimento, dalla scienza alla storia, dall’economia alle questioni sociali, e da un occhio critico pronto a individuare eventuali debolezze e fallimenti a cui sarebbe stato necessario porre rimedio. Erano anche importanti sostenitori di progresso e tolleranza tout court, e pertanto diffidavano delle farraginose istituzioni feudali, nonché, da convinti deisti, assolutamente della religione organizzata. Molti fornirono dei validi contribuiti all’Encyclopédie di Diderot, ma furono destinati a svanire dopo che la Rivoluzione francese raggiunse l’apice della sua fase violenta, nel 1793.

Problemi “reali”

Erano stati gli stessi pensatori illuministi francesi ad applicarsi addosso questa terminologia, proprio per darsi una definizione tanto elegante quanto accattivante. Anche perché, appunto come molti filosofi antichi, erano disposti a dedicarsi interamente a risolvere i “problemi reali del mondo”, scrivendo soprattutto, in ogni formato immaginabile, su argomenti di stretta attualità, pur senza trascurare critica d’arte, storia, cultura e varia umanità.

Rousseau

Il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau, per esempio, esordì come compositore, con l’opéra-ballet in tre atti e prologo, Les Muses galantes (1745), seguita da un intermezzo buffo (Le devin du village, 1752), per poi scrivere un Discours sulle scienze e sulle arti (1750), con un’analisi degli effetti del teatro sulla morale pubblica, e la conseguente corruzione  dei costumi quale strumento con cui i tiranni esercitano il potere, uno “sur l’économie politique” (1755) e un altro “sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes” (1755), poi un romanzo epistolare (Julie ou la Nouvelle Héloïse,1761), uno pedagogico (Émile ou De l’éducation, 1762), e ancora un trattato politico (Du contrat social: ou principes du droit politique, 1762), nonché costituzioni per la Polonia e la Corsica, oltre agli scritti autobiografici  (Les Rêveries du promeneur solitaire, 1776-8; Rousseau juge de Jean-Jacques, 1780-2; Les Confessions, 1782-9).

Sapere aude!

Sebbene il termine “philosophe” sia una definizione tipicamente francese, l’âge des lumières divenne ben presto cosmopolita, per cui i philosophes illuministi si considerarono parte integrante d’una più vasta “République des Lettres” che trascendeva i confini politici nazionali. Nel 1784, nel saggio “Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?” (Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, pubblicato sulla rivista tedesca Berlinische Monatsschrift), il filosofo tedesco Immanuel Kant riassunse il programma dell’Illuminismo in due sole parole latine: sapere aude, “osa sapere”, un invito esplicito cioè ad avere il coraggio di pensare con la propria testa.

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo.».

Il tema della laicità francese ha radici profonde

I philosophes consideravano, quali principali ostacoli al libero pensiero e alla riforma sociale, la superstizione, il bigottismo e il fanatismo religioso, che combatterono con le sole armi della ragione. Il fanatismo religioso fu individuato da Voltaire come il suo obiettivo principale: “Una volta che il fanatismo ha corrotto una mente, la malattia è quasi incurabile” –  scrisse nel redarre la voce “Fanatisme” per il Dictionnaire philosophique, del 1764 – e “l’unico rimedio per questa malattia epidemica è lo spirito filosofico” (“Il n’est d’autre remède à cette maladie épidémique que l’esprit philosophique […] Lorsqu’une fois le fanatisme a gangrené un cerveau, la maladie est presque incurable”).

Liberté … Fraternité?… Sociabilité…

Gli scrittori illuministi non contrastavano necessariamente ogni forma di culto organizzato, ma si opponevano strenuamente all’intolleranza in genere. Credevano, infatti, che una società basata sulla ragione anziché su un accanimento illogico  avrebbe sicuramente migliorato in senso libertario il modo di pensare delle persone e sarebbe culminata in una visione più critica e scientifica delle questioni e dei problemi sociali. Ritenevano, inoltre, che la diffusione della conoscenza avrebbe incoraggiato una riforma in ogni aspetto della vita, dal commercio fino al sistema giudiziario. La prima e principale tra le riforme desiderate restava comunque l’autodeterminazione, la facoltà di usare la propria testa, far valere le proprie ragioni e d’avere spazio per esprimerle, magari pubblicandone i risultati. Libertà di stampa, quindi, e libertà di culto, venivano ritenuti inalienabili “diritti naturali”, garantiti appunto dalla “legge di Natura”, e da questa emancipazione dipendeva ogni progresso.

Il Salotto letterario

La maggior parte dei philosophes erano uomini, ma quelle poche donne coinvolte rivestivano ruoli e funzioni di straordinaria importanza in qualità di salonnières, poiché era nei salotti di quelle dame ospitali che si riunivano un po’ tutti in un’atmosfera di civiltà e fair play improntata all’educazione di qualcuno, al perfezionamento di qualcun’altro e a ricreare una tale comune mediazione di scambio culturale espressamente basato su d’una nozione condivisa di honnêteté (intesa anche come réflexion sur la vérité et la beauté, équité et intégrité, raison et précision, honneur et honorabilité …), la quale arrivava a combinare l’apprendimento alla capacità di conversare amabilmente, senza mai trascurare quelle «bonnes manières» (anche in senso formativo o, come diremmo noi, di mero Galateo ed etichetta). E questo, forse, anche perché, nonostante tutte queste cortesi accortezze, i letterati francesi erano soliti, infatti, ritrovarsi nel bel mezzo di litigi divisivi, piuttosto che in dibattiti costruttivi e da perfetti gentiluomini.

La salonnière

La salonnière del salotto parigino divenne pertanto fonte di un sottinteso “ordine” politico, per la sua implicita capacità di riuscire abilmente ed elegantemente a regolamentare sia le relazioni sociali tra i vari ospiti sia gli stessi discorsi in cui quelli si sarebbero potuti impegnare con qualche accanimento. I salotti assursero allora a vere e proprie istituzioni culturali, oltre che palestre di buon gusto e bienséance, le quali potevano fare affidamento su una nuova etica di compassata socialità, ovviamente incentrata sull’ospitalità più anfitrionesca dei mecenati di turno, come sulla distinzione e il divertimento d’un’intera élite.

“Hommes du monde”

Aperti a tutti i letterati, i salotti e le loro conduttrici consentivano a coloro che li usavano con puntuale regolarità di trovare ben presto protettori e sponsor, o quanto meno di potersi atteggiare a “hommes du monde”.

Ispirata a Rousseau, però, dopo il 1770, emerse una forte critica radicale di tanta mondanità, avvertita ipocrita e subdola. Tali obiettori denunciavano i meccanismi d’una socievolezza quasi gessata, educata, questo sì, fino all’inverosimile, invocando un nuovo modello più indipendente, che potesse rivolgersi, senza una tale forzata  mediazione, direttamente a un  pubblico medio borghese, come anche all’intera “nazione”.

Égalité?

In “Le Monde des salons: sociabilité et mondanité à Paris au XVIIIe siècle” (2005), Antoine Lilti sostiene che il salotto delle salonnières non avrebbe mai fornito veramente quello spazio egualitario tanto vagheggiato. Provvedevano, piuttosto, quei salotti solo a una forma di socialità, in cui la gentilezza e la simpatia degli aristocratici, che pur sempre rimanevano tali, mantenevano una certa finzione di confidente uguaglianza che non avrebbe mai potuto dissolvere le radicate differenze di status; le avrebbe semmai al limite potute rendere sufficientemente sopportabili. I cosiddetti “grands“, perché nobili d’alto rango, giocavano in fondo a recitare il ruolo della stima reciproca solo finché riuscivano ad assicurarsi un’indiscussa e assoluta supremazia; e di questa regola non scritta, ma da tutti riconosciuta, erano ben consapevoli i differenti frequentatori dei salotti letterari, che non avrebbero mai confuso la cortesia ivi esercitata con una perfetta uguaglianza, da pari grado, in una qualsiasi conversazione.

I vantaggi della notorietà

I vantaggi che gli scrittori, tuttavia, traevano dal bazzicare in questi ambienti altolocati, abitualmente, s’estendevono, quasi di conseguenza, alla protezione e alla benevolenza da parte degli accoglienti ospiti. E questi salotti ben frequentati potevano spesso arrivare a fornire  un fondamentale sostegno alla carriera d’un autore ancora alle prime armi, e non perché fossero effettivamente delle formali istituzioni accademiche, ma, al contrario, perché consentivano a quanti osavano esporsi di diventare presto noti al di fuori della loro ristretta cerchia, accedendo pure alle risorse del mecenatismo aristocratico e regio.

Il quadretto dipinto da Antoine Lilti completa l’approssimativo rapporto di pseudo-reciprocità tra uomini di lettere e salonnières, aggiungendo come anche queste si dessero da fare con ogni mezzo per attrarre ovviamente i migliori esponenti della cultura del momento, riccorrendo pure a donazioni o persino regolari indennità, al fine di conservare al più alto livello la reputazione dei propri salotti, trasformati spesso in fonti di informazioni riservate, dopo essere stati punti di contatti relazionali e automatici meccanismi di circolazione di elogi sperticati o di pungenti pettegolezzi. Nella conversazione, come nella corrispondenza, i letterati, d’altro canto, non potevano esimersi dal celebrare i vari gruppi sociali, dove di volta in volta erano stati benaccetti. Da parte sua, la padrona di casa doveva dimostrare d’essere in grado di gestire tutta una rete di influenze nell’alta società, ed eventualmente di mobilitare il maggior numero di aderenze a favore dei propri protetti.

Maître à penser

Ciononostante, negli ambienti d’oltremanica, sembra che molti “philosophes” non godessero di altrettanta reputazione e non venissero visti di buon occhio, anzi giudicati piuttosto male, se Horace Walpole, nel 1779, giunse a osservare che, eccetto Buffon, erano per la maggior parte dei damerini “solenni, arroganti, dittatoriali presuntuosi” (except Buffon, are solemn, arrogant, dictatorial coxcombs). A distanza di più di due secoli, l’accademico francese Francis George Steiner rinnova quel drastico verdetto, aggiungendo l’annotazione sulla difficoltà semantica d’una locuzione ridicola, pomposa e vacua: «La stessa espressione Maître à penser ci costringe in quella che Henry James chiamava “la gabbia d’oro dell’intraducibile”» (Lessons of the Masters, 2003). Eppure, per rendere peggiorativa l’asserzione basta molto poco: “maître-penseur”.

Aggettivo “s-qualificativo”

Un senso ironico, limitativo, e persino spregiativo, hanno assunto la definizione di “letterato”, specie se non sorretto da molta originalità, finezza di senso estetico, abilità di parola o facilità del verso, ovvero quella, più moderna, di “intellettuale”, allorquando si vuole sottolineare una formazione a carattere esclusivamente erudito o tecnicistico, oppure un’evidente tendenza all’astrattezza o mancanza di partecipazione agli aspetti immediati della realtà. Ma anche quella solennità, arroganza e presunzione, che l’intellettuale avrebbe in comune con i “philosophes” criticati dall’autore di The Castle of Otranto (1764).

Kenner o Umdenker?

Riconoscendo alla lingua tedesca maggior ricchezza di quella italiana, Sabino Cassese, in “Intellettuali”( il Mulino, Bologna 2021) vi ricorre per distinguere il Kenner, l’intenditore, dal Liebhaber, l’amatore; il Nachdenker, riflessivo, dal Vordenker, precursore o leader; il Querdenker, pensatore laterale, dall’Umdenker, pronto a cambiare radicalmente il proprio pensiero.

L’Apprendista stregone

Der Zauberlehrling di Goethe era stato forse immaginato per descrivere una tale figura?

Hat der alte Hexenmeister/ Sich doch einmal wegbegeben!/ Und nun sollen seine Geister/ Auch nach meinem Willen leben./ Seine Wort’ und Werke/ Merkt’ ich, und den Brauch,/ Und mit Geistesstärke/ Thu’ ich Wunder auch.” (Il vecchio stregone/ finalmente è andato via,/ or gli spiriti agiranno/ per volontà mia./ Ho osservato bene il rito;/ con il gesto medesimo/ e gli spiriti amici/ farò anch’io l’incantesimo.).

Più esplicito Jacques Prévert:

Il ne faut pas laisser les intellectuels jouer avec les allumettes/ Parce que Messieurs quand on le laisse seul/ Le monde mental Messssieurs/ N’est pas du tout brillant/ Et sitôt qu’il est seul/Travaille arbitrairement/ S’érigeant pour soi-même/ Et soi-disant généreusement en l’honneur des travailleurs du bâtiment/ Un auto-monument/ Répétons-le Messssssieurs/ Quand on le laisse seul/ Le monde mental/ Ment/Monumentalement.” (Non bisogna lasciar giocare gli intellettuali con i fiammiferi/ Perché Signori miei se lo si lascia solo/ Il mondo mentale miei Sssignori/ Non è per niente allegro/ E non appena è solo/ Lavora arbitrariamente/ Innalzando tutto per sé/ Con tante chiacchiere generose sul lavoro dei muratori/ Un auto-monumento/ Ripetiamolo miei Ssssignori/ Se lo si lascia solo/ Il mondo mentale/ Mente/ Monumentalmente, da “Paroles”, 1949).

“Jouer avec les allumettes”

Giocare con il fuoco è chiaramente roba da “apprendisti stregoni”, ma in Fatras (1966) Prévert rivolge la sua critica anche ai “cattivi maestri”: “Les sorciers, lorsqu’ils font de terrifiantes conneries, on accuse toujours l’apprenti.” (I maghi, quando fanno delle terrificanti stupidaggini, danno sempre la colpa all’apprendista). Il “mondo mentale”, se lasciato a briglia sciolta, si limita a osservare il lavoro degli altri, al semplice scopo di poterlo meglio criticare, sempre che non sia teso servilmente a incensarlo. Ma in caso d’errore la colpa è comunque di chi ci abbia eventualmente messo le mani e la faccia.

“Ah! Che bella pansé che tieni… “

Ancora in “Paroles”, Prévert aveva appuntato: “Homme, tu as regardé la plus triste la plus morne de toutes les fleurs de la terre/ Et comme aux autres fleurs tu lui as donné un nom./ Tu l’as appelée Pensée./ Pensée/ C’était comme on dit bien observe/ Bien pensé/ Et ces sales fleurs qui ne vivent ni se ne se fanent jamais/ Tu les as appelées immortelles… C’était bien fait pour elles…” (Uomo, tu hai guardato il più triste, il più cupo di tutti i fiori della terra/ E come agli altri fiori tu gli hai dato un nome. / Tu l’hai chiamato Pansé-Pensiero. / Ho pensato/ Era come dire ben osservo/ Ben pensato/ E questi fiori sporchi che non vivono né sbiadiscono mai/ Tu li hai chiamati immortali… È stato un bene per loro…), introducendo un sottile gioco di parole per quel simbolo dell’ammirazione d’una persona per un’altra; sentimento non destinato a restar duraturo, poiché spesso sbiadisce, s’imbratta, s’intristisce più di quanto non lo sia in partenza. Anche se, in caso di reciprocità: “Heureux les amoureux. Sur les montagnes russes….Heureux comme la truite remontant le torrent” (Felici gli amanti. Sulle montagne russe… Felici come la trota che risale il torrente – “Fête foraine”, in Paroles).

Evitiamo d’indietreggiare

Eppure, andare controcorrente non necessariamente mette allegria, anzi, come avvertiva  Paul Valéry: «Prenons garde d’entrer dans l’avenir à reculons». Per certi animali, si tratta d’un movimento normale, come per i cavalli il rinculare per diagonale. Ma, oggigiorno, l’accelerazione delle informazioni di ogni tipo che ci bombarda senza tregua sta avendo su di noi un impatto capace di confondere il nostro modo di pensare lo stesso mondo in divenire. Nel vortice di questo ciclone planetario, il timore è che le innovazioni possano giovare solo a quei pochissimi siano riusciti a prevedere una diversità ancora sconosciuta ai più o a tenersi pronti alla standardizzazione che potrebbe stare al centro di tutto.

Pensare al buio

Come sosteneva il filosofo decostruzionista Jean-Luc Nancy, nel tentativo d’indicare una via d’uscita dall’impotenza della politica, sembriamo obbligati a dover pensare al buio. Incontrarsi al buio, dopo aver preso un appuntamento al buio, beh, c’è chi lo trova intrigante; all’azzardo pokeristico d’un’apertura al buio segue un vedo o non vedo il buio; le donne insicure preferiscono farlo al buio; giocare con il buio ne previene le paure notturne o di quando s’è costretti a rimanervi contro la nostra volontà; ma oggi che “ogni cosa è illuminata” e niente più sfugge a una luce ubiquitaria, neanche il buio è quello d’una volta e l’affermazione di quella rende quest’ultimo ancora più ambiguo, non soltanto nel senso della minaccia, bensì come riposo, pausa di riflessione, possibilità di negarsi, nascondersi, sentirsi protetti, come in un rifugio (o salotto?) accogliente che difenda la nostra intimità. Tuttavia, pensare al buio non equivale a pensare il buio. E lo stesso Nancy aveva preso in considerazione sia il furto del pensiero (La pensée dérobée, 2001), sia un suo termine definitivo (Une Pensée Finie, 1990).

Idee deboli per tempi liquidi

Hanno forse rinunciato “coloro che pensano” di pe(n)sare sul mondo, nel doppio senso d’imprimere delle svolte epocali, oppure di renderlo più greve, più tetro, visto che “Le monde mental Messssieurs/ N’est pas du tout brillant…”.

“Pensare”, per Zygmunt Bauman, potrebbe aiutare a comprendere i pericoli che ci stanno minacciando, persino in un momento in cui alla moderna “liquidità” si contrappone la “debolezza” delle idee, quasi in un circuito autoalimentantesi. Eppure, con una certa periodicità abbiamo vagheggiato di rivivere una nuova rinascita; ed era questo il nostro unico pensiero “forte”, perché ideologico. Qualcosa è successo nell’ultimo scorcio degli anni ’80 (e sembra ieri!) a rappresentare la fine d’un’era nella storia che ci è apparsa non progredire più se non “à reculons”.

La fine delle utopie

S’è assistito pian piano all’improvvisa scomparsa dell’utopia, inseguita dai filosofi dell’Illuminismo, di quella società ideale, garante della felicità umana, perché concepita dalla ragione e perché sorta dalla creatività e dall’opera di uomini altrettanto ideali, e forti, perché ideologici anch’essi. Non ci eravamo forse ancora accorti che questa idea, questa “forte” idea, dopo due secoli di inseguimenti nostalgici e progressisti, insieme ossimorici, era invecchiata e divenuta decrepita già prima d’essere pure rinnegata dagli spettacolari fallimenti e degenerazioni del sistema totalitario burocratico-comunista che avrebbe dovuto indegnamente rappresentarla?

Esportazione: missione incompiuta

Con l’inizio del ventunesimo secolo, la perdita di potere degli stati nazionali verso i quali s’erano rivolti in precedenza gli afflati identitari, questa volta nostalgico-risorgimentali, più che farci risvegliare dal sogno utopistico di prima, ci ha fatto precipitare nell’incubo d’un “non lieto fine”, e non più solo delle ideologie, delle utopie, e della convinzione d’essere noi “dalla parte giusta”, per come ci hanno e ci siamo raccontati per tanto tempo, quasi troppo, e quasi delirando su “diritti”, da noi autoproclamatici “legislatori”, da spargere generosamente a destra e a manca, e persino là dove neppure attecchiscono.

Dismesso l’abito di chi ambisce a quel cambiamento da ottenere con una rivoluzione che nessuno saprebbe gestire, non resta che inquadrare la realtà nella speranza di riuscire a coglierla, rintracciandovi dei significati migliori di quelli intravisti da altri? “Pensare” diverrebbe allora sinonimo di “interpretare”, più che di capire?

Importazione: missione subita

Come fare del resto a comprendere tutta una sorprendente varietà di stili di vita che con la globalizzazione sembrano aver acquisito il rango di realtà definitive, mandando a ramengo con il loro varipinto mosaico tutte le concezioni ormai trogloditiche di unità e omogeneità; il multiculturalismo si nutre di differenze, di convivenze, di convenienze e di connivenze, non certo di integrazioni.

Interpretare assume allora il significato di tradurre, dialogare, a volte facilitare, il che potrebbe voler dire, secondo alcuni, sottomettersi (Soumission è il titolo del libro di Michel Houellebecq del 2015), o quanto meno provare questa sgradevole sensazione da molto vicino.

C’è ancora bisogno di competenze?

La vita dell’uomo è stata sempre caratterizzata da una certa prossimità all’incertezza, vissuta ovviamente molto spesso con apprensione. Attualmente i motivi che possano giustificare quest’apprensione non mancano certo. I timori anzi si sono andati moltiplicando, e disperdendosi un po’ dappertutto, divenendo meno definiti e quindi meno facili da stemperare, per via della tanta diffusione dell’instabilità e dell’insicurezza, di insufficienza e precarietà; neppure le regole del gioco sono definite una volta per tutte e appaiono in continua evoluzione, con prospettive di repentina esclusione dall’economia di mercato, dal riconoscimento sociale, dai legami relazionali; in un clima simile, anche le più salde competenze vacillerebbero, se appena messe in dubbio.

In che modo poi si possono sottoporre oggigiorno alle opportune verifiche le competenze delle “persone che sanno”, di quanti si autodefiniscono “esperti”, specie quando le loro diagnosi possono apparire approssimative, inintellegibili, confuse, o quanto meno non riscontrabili, tanto da sconfinare nei sempiterni misteri della fede? E di molta di quest’ultima, come ammette lo studioso statunitense di diritto ed economia Richard Allen Posner, c’è bisogno pure per crederci.

Giuseppe M. S. Ierace

 

Bauman Z. La Décadence des intellectuels, Des législateurs aux interprètes, Ed. Jacqueline Chambon, Paris 2007

Cassese S. Intellettuali, Il Mulino, Bologna 2021

Ierace G. M. S. Segui il tuo demone, https://calabriapost.net/cultura/segui-il-tuo-demone

Ierace G. M. S. La solitudine del critico, “… nell’epoca della riproducibilità tecnica”,  https://calabriapost.net/libri/la-solitudine-del-critico

Lilti A. Le Monde des salons: sociabilité et mondanité à Paris au XVIIIe siècle, Fayard, Paris 2005

Nancy J.-L. Une Pensée Finie, Galilée, Paris 1990

Nancy J.-L. La pensée dérobée, Galilée, Paris 2001

Posner  R. A. Public Intellectuals: A study of Decline, Harvard University Press, Cambridge 2003

Steiner G. Lessons of the Masters, Harvard University Press, Cambridge 2003

 

 

 

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