IL CONTEST LETTERARIO “Il MaR fra mezzo” PROCLAMA I VINCITORI
Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...
I social, oltre tutti i commenti spazzatura che si leggono qui e là, specie se vengono trattati argomenti, diciamo, politici, servono a chi ha superato una certa età. Nella sezione ricordi, ti viene comunicato cosa hai postato lo scorso anno, e gli anni precedenti, fin dalla data dell’iscrizione. Il più delle volte, accedendo a questa sezione, ti ricordi che imbecillità scrivevi. Ma sovente ricordi cose importanti. Come un ricordo social dei primi giorni di novembre.
La mia prima tutela.
Andiamo per ordine.
Un paio di anni fa faccio richiesta per conseguire il titolo di tutore di minori stranieri non accompagnati. Ovvero quei ragazzi che a bordo dei barconi affrontano il mare per settimane sperando in una vita migliore. Quei ragazzi muscolosi che tanto scandalo suscitano ai leoni da tastiera che ruggiscono sempre dietro ogni forma di umanità. Oppure fanno le leggi, e questo è il vero problema.
È difficile parlare con questa gente. Non ascolta. È inutile spiegare che sono le stesse famiglie di origine a selezionare il componente più forte perché un soggetto più debole non sopravvivrebbe. A cosa?
Ai leoni da tastiera?
Assolutamente no. A ben altro.
La famiglia si indebita oltre le proprie possibilità, sceglie il componente più forte, perché lo attende il deserto, la Libia e la barca.
Tre cerberi danteschi che ingoiano i più deboli.
O chi capita.
Il deserto è quel luogo da attraversare in quindici dentro un mezzo di fortuna, il più delle volte un fuoristrada scassato di diversi decenni.
Non scherziamo, mica come quelli che i figli di papà posteggiano a doppia ruota sui marciapiedi del lungomare. No, no. Proprio scassati, quei fuoristrada.
Dopodiché ti fermano le forze dell’ordine libiche, ossimoro in quanto la Libia non esiste, e manco l’ordine.
Esistono centinaia di tribù di predoni che attendono il passaggio dalle loro parti di questi “carichi residuali”.
Perdonatemi il termine, non ho resistito.
Questa sottospecie di Polizia, che tuttavia non è talmente inesistente da impedire il prosieguo degli scellerati accordi Italia – Libia per impedire le migrazioni, a questo punto “sequestra il carico”.
La gente viene fatta scendere ed imprigionata in veri e propri campi di concentramento.
Che immagine orrenda, ma meglio vederla che mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
Sabbia del deserto, ovviamente.
Bene, come si esce da uno di questi campi di detenzione?
In diversi modi. Intanto, chi non può ottenere dalla famiglia altri soldi per pagare gli sgherri libici deve lavorare gratuitamente per diversi mesi.
Forse di più. E tutto ciò attraverso maltrattamenti piuttosto pesanti.
Botte, torture con elettrodi, a volte uccisioni con arma da fuoco.
I maschi.
Ciò che accade alle donne non intendo scriverlo.
Pari opportunità diseguale. Mi autodenuncio.
Ma non ci riesco. Vedo di fronte agli occhi Chantal.
I mei occhi ancora vedono ricordi, anche se si preparano alla pietosa cataratta.
Chi resiste a questi lager, dopo un po’ di tempo, viene finalmente imbarcato.
Si parte su barconi precari, prevalentemente scoperti ed esposti alle intemperie che nel Mediterraneo non mancano. Centinaia di persone gomito a gomito a vomitarsi addosso per giorni, sperando di non affondare.
E tra questi i ragazzi muscolosi dalla schiena piagata dalle frustate libiche.
Si, anche loro, con il loro carico di speranza, angoscia e nostalgia.
Carico da undici.
Giorni sempre uguali tra le onde.
Magari qualche nave “pirata” delle famigerate ONG che tanto scandalizzano le iene da tastiera li salva giusto un attimo prima che affondino.
Scusate, ho degradato in iene i cattivi commentatori, delle quali perle di saggezza il mondo farebbe volentieri a meno.
Dopodiché si sbarca. Finalmente.
Tenendo conto che è molto difficile che sbarchino in Lussemburgo, questi carichi di speranza arrivano prevalentemente in un’isola o in una penisola.
Immagino ne conosciate qualcuna.
Dopo i controlli sanitari, i tamponi a tutti, l’identificazione, per i minori si rende necessario la nomina di un tutore.
E quindi dal novembre dello scorso anno, insieme ad altri colleghi, vengo chiamato ad assumere la tutela dei minori sbarcati.
Non li porto a casa mia, come recita il becero slogan, sempre da tastiera. Ma ne curo il futuro insieme agli operatori dei centri che li ospitano, e che sono persone meravigliose.
E che non si arricchiscono con le rette destinate all’accoglienza, che sono le più basse di tutti i servizi sociali residenziali.
Quanti ragazzi ho avuto in tutela? Decine e decine, e tutti per non più di quattro, cinque mesi. Semplicemente perché i ragazzi d’oltre mare cercano un luogo che offre maggiori opportunità lavorative e anche tendono a ricongiungersi con i familiari che abitano nelle Nazioni del Nord Europa.
Sia anche abbastanza chiaro che al tutore volontario non viene riconosciuto alcun compenso, rimborso spesa o altro.
Giusto dirlo per evitare altro movimento di neuroni residui, in alcuni.
A questo punto devo aprire la porta ai tanto odiati numeri, con la speranza che i difensori della sacra sacralità del suolo, di fronte all’oggettività, si plachino un po’.
Ma non ne sono certo, in verità.
In Italia, fonte comunità europea anno 2021, vi sono 144.000 rifugiati. Mentre 53.000 persone richiedono asilo.
In Francia i rifugiati ammontano a mezzo milione di persone. I richiedenti 120.000. In Germania i rifugiati invece sono un milione e 225.000. 190.000 sono i richiedenti asilo. L’immigrazione che invade la sacra Italia è numericamente ben diversa da quella dei due paese oltre le Alpi.
Tornando alla mia esperienza, che, come si può notare, sto ovviamente blindando nei dettagli, ammetto che i primi tempi un minimo di frustrazione tutta questa diaspora mi ha generato. Ma il pensiero che grazie al mio ruolo i ragazzi abbiano potuto iscriversi a scuola, all’ufficio del lavoro, ottenere il permesso di soggiorno, vaccinarsi contro il Covid, mi ha fatto sentire abbastanza utile.
Per cui accetterò qualsiasi nomina da parte del Tribunale come fatto fin adesso.
Dieci, cento, mille il numero non conta. Conta ciò che puoi fare per loro.
Ed è giusto così.
Sul resto, credo occorra una riflessione più ampia e obiettiva.
Il linguaggio usato, i pregiudizi declinati in percezioni errate, tipo che i migranti sono portatori di malattie, che delinquono o sono dediti alla prostituzione a prescindere e per motivi legati alla loro cultura, la sensazione che le risorse economiche destinate all’accoglienza siano tolte ai servizi essenziali, e altri indotti convincimenti, sono il frutto marcio di una politica disumana che cerca di carpire successo elettorale sulla disperazione dei cittadini.
Tant’è che le problematiche più pressanti degli autoctoni, come la sanità, il lavoro, la viabilità, non sono state mica risolte con la Bossi–Fini, ancora in vigore, o i Decreti Sicurezza, solo in parte modificati.
Ma della negazione di diritti costituzionali nessuno se ne accorge, mentre lo stesso non accade allorquando poche centinaia di persone disperate cercano di approdare ad una vita migliore.
Mi sono accorto di aver scritto un articolo diverso, e di questo chiedo scusa a me stesso. Ma, per quanto ovunque vi sia poesia, stento a trovarla nella cattiveria, nell’opportunismo, nella ferocia.
Intanto spero di aver contribuito ad una riflessione.
Mi basterebbe.
