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L’HOMO INSIPIENS TRA OLTRANZISMO RELIGIOSO E OMOFOBIA

È ufficiale. Vladimir Putin potrà governare fino al 2036. Le urne hanno approvato gli emendamenti alla costituzione della Federazione Russa, con un esito plebiscitario. Il Cremlino ha infatti riferito che il 78% dei votanti abbiano avallato le modifiche, che permetteranno al Presidente dagli occhi di ghiaccio di candidarsi alle elezioni del 2024 e del 2030, aggirando di fatto il limite dei due mandati presidenziali. L’affluenza partecipata da parte della comunità è stata possibile grazie a un’azione propagandistica, con la promessa di incentivi e voucher atti “a stimolare i consumi”. Il cambiamento della carta fondamentale post-sovietica, targata Boris Etsin, si pone come l’atto terminale di una politica di stampo accentratore: Putin, infatti, governa il Paese dal 7 maggio del 2000, senza aver mai aver dovuto rispondere delle proprie scelte decisionali a un’opposizione costantemente dileggiata e repressa.

Il provvedimento legittimato dalla consultazione, non solo gli conferirà la facoltà di ripresentarsi nei prossimi anni, mantenendo il potere, minato dalle aspirazioni delle élite gravitanti attorno al Cremlino, ma avrà un ruolo decisivo nell’operato dell’esecutivo, sminuito a mero esecutore della volontà presidenziale. La Duma, il Parlamento russo, sarà ridotta a una congerie di deferenti sudditi del capo dello Stato, il quale potrà continuare a nominare direttamente il premier e sostituire i ministri, senza indire nuove elezioni e imponendo il proprio candidato, scavalcando il consenso dei parlamentari; egli potrà inoltre sollevare i giudici della Corte Costituzionale e della Corte Suprema, acquisendo integralmente ogni autorità.

Un altro emendamento proibisce di cedere parti del territorio nazionale; un modo per impedire la restituzione della regione della Crimea, espugnata all’Ucraina e annessa alla Russia nel 2014, nel quadro di quel rafforzamento militare e espansionistico, che è sempre stato cifra significativa di Putin. Una forza palesata in occasione dell’anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul nazifascismo la settimana scorsa, giorno in cui è stato reso un tributo ai veterani con l’organizzazione di una sontuosa parata e con l’inaugurazione del “tempio della guerra” ortodosso, un concentrato di simbologia bellica.

Uno stravolgimento dei fondamenti democratici, già fortemente compromessi, celato dietro il ricorso alla fede e la religione ortodossa, molto sentita, manifestazione di una radicata concezione discendente del potere, caratterizzante la storia zarista in Russia. Per la gioia del patriarca Kirill, accanito sostenitore del conservatore Vladimir, la Chiesa è definita come prima alleata del Cremlino, artefice dell’indirizzo ideologico della Nazione.  È da questo indissolubile rapporto con Dio, espressione di un diritto sancito ab origine e pertanto naturale, che si desume un’altra declinazione della riforma appena approvata. Viene infatti ribadita come unica la definizione di matrimonio contratto tra uomo e donna, ponendo definitivamente al bando quello tra le coppie omosessuali e affermando la linea ultracattolica che in Russia individua il proprio laboratorio. Una linea permeante l’agenda di tutti i movimenti sovranisti sparsi per l’Europa, un modello emulato dalle associazioni anti abortiste e pro life che rappresentano un’importante fetta di elettorato per i partiti sciovinisti. L’avversione contro la “deviante” pratica dell’omosessualità e la difesa dei sacri principi familistici è elemento facilmente spendibile per accalorare le masse, facendole ancorare a rimandi di una consuetudine infranta. Una strategia adottata per ultimo dal Presidente uscente della Polonia Andrej Duda, nazionalista sostenuto dal Pis (Diritto e giustizia), guidato dai fratelli Kaczynski, il quale ha basato la propria campagna elettorale sull’odio nei confronti delle comunità Lgbt e delle minoranze culturali. Tuttavia, Duda ha registrato una battuta d’arresto rispetto al rivale liberale Rafal Trzaskowski, già sindaco di Varsavia, che ha ottenuto il 30,3%. I giochi saranno decisi dal ballottaggio che si terrà il 12 luglio, sintomo di un’incertezza tangibile e di una netta contrapposizione tra un campo progressista e uno, quello di Duda, fortemente reazionario.

Ma l’ostilità avvertita nei confronti dei gay travalica i confini dell’est Europa per approdare anche in Italia, dove il clima appare rovente a causa di faziosità tese alla destabilizzazione sociale. L’omofobia è sentimento prevalentemente diffuso nelle frange politiche estremiste, di una destra nostalgica neofascista e di alcuni partiti istituzionali che a quel mondo guardano per motivi elettorali. Una rete che si vorrebbe dipanare tramite la promulgazione di un disegno di legge presentato dal deputato del PD Alessandro Zan, esponente e attivista Lgbt, contro l’omotransfobia, depositato dallo stesso firmatario in commissione giustizia alla Camera. Il testo annovera nel campo della discriminazione razziale anche le opinioni oltraggiose nei confronti dei soggetti omosessuali, ritenuti “vulnerabili”, concedendo alle vittime un patrocinio gratuito. Una legge concepita per tutelare tutti coloro che, in Italia, continuano a essere discriminati per l’orientamento sessuale, un atto di civiltà in una realtà ammorbata dal regresso culturale, satura di slogan fuorvianti e distorti.

La reazione al progetto di legge da parte dei tradizionalisti è stata veemente: gli organizzatori del controverso Family day, avamposto della famiglia tradizionale, hanno gridato allo scandalo, aborrendola come “legge liberticida”, strumento di censura e bavaglio per la libertà di pensiero. Una levata di scudi che ha ricevuto il sostegno del leader della principale formazione italiana, la Lega, che nei sondaggi è in caduta libera. Egli ha stigmatizzato la legge Zan come “pericolosa”, dimenticandosi forse dei comportamenti discriminatori che all’ordine del giorno vengono riportati dagli organi di stampa (vedasi aggressione fisica a Vernazza e Pescara). Per corroborare la propria posizione, ha ribaltato le carte in tavola, alludendo a una presunta disparità di trattamento nei confronti degli eterosessuali, coniando un neologismo, “l’eterofobia”, che pare un ridicolo tentativo di generalizzazione, trincerandosi dietro la bellezza idilliaca del quadretto famigliare. Quello stesso leader, comandante di un’Armata Brancaleone di medievali propugnatori dell’istituto naturale della famiglia, invitato sul palco del Congresso mondiale della Famiglia tenutosi a Verona lo scorso anno, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dell’allora ministro in quota Lega Lorenzo Fontana.

Un universo che ha in Konstantin Malofeev il suo principale catalizzatore e finanziatore. Oligarca russo, detto “di Dio”, molto vicino a Putin e al filosofo Aleksandr Dugin, “il Rasputin” della Piazza Rossa, è infatti, secondo un’inchiesta del programma Report, “il collante di quel substrato culturale ricorrente nella narrazione leghista”. La difesa della cristianità si configura come obiettivo preminente dei movimenti sovranisti, inverata mediante la spasmodica esibizione di simboli e icone. Un costume che il leader di cui sopra ha sempre coltivato, come quando nella campagna elettorale per le elezioni europee del maggio dello scorso anno, ha invocato, brandendo il rosario, la grazia del “cuore immacolato di Maria”, garanzia di vittoria per l’area sovranista.

Una sinergia, quella tra Putin e i movimenti conservatori globali, volta a snaturare l’Italia che, con un’eventuale dissoluzione dell’Unione Europea, fungerebbe da stato satellite di Mosca.

Una riforma epocale quella di Putin, segnale al contempo, di una precarietà che egli sta patendo in termini di popolarità, ai minimi dal 1999. Nonostante abbia incassato un favore pressoché unanime nella regione della Cecenia e della Crimea, l’opposizione risulta avanzare, a causa della crisi sanitaria del Covid19 e della conseguente implicazione economica.

Una consultazione definita come “falsità” dal Presidente della Coalizione democratica Aleksej Navalny, più volte incarcerato, denunciante una manipolazione che parte sin dalle scuole. Le norme per la prevenzione sanitaria, infatti, sono state funzionali all’installazione di telecamere negli istituti gestite con l’intelligenza artificiale, nell’alveo di quel controllo capillare delle coscienze e dell’informazione, tassello ultimo di quel puzzle traboccante potere, monocolore, che ha reso Vladimir Putin, il Presidente ex funzionario del KGB, il nuovo Zar.

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