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La bellezza può rinascere 

Non ci è dato sapere se il buon Dio, sussurrando all’orecchio del Cardinale Arcivescovo di Napoli, abbia pensato, oltre al popolo partenopeo, anche agli abitanti d’ogni più piccolo e lontano comune di questo nostro terrestre globo. 

Sta di fatto che la predica di don Mimmo Battaglia, nella solennità dell’Immacolata Concezione, è vero e proprio dono per ogni Uomo nato alla Vita sulla Terra. È evidente, scorrendo il testo omiletico, che lo spunto sbocci dalle letture, dal Vangelo, da quel sì – attacca il porporato – che non fu un gesto devoto o un’adesione cieca, ma una scelta dell’anima, un’apertura totale al sogno di Dio, una decisione di stare dalla parte della Vita, senza condizioni, senza calcoli. Tant’è che Maria non chiese garanzie. Non mise condizioni. Semplicemente si fidò. 

Accolse Dio, Maria, sottolinea Battaglia, imparando a sognare e a lavorare per un mondo nuovo. Non a parlarne soltanto. Non a commentarlo da lontano. Ma a sporcarsi le mani, a mettersi dentro le ferite del mondo, a lasciarsi attraversare dal dolore e trasformarlo in bene. Eppure, la grandezza di Maria non finisce nell’essere Madre. Dopo aver generato il Figlio, imparò a seguirlo. 

Oggi, o meglio, ogni giorno, poi, ciascuno di noi, continua l’Arcivescovo, è chiamato a dire il suo sì: a credere nel Dio dell’impossibile, a fidarci della sua promessa dentro le nostre contraddizioni, a lasciarci generare come discepoli e costruttori di un mondo più umano. La sequela non è un sentimento, ma una scelta: è dire “eccomi” là dove la vita ci mette, nel lavoro, nelle relazioni, nei luoghi della città dove il Vangelo attende ancora mani che lo incarnino. E per questo oggi vorrei fermarmi con voi su un aspetto dell’essere discepoli che spesso dimentichiamo: la politica! Si, perché la sequela ha anche un volto politico. 

Ecco il colpo di scena! Nel giorno in cui ogni predicatore dedica la meditazione propria alla fanciulla che ha creduto che Dio potesse entrare nella sua storia, il Cardinale di Napoli suscita curiosità, riflessione, chiede attenzione attorno ad una certezza, per lui e per noi: la sequela ha anche un volto politico. 

Logicamente, puntualizza don Mimmo, non nel senso dei partiti, ma nel senso alto e nobile della parola, quello che Paolo VI chiamava “la forma più alta della carità”. Perché amare Dio davvero significa amare la città, occuparsi del bene comune, difendere la dignità di chi non ha voce, costruire ponti invece di muri. Seguire Cristo, oggi, significa anche questo: avere il coraggio di credere che la fede non si chiude in sacrestia, ma scende nelle strade, nei quartieri, nelle scuole, negli ospedali, negli uffici pubblici, nei mercati, dove la vita si mescola e attende segni di speranza

E introduce, il Cardinale, tre “tipologie” di politica. 

La prima politica, quella sacra su cui si regge una città, è la politica della povera gente. 

È la politica, svela l’Arcivescovo, che non si scrive nei programmi elettorali, ma nelle cucine, nei condomìni, nelle scuole di periferia, negli ambulatori, nei centri di accoglienza, nelle strade dove la vita vera bussa ogni giorno. È la politica dei gesti piccoli, quella che non si vede ma costruisce. Una visita a un anziano solo, una spesa lasciata davanti a una porta, una parola buona detta al momento giusto, una mano che accarezza invece di giudicare. E questa, lasciatemelo dire, è la politica che salva: quella feriale, delle mani tese, dello sguardo che non si volta. È la politica dell’attenzione alla porta accanto, della fedeltà al quotidiano, della tenerezza come forma di resistenza. Perché è la tenerezza, oggi, il gesto più rivoluzionario. È la fedeltà al bene, la vera ribellione. E forse la città sarà davvero nuova solo quando torneremo a imparare da questa povera gente: da chi non cerca applausi, da chi non si arrende al male, da chi continua a credere che amare sia l’unico modo per governare il mondo.  

Poi, prosegue il Cardinale, v’è la politica che si esercita pacificamente per la strada, nei luoghi di lavoro, ed è la politica di chi non tace. Perché nasce dal coraggio di chi non sopporta più di assistere al dolore come se fosse normale. Dal coraggio di chi non accetta che la violenza diventi abitudine, che la camorra diventi destino, che la guerra diventi notizia da dimenticare dopo il telegiornale. La politica di chi non tace è quella di chi alza la voce pacificamente, non per apparire, ma per indignazione. Di chi protesta non per distruggere, ma per costruire un mondo più giusto. Di chi grida pace non come slogan, ma come preghiera incarnata. È la politica degli affamati di giustizia, quelli di cui parla il Vangelo: non santi perfetti, ma uomini e donne che sentono il dolore del mondo come ferita propria. Sono i giovani che scendono in piazza con cartelli fatti a mano e occhi pieni di sogni. Sono le ragazze che non accettano più la violenza contro le donne, i ragazzi che non vogliono essere complici del silenzio, gli studenti che difendono la terra, l’ambiente, il futuro. Sono loro, spesso, a ricordarci che l’indifferenza è la più grande forma di povertà. Il loro grido – anche se non lo sanno – è un’eco del Magnificat

E infine, chiosa Battaglia, ecco la politica che nasce da una chiamata. Ed è la politica che sogniamo, quella in cui crediamo, e per cui preghiamo.  È la politica di chi sceglie di rappresentare gli altri non per elevarsi, ma per chinarsi. Di chi entra nelle istituzioni con il desiderio di essere ponte, non trono; voce, non eco. Perché essere rappresentanti del popolo non è un privilegio, ma una ferita aperta nel cuore: è portare sulle spalle il peso delle storie degli altri, è custodire le attese e le lacrime di chi non ha voce, è tenere lo sguardo fisso sui volti, non sulle correnti. È ricordarsi, ogni giorno, che dietro ogni decisione ci sono persone, non numeri; famiglie, non statistiche; bambini, non grafici di bilancio

A questo punto, il porporato, “schiaffeggia”, con fare paterno, molti di coloro che albergano dentro ai palazzi governativi. Ma, lasciamo che a… parlar sia proprio lui, don Mimmo…: 

il nostro tempo, il nostro paese, la nostra terra ha sempre più bisogno di donne e uomini capaci di coraggio e di umiltà, di servitori che sappiano mettere da parte il tornaconto personale per restituire dignità al bene comune. E i credenti non possono sottrarsi a questa chiamata di pace e di giustizia. Perché la politica non è l’arte di vincere, ma l’arte di costruire insieme. In un tempo in cui vige la logica violenta dei “like”, quella del consenso che svuota le parole e consuma le coscienze, serve ritrovare il senso della misura, il gusto della gratuità, la forza di dire no alle scorciatoie, la capacità di fermarsi davanti a un volto e riconoscerlo come sacro. È la politica come cura. Chi sceglie di rappresentare gli altri è chiamato a custodire la città e questa terra come una casa, non come un possesso. Perché solo chi sa chinarsi sui volti può costruire una politica che abbia un’anima. Solo chi ha il coraggio di amare senza calcoli può ridare speranza alla nostra terra. E allora, a chi ha scelto di servire la cosa pubblica, vorrei dire: non abbiate paura della verità, non abbiate paura di perdere consenso se state difendendo la giustizia. Abbiate paura solo di dimenticare i volti, di smettere di ascoltare, di rinunciare a sognare. Perché la politica vera non è potere, è amore che si fa istituzione, è responsabilità che diventa speranza, è servizio che diventa futuro

Ora, giacché abitanti di uno Stivale Tricolore perennemente in campagna elettorale, se ci facessimo promotori d’un’ideuzza? Facciamola circolare, questa predica. Lasciamole raggiungere ogni cucina e ciascun soggiorno. Creiamo le condizioni affinché entri nelle aule ospitanti consigli comunali, metropolitani, provinciali, regionali, impegniamoci affinché sbarchi in parlamento, all’interno dei ministeri e pure a Chigi. 

Chissà che qualcuno, vinto dalla vergogna, non decida, finalmente, di darsi all’ippica!!!!  

(Anche perché, tanto per citare, ancora una volta, don Mimmo Battaglia, pilastri veri d’ogni villaggio sono le madri che ogni mattina si alzano prima dell’alba, gli operai che nonostante lo stipendio basso non smettono di fare bene il proprio lavoro, gli insegnanti che credono nei ragazzi anche quando nessuno ci crede più, i medici e gli infermieri che non si abituano al dolore, i preti, le suore, i volontari che non si stancano di credere che l’altro è un dono, anche quando è difficile da amare. Anche questo, chi glielo dice ai politicanti nostrani?) 

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