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LA SQUADRA DI JOE SCALZA UN ARRENDEVOLE TRUMP

Alla fine, Donald Trump ha ceduto. Dopo settimane di polemiche, ricorsi respinti, accuse infondate di brogli, la cui smentita ufficiale ha determinato il licenziamento in tronco del direttore dell’Agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture (Cisa), Christopher C. Krebs, reo di aver definito quelle del 3 Novembre “elezioni più sicure della storia”, il tycoon ha allentato la presa col quale era avvinghiato alla porta d’ingresso della White House, bloccata con tutti i mobili presenti nella Stanza Ovale.

Tramite Twitter, nonostante i numerosi veti ricevuti da parte del social nell’ambito dell’attività di fact-checking, ha dato mandato al capo del General Service Administration, Emily Murphy, di avviare la transizione col team di Joe Biden. Una svolta maturata all’indomani dell’ennesimo riconteggio a favore del democratico, in Michigan; è altresì odierna la conferma della vittoria del rivale in Pennsylvania.

Il tycoon si è comunque detto pronto a continuare a battagliare, ma è innegabile che abbia perduto lo smalto di promoter populista della semplificazione, della disarticolazione del livello istituzionale.

Dal canto loro, i repubblicani sono convinti che se si dovesse ripresentare nel 2024, otterrebbe il 50% dei consensi nelle fila dell’elettorato del partito; mica male, dal momento che, come rivelato dal giornalista Carl Bernstein, (pubblicandone i nomi), 21 senatori repubblicani abbiano espresso in privato “estremo disprezzo per l’operato di Trump”.

Per l’artefice del trumpismo il momento è grigio. A metà tra la dichiarazione di resa in una guerra intentata da lui stesso, e la voglia irrefrenabile di mantenere il potere, Trump ha deciso di cambiare pettinatura, presentandosi alla conferenza stampa decisamente incanutito rispetto al giallo canarino sfoggiato nei quattro anni di amministrazione.

In fatto di capelli, l’apparizione del suo avvocato personale Rudy Giuliani, non è stata migliore. Nel rivendicare ossessivamente l’illegittimità dell’esito del 3 Novembre, nella concitazione del discorso, Giuliani ha iniziato a sudare e la tinta per i capelli gli è colata lungo il viso. Una scena che ha suscitato una certa ilarità anche alle sue spalle e che rievoca Paolo Villaggio nell’intramontabile Fantozzi va in pensione, quand’egli si presenta al concorso, spacciandosi per un giovane pur di continuare a lavorare. Come se non bastasse l’ex sindaco di New York è stato posto in quarantena per la positività al Covid del figlio maggiore del presidente uscente.

Al di là della metafora pilifera di cui ci si è avvalsi per alludere al declino della precedente amministrazione, il passaggio di testimone “virtuale” è solo l’ultimo, il suggello, nell’ascesa del 46esimo Presidente Joe Biden.

Il dem, fresco di 78esimo compleanno festeggiato il 20 novembre, coadiuvato dalla prima donna vicepresidente Kamala Harris, ha scelto la sua squadra di ministri e consiglieri strategici. Un pezzo da novanta è sicuramente Anthony Blinken, nuovo Segretario di Stato in sostituzione di Mike Pompeo, al suo ultimo bilaterale col premier israeliano Benjamin Netanyahu il 19 novembre.

Fedelissimo di Obama, presente nel Dipartimento di Stato dall’epoca di Clinton, avrà come priorità la ritessitura delle alleanze molto spesso incrinate dal nazionalismo inquinante di Trump. Ma il rifiuto del motto “America First” non è l’unico piano su cui Biden vuole inverare la rivoluzione.

La gestione della pandemia, minimizzata dal predecessore, e la ripresa economica saranno i due punti fondanti dei suoi primi mesi di governo. In tal senso, si inscrive la scelta della nomina dell’ex direttore della Federal Reserve, Janet Yellen, alla guida del Tesoro. Una notizia che ha giovato ai mercati azionari del Dow Jones, che ha raggiunto un record di 30 mila punti.

Quello che va delineandosi è un team all’insegna dell’inclusione e delle pari opportunità.

A capo dell’Intelligence ci sarà per la prima volta una donna, Avril Haines; agli Interni Alejandro Mayorkas, primo americano di origini ispaniche a dirigere il dipartimento, con facoltà decisionali sulle politiche migratorie.

Si registra poi il ritorno di John Kerry in qualità di inviato speciale per il clima: Biden ha già annunciato il rientro nell’accordo di Parigi. Una corsa contro il tempo per riparare all’eredità del Tycoon, il quale ha fatto sì che il Paese superasse la soglia di emissioni climalteranti, ha abrogato il “Clean Power Plan” voluto da Obama e ha tentato di sciogliere l’Environmental Protection Agency (EPA).

Salute, reintegrazione di un giusto welfare state, clima.

Questi sono gli obiettivi prefissati: la squadra c’è, il coach pure.

La partita è vinta, ora tocca aggiudicarsi il campionato; le premesse lasciano ben sperare.

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