IL CONTEST LETTERARIO “Il MaR fra mezzo” PROCLAMA I VINCITORI
Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...

Agata De Luca e Daniela Scuncia Sono pubblici gli esiti del Contest per racconti brevi...
Presentare un libro non è una operazione commerciale. Assolutamente no. Assolutamente mai. Bensì una operazione culturale.
Anzi, sociale e relazionale.
E perché? Perché mai questo incipit?
A questo punto devo rifarmi all’ esperienza, e ricordare un po’. Sono passati diversi anni, ed accadde in una Scuola di un paesino accanto ad una fiumara.
L’ho sempre saputo che dove scorre l’acqua accadono cose. Sempre.
Mi invita una scuola, su proposta di una professoressa che conobbi adolescente, esattamente alla stessa età dei ragazzi che ebbero la pazienza di partecipare. Il libro era il primo.
Accanto alla fiumara ci fu “Vista Mare”.
Poi venne un altro. Poi chissà. Ma questa è un’altra storia.
Incontriamo i ragazzi. Leggiamo qualche brano di “Vista Mare”.
Tornano alla memoria compare Peppe che non vide il mare, l’uovo del Professore, il Cappotto. Storie qualunque incrostate nel tempo.
Ho un bel ricordo dei maschietti col “malo pelo”, preludio di baffi, e le ragazzine con le unghie allungate del colore dell’attesa. Attenti e rumorosi, fu un comitato d’accoglienza alle storie non più mie.
Qualche domanda, preventivamente preparata con i docenti, ma che come tutte le cose legate alla fantasia dei ragazzi, in atterraggio prende una pista diversa. Diventa altro.
La bellezza della spontaneità.
Un’ora piacevole con qualche rivolo di fiumara intravisto dalla finestra.
Le finestre delle scuole mi hanno sempre attirato. Da studente, ogni tanto, mi perdevo altrove, immaginando la vita oltre i banchi scuri con ancora lo spazio per il calamaio.
Guardavo il Viale, e gli alberi immobili.
Ma questa è ancora un’altra storia, non meritevole di carta e penna.
Passata l’ora insieme, saluto i ragazzi che rispondono chiassosi. È la vita che preme attraverso le corde vocali, i muscoli frementi, il cuore ritmicamente galoppante.
È la gioventù, bellezza. E non ci puoi far nulla.
Mentre attraverso il cortile, mi sento chiamare. “prof, prof”!! Ovviamente non mi giro indietro. Ancora non sapevo che tutto ciò che vive ed entra in una scuola diventa d’ufficio “prof”.
Guardo, mi giro, e la vedo.
Ad un certo punto dell’esistenza l’animale umano assume una forma sospesa, tra l’infanzia e l’età adulta. Una via di mezzo transitoria, come una pensilina in una stazione, un’onda che si ritrae, una nuvola che sfuma.
Longilinea e androgina, ma pronta a spiccare il volo verso la bellezza. Muove vorticosamente le mani che terminano con unghie finte.
Lunghe, da pianista, da chirurgo, o forse, da scrittrice.
Mi parla di un cassetto pieno di fogli pieni di poesie piene di notti a scrivere sotto la trapunta. Accanto alla fiumara, d’inverno, fa freddo. Mi parla di quelle mani lunghe tese verso i fogli, a volerli stracciare.
Prolunghe di insicurezza, artigli ad agganciare un ritrovato anonimato.
Scrivere scoperchia il cuore.
Poi accade che ascolta le mie parole, semplici e confuse, nascosta tra i ragazzini dell’ultima fila.
Sull’orlo dell’aula si nasconde una piccola poetessa travestita.
Ascolta la mia narrazione di fogli rubati alle ore della notte, di ricordi evasi dalle calde stanze dell’oblio diventare memoria collettiva.
La ragazzina dalle lunghe mani, quindi, pensa ai propri fogli, che distano soltanto una vocale dalla parola figli.
Ai piccoli pensieri diventati inchiostro.
Pensa alle mie parole che hanno, involontariamente, reso tutto più semplice, e decide.
Le sue lunghe mani non mai strapperanno i fogli figli, ma prenderanno una nuova penna, la prossima notte.
Mi sorride, e scappa. Strilla un “ciao prof”, al quale rispondo lietamente divenendo complice di un abuso di professione.
E poi via, come volano le farfalle.
Ecco cos’è la presentazione di un libro.
Un momento di relazione e reciprocità in cui tutto può accadere, anche convincere involontariamente una ragazzina dalle lunghe mani e dai fogli nel cassetto che i sogni stanno più nel navigare che nell’approdare.
