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LAMENTO DI MARIO

Sono Mario. Sono un uomo. Sono un cittadino. Sono un elettore. Non sono né di destra né di sinistra. Ho sempre votato per come ho ritenuto, volta per volta, opportuno. Appartengo a quella che, un tempo, si chiamava la classe media. Aggiungo, che sono una persona che si informa, che legge i giornali, che guarda i tg, eccetera. Mia moglie ed io abbiamo due buoni stipendi; dico che sono «buoni» se confrontati alla media degli stipendi italiani. Ciononostante, facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Non siamo al livello di non poter mangiare e bere, questo no. Ma, certamente, non possiamo accedere a beni e servizi che solo dieci anni fa potevamo fare nostri. Mi sento costantemente bombardato da notizie e da informazioni che non fanno che aumentare la mia paura. Di paure ne ho, anche di mio. Paura di perdere il posto di lavoro. Paura per il futuro dei miei figli. Ho letto, e so per esperienza diretta, che questa è la prima volta nella storia nella quale la generazione dei figli ha meno opportunità di quella dei loro padri. La mia vita quotidiana scorre ordinaria, stavo quasi per dire: banale. Ma non mi lamento di questo. Il governo attualmente in carica in Italia ha promesso la valorizzazione del merito. Ciononostante la pratica delle raccomandazioni e il costante «volemose bene» tipico di noi italiani, a mio giudizio, permangono immutati. La situazione politica internazionale mi sembra un caos. Sono tornate le guerre e persone, sempre a mio personalissimo giudizio, del tutto inadeguate occupano posti per i quali ci vorrebbe una preparazione e un buon senso che essi non dimostrano di avere. Mi lamento perché non c’è nessuno che abbia intenzione o voglia di ascoltare la mia voce. La politica sembra essersi avvitata su sé stessa. Le persone, come me e tanti altri, sono lasciate sole con i loro problemi. Ognuno si comporta come vuole e, soprattutto, come può. Aumentano i femminicidi, aumenta la violenza e, nello stesso tempo, le depressioni, i fallimenti personali e la solitudine. La politica ci chiama in causa solamente al momento delle elezioni. E lì, noi non sappiamo, affatto, come votare. In genere, votiamo il meno peggio. Quelli che a nostro giudizio rappresentano il meno peggio, il cosiddetto male minore. Inoltre, la politica si è personalizzata: oggi votiamo per la persona più che il programma. Per cui, ci dobbiamo mettere ogni volta a vedere se Giuseppe Conte o Antonio Tajani ci ispirano più o meno fiducia. Guardandone i tratti del volto e, in maniera molto meno impegnativa, ascoltando se dicono qualcosa di interessante. Io non ho voglia né desiderio di avere paura, di osservare i tratti del volto di Elly Schlein o del generale Vannacci, di cercare di sforzarmi ad attribuire fiducia a un paio di sopracciglia inarcate o a un’espressione del viso… Io non ho voglia e non ho desiderio di pensare che questa mia solitudine, condivisa con milioni di miei concittadini, porterà a qualcosa; magari, pure, a qualcosa di positivo. E non ho, infine, voglia né desiderio di pensare che una volta ci sentivamo rappresentati e che la politica, più o meno, ci dava delle risposte. Il mio lamento ha, invece, tutt’altro aspetto. La politica ci ha lasciati soli e impauriti e con pochissimo potere d’acquisto. Eppure, questa è l’unica politica che abbiamo. Io mi lamento perché tutto questo ci appare come un dato immutabile, eterno e inemendabile. Tutti noi, cittadini e politici, siamo convinti che niente e nessuno potrà mai cambiare le cose. La mia infelicità, e quella di milioni di miei concittadini, diventerà un tratto immutabile della mia stessa costituzione personale. Nel senso: sono moro di capelli, solo alto 1 metro e 68 e sono infelice. Questo è! Come una scatola di detersivo acquistata alla Esselunga: all’interno c’è tutto questo.   

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