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Giovani in biblioteca
Mediterranea

LE PAROLE SONO SANGUE

Chi decide di scrivere va a braccetto con la carta straccia. Intendiamoci, conferita nel mastello bianco, mica nell’indifferenziato.
Ma virtualmente. Carta digitale. Non si distruggono alberi. Né così, né in altro modo. 
Torniamo al tema. 
Mi viene da pensare a quante parole ho buttato nel cestino, in questo periodo. 
Un foglio parlava della vita che finisce. 
“E lui non ci pensò poi tanto”, canta Lucio.
E si, accade che d’un colpo si scrive qualcosa che in quel momento sembra importante. Si risponde ad una urgenza del momento.
Un impulso. Un raptus.
Non c’è, nelle parole poi messe da parte, l’aggravante della premeditazione.
E allora scrissi due giorni fa della stanza dell’ombra, un luogo dove vengono confinati i morenti per lasciali in pace senza disturbo. In realtà è un luogo dal quale fuggiamo perché ci fa paura la fine, e non ci pensiamo.
Non vogliamo vedere un uomo che muore. 
Dopo Lucio, ecco Fabrizio irrompere. 
Ma che faccio adesso, lo riscrivo il pezzo? Certo che no.
Scartato era e scartato resta.
Non ha superato la critica del primo critico che sono io.
Non è stato il momento giusto. 
E che dire del pezzo sulle forze politiche che intendono fare arretrare il campo dei diritti civili?
Ho scritto più di metà, e poi ho trovato la cosa così banale e scontata da diffondere tedio in chi legge.
Specie in questi giorni. 
Tanto, sul tema dei diritti civili, come oggi, come il primo ottobre, ci sarà da lottare. 
Si sa. 
E quindi via nel cestino anche il pezzo bis, con un po’ di sensi di colpa nel vedere delle parole, penso buone, non lette da nessuno.
Ma forse, con un grossolano trucco, ci sto parlando adesso.
Mi arrendo e rendo spontanea confessione. 
Il senso che cerco di dare a questo pezzo, che forse salverò, è elementare, semplice, forse scontato. 
Chi scrive cancella tante parole, prima di arrivare a quelle sentite giuste. 
Si, sentite. Non sono parole ritenute, né reputate. Bensì sentite. 
Perché le parole giuste si sentono dentro. Suonano. 
Ci arriviamo dopo, però. 
Che fanno le parole scartate? 
Accade che qualche volta queste parole si ribellano ed evadono dal cestino del desktop, in alto a destra, ci sarebbe da riempire migliaia di fogli. 
Sempre virtuali. 
E magari tornano in mente a tormentare chi le ha messe da parte. 
Ma come mai uno scrivente decide che alcune parole continueranno a vivere, ed altre no? 
Ma le parole muoiono veramente? 
Le parole che suonano dentro rimangono in vita, le altre no. 
Tutto qua. Nulla di complicato.
O forse si. Fate voi. 
Ma queste parole non muoiono completamente. Stanno buone buone in un posto segreto fin quando verranno pronunciate accanto ad una emozione. 
Allora potranno tornare in vita. 
Il cestino si svuota e le parole sentite vuote si riempiono di calore, di senso. 
Saremmo sentite. 
Ogni giorno confino tante cose in un cassetto immaginario. 
Racconti, parole, frasi.
Ma le parole sono sangue, scriveva Pavese. 
E il sangue lo puoi buttare, ed ovunque vada, per terra, in una siringa da prelievo, dentro il tuo stesso corpo, rimane sempre parte di te. 
Esattamente come le parole. 

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