Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Le parole sono vive. Sono come organismi che nascono e mutano. Difficilmente muoiono, ma può anche capitare.
Per esempio, potrebbero morire dopo che una mutazione ne stravolge il significato.
Tuttavia, alcune parole, prima di morire, provano a resistere.
A volte ce la fanno. A volte no.
Per esempio, la parola “politica” ci sta provando con tutte le forze residue. Sta resistendo allo stravolgimento del termine che, a volte, avviene, in alcuni luoghi dove, forse, non c’è il coraggio della resistenza.
Nei luoghi dove viene definito politico il soggetto che è capace di comporre una lista elettorale. E vincere le elezioni.
Ma come si compone una lista elettorale vincente? Semplice. Basta prendere il paese, o la città, anche se qua è un po’ più difficile, e dividerlo per quartieri.
All’interno di questa pragmatica e perdente lottizzazione, il sedicente politico a questo punto identifica un componente di “buona famiglia” dotato di due qualità principali.
Una, convergere i voti della famiglia e del quartiere il più possibile.
Due, provare a sparigliare le carte in caso che un suo parente, anche residente in un altro quartiere, voglia tentare l’avventura della candidatura in una lista avversa.
Il più delle volte il sedicente politico “spasciafamigghie” promette qualcosa al candidato di quartiere. Per esempio, un assessorato.
Tale azione va ripetuta scientificamente in ogni quartiere.
Tutto ciò, sovente, senza tenere conto delle idee di cui il soggetto è portatore, né della sua presunta capacità ad amministrare la Cosa Pubblica. Al massimo, egli si dichiara garante della sua piccola comunità, improntando la futura campagna elettorale sul rappresentare gli interessi del quartiere.
La ricerca delle componenti donna assume inoltre toni ancestrali. Però qui dobbiamo fare un ragionamento preliminare.
Alla donna vengono precluse le porte dalla politica, e spesso di tanto altro, per via del tempo limitato che può dedicarle. E ciò è responsabilità degli assetti di famiglia tutt’ora in vigore.
La crescita dei figli e il governo della casa sono prevalentemente delegate alla donna.
Non è così?
No?
Magari.
Ciò porta le donne al sacrificio per far spazio all’uomo nelle possibilità di fare politica.
Sarebbe già buona politica che non fosse così. Ma è una storia di altro livello. Ne parleremo.
Ma ad un certo punto delle strategie di composizione delle liste elettorali, sovente confuse, come già scritto, con pura politica, accade che occorre la componente femminile.
Per legge, anche se dovrebbe essere nell’ordine naturale delle cose.
E quindi cosa accade?
Che queste donne relegate alla crescita dei figli, d’un colpo assumono interesse “politico” nei volponi compositori professionali di liste. Per cui si apre la caccia.
Cherchez la femme.
E allora ci si rivolge ai mariti, ai fratelli, a padri, agli zii ed ai cugini per trovare queste donne da far candidare. Si aprono le consultazioni in forma indiretta.
Doppia mancanza di rispetto nei confronti della politica, ma soprattutto delle donne.
Ma che politica è questa?
Semplice, quella che vediamo nei nostri piccoli e anche grandi centri dove conta più vincere che governare. E dove governare è sempre frutto di compromessi, a partire dal momento in cui si mettono sul piatto le promesse elettorali fatte a tutti i componenti per indurli alla candidatura.
E allora si scopre che invece di cinque assessori, le “promesse preliminari” ne mettono sul tavolo almeno dieci. Si ricorre quindi all’aberrante sistema della rotazione, come se ancor più dell’efficacia governativa conti più l’indennità di carica, da spalmare su più persone possibile.
Non è forse così, atto secondo?
L’effetto è quello che vediamo. E parte, come abbiamo già visto, da lontano. Da quel momento di identificazione della parola “politica” in “forza elettorale”. Parte da quel momento, maledetto, in cui le persone vengono anteposte alle idee e alle visioni.
Qui non vale “prima le persone”. Perche l’obiettivo è essere eletti. E poi, come va va.
E come va lo vediamo.
Ma non è così, ter?
Identificare come questo modus operandi sia (anche) la causa dei fallimenti del governo della cosa pubblica sarebbe il primo passo verso la ricerca della soluzione.
Le soluzioni ci sono, ma richiedono tempo e pazienza. Investimenti relazionali e umiltà. Non vanno d’accordo con l’approssimazione, con la fretta, ma richiedono capacità di programmazione, di visione, di investimento.
Le donne e i giovani devono essere da subito protagonisti, nella costruzione di un senso e di un modello di governo della cosa pubblica, pur consapevoli di tempi lunghi e incerti.
I luoghi, che sono persone, vanno ascoltati per costruire un programma, non intesi come palcoscenico dove i candidati si recano a raccattare voti attraverso fantasiose promesse di sviluppo.
I laboratori politici devono essere punti di luce svincolati dalle campagne elettorali.
Ad esse, questi laboratori, se non sono ancora maturi i tempi, devono resistere.
I “vecchi” devono mettersi al servizio dei giovani. Non il contrario.
Donne e uomini devono essere la stessa cosa.
E – che si sia fatto sempre così non significa che si debba fare sempre così–
Non è mia, la frase. Chi la scrisse è adesso polvere e memoria.
E adesso sparate sullo scrivente, vi raccomando, non potendo sparare sullo scritto. Fa parte del gioco suicida che ci porta a vagare increduli e livorosi tra le macerie di una coesione che fa rima con illusione.
E se qualcuno vede in tutto ciò un “manifesto elettorale” lo rassicuro anticipatamente. Non sono all’altezza di governare nulla. Tranquilli tutti.
E la mia generazione, che già odora di antico, deve essere disposta a servire, e farsi da parte scavando con le mani solchi, da trasformare in strade, per i più giovani.
Punto.
Proviamoci. Al momento pare non ci sia altro da fare.
