Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
“En la venta del Molinillo, que está puesta en los fines de los famosos campos de Alcudia, como vamos de Castilla a la Andalucía, un día de los calurosos del verano, se hallaron en ella acaso dos muchachos de hasta edad de catorce a quince años: el uno ni el otro no pasaban de diez y siete; ambos de buena gracia, pero muy descosidos, rotos y maltratados; capa, no la tenían; los calzones eran de lienzo y las medias de carne…” (Nella rivendita del Molinillo, che si trova alla fine dei famosi campi di Alcudia, come si va dalla Castiglia all’Andalusia, in una calda giornata estiva, si ritrovarono per caso due ragazzi tra i quattordici e i quindici anni: né l’uno né l’altro superavano i diciassette; entrambi in buona salute, ma molto sdruciti, strappati e malconci; mantello, non ce l’avevano; i calzoni erano di tela e le calze di carne…).
Novelas ejemplares
È l’incipit d’uno dei dodici racconti inclusi tra le “Novelas ejemplares” di Miguel de Cervantes Saavedra, scritti tra il 1590 e il 1612, e pubblicati nel 1613 a Madrid da Juan de la Cuesta, dopo l’ottima accoglienza ricevuta dall’apparizione della prima parte del Don Chisciotte (“El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, 1605).
Si tratta di dodici di quelli che verranno poi definiti “romanzi brevi”, sul modello affermatosi in Italia, affiancati dalla denominazione di “esemplari”, in ossequio al carattere morale, o meglio didattico, che queste storie, in qualche misura, si ripromettevano d’avere.
El ingenioso hidalgo
Nel prologo di queste “Novelas ejemplares”, Cervantes si vantava d’essere stato il primo a scrivere in spagnolo questo genere di letteratura all’italiana: “A esto se aplicó mi ingenio, por aquí me lleva mi inclinación, y más que me doy a entender, y es así, que yo soy el primero que he novelado en lengua castellana…” (A questo è stato applicato il mio ingegno, qui mi porta la mia inclinazione, e più di quanto possa intendere, ed è così, che sono il primo che ha scritto racconti in lingua castigliana…).
Rinconete y Cortadillo
Tali novelle vengono solitamente raggruppate in due tipologie: quelle di natura “idealistica” e quelle di natura “realistica”; le prime, molto più vicine all’influenza italiana, si caratterizzano per lo scarso riflesso nella cruda quotidianità, per la presenza di personaggi privi di evoluzione psicologica e per gli intrecci amorosi commisti a una certa sovrabbondanza di eventi.
Le altre si preoccupano maggiormente della descrizione degli ambienti, oltre che dei personaggi, spesso con un’intenzione critica. A questa seconda tipologia appartiene “Rinconete y Cortadillo”, di cui si sa che una sua versione esisteva già prima della stesura del Don Chisciotte del 1605, poiché nel XLVII capitolo di quella “prima parte” (“El ingenioso hidalgo…”) si allude proprio a questo manoscritto.
El señor Monipodio
Pedro del Rincón (Rinconete) e Diego Cortado (Cortadillo) sono due giovanottini, che hanno abbandonato la casa dei genitori; casualmente s’incontrano in una locanda sulla strada che da Toledo va verso Córdoba, e stringono subito amicizia. Non avendo impegni né programmi precisi, decidono d’accompagnare alcuni viaggiatori diretti a Siviglia, dove s’imbatteranno in un misterioso mondo “sotterraneo” di cui, affascinati, vorranno presto far parte. Devono necessariamente però comparire davanti a Monipodio, capo d’una “corporazione” di ladri, e, per venire introdotti in questa pittoresca confraternita di criminali, non possono esimersi dall’andare a vivere nella loro grande casa comune, cambiando il proprio nome.
Dalla “Venta del Molinillo” a Sevilla
I due ragazzi, scappati dalla famiglia d’origine, si ritrovano sulla strada che dalla Castiglia va verso l’Andalusia, alla “Venta del Molinillo”. Di essi si mette subito in evidenza l’aspetto lacero di monelli che, riconoscendosi, in un dialogo davvero brillante, quali compagni di mascalzonate, si raccontano brevemente le loro brevi vite. Pertanto, insieme, dapprima spennano un mulattiere barando a carte, e, successivamente, aggregandosi ad alcuni altri viaggiatori, s’avviano a Siviglia, dove fanno il loro debutto come facchini, scaricatori e portatori di merci.
Il Terzo “comandamento” per i “chivatos”
Diego Cortado (Cortadillo) ruba una borsa di denaro a un sacrestano, dopo esserglisi avvicinato col pretesto di prenderlo in giro. Ma un altro giovane del luogo, avendo assistito a questo furto con destrezza, avverte entrambi i nuovi arrivati del divieto di rubare liberamente (“i chivatos non potranno, nel loro primo anno di noviziato, aprire un’attività in proprio”), se prima non si viene presentati alla confraternita di Monipodio, per essere ufficialmente aggregati alla malavita sevillana.
Diego e Pedro vanno allora a omaggiare questo “maestro” di ribalderie e, lungo il percorso, vengono messi a conoscenza di usi e costumi d’un’organizzazione così apparentemente “devota” da lasciare stupiti, assistendo nel frattempo allo spettacolo offerto da questo fantastico mondo brulicante ai margini della società civile, composto da ladri, estortori, mascalzoni, bulli, teppisti, e delinquenti comuni; guidati da Monipodio, costituiscono la “crème de la crème” della malavita cittadina, tollerata, consentita e persino fomentata da vizio e corruzione.
Città di mare: una “mafia” in ogni porto
In quel momento storico, Siviglia era il principale porto della Spagna. Proprio in questo capoluogo andaluso, dall’America arrivavano i galeoni reali carichi d’oro e delle altre incommensurabili ricchezze del nuovo continente. Anche il commercio estero era tutto concentrato nel porto di Siviglia, dove si trovava l’Ispettorato fiscale centrale; e lì si erano stabiliti i mercanti di molti paesi d’Europa.
Per tali motivi, a quel tempo, questa città sulle rive del Guadalquivir era forse la più ricca dell’intera penisola iberica, e la più allettante, oltre che altamente appropriata per la criminalità organizzata. L’alveare di gente e gentaglia che doveva essere Siviglia offriva moltissime possibilità alla canaglieria, per la quale costituiva una magnetica attrattiva.
I romanzi picareschi
Per inciso, un altro esempio di letteratura picaresca, elaborata dietro la spinta propulsiva dell’anonimo “Lazarillo de Tormes” (1554), trova idonea ambientazione proprio a Siviglia: “Vida del picaro Guzmán de Alfarache” (1599-1604) di Mateo Alemán y de Enero; mentre “Historia de la vida del Buscón, llamado Don Pablos, ejemplo de vagamundos y espejo de tacaños” (1626) di Francisco de Quevedo y Villegas si svolge tra Segovia e Madrid, offrendo, in particolare, una notevole quantità di informazioni sul cosiddetto “canto (gergo) dei ladri” (Thieves’ Cant), o anche “Germanías”, impiegato pure da mendicanti e truffatori di vario genere.
Un po’ tutte le opere picaresche hanno, comunque, un certo valore linguistico, in quanto registrano l’argot di molti settori della società, e dunque sia la lingua dell’antieroe che quella dei criminali che l’antieroe incontra durante le sue peregrinazioni.
El Compás di Siviglia
Cosmopolita per la sua inclinazione commerciale, come ogni altra metropoli cosmopolita, Siviglia era, per molti versi, anche abbastanza caotica, dove la delinquenza poteva ritagliarsi ampi margini di movimento. Ma luogo privilegiato d’incontro della malavita di Siviglia, all’epoca, era El Compás, un vero e proprio quartiere a luci rosse.
Il fervore religioso
L’altro aspetto di questa Siviglia secentesca era indubbiamente la religiosità, a cui si allude anche nel nostro racconto cervantesco, in un dialogo tra mascalzoni, dove uno di loro afferma: «… Né abbiamo una conversazione con una donna di nome Maria di sabato“, a riprova di come con grande fervore sarebbe stata accolta in città la dottrina dell’Immacolata. – L’arcivescovo di Siviglia avrebbe ordinato nel 1610, anni dopo la composizione del “Rinconete y Cortadillo”, la chiusura dei bordelli sivigliani nei giorni consacrati alla Vergine, raccomandando che tutte le ragazze di nome Maria non vi lavorassero.
Vi sono, d’altra parte, già in quel momento, testimonianze dell’esistenza, nell’urbe andalusa, di confraternite che svolgevano processioni, o “agivano” in occasione di feste religiose. E questo fervore sivigliano per la Vergine e le processioni perdura ancora oggi.
Una critica sociale
Pertanto, quando, al superamento del “noviziato”, i criminali devono cambiare nome, risulta quasi inevitabile l’allusione alla vita liturgica di celebrazioni e ricorrenze. Anche se un’interpretazione più sarcastica potrebbe suggerire che tale religiosità attaccaticcia e di superficie, nella casa di Monipodio, unita agli altri riferimenti alla vita monastica, potrebbero trovare spiegazione in un velato attacco, da Cervantes diretto, attraverso questa corporazione di ladri, a un ben preciso ordine religioso, oppure agli ordini religiosi tout court.
La socio-antropologia cervantesca
L’illustrazione dettagliata dell’ambiente sivigliano di quell’epoca che Cervantes fornisce sembra dovuta molto probabilmente alle osservazioni effettuate di persona, durante i suoi ripetuti soggiorni andalusi. Né si deve scartare l’ipotesi che l’autore del Quijote abbia potuto mantenere rapporti con autentici rappresentanti della malavita locale, conosciuti in carcere, il che spiegherebbe la minuziosa conoscenza dimostrata riguardo le loro modalità di attuazione dei vari crimini.
Pur sembrando “gemelli”, i due protagonisti, Diego e Pedro, almeno nella bramosia di libertà e indipendenza economica, non sarebbero però poi mossi da analoghe motivazioni di disagio sociale, tale da sospingerli al medesimo travagliato peregrinare lungo i sentieri che dalla Castiglia portano all’Andalusia; ma ciò non viene sufficientemente rimarcato.
“Padre” Monipodio
Ed è nel personaggio di Monipodio che si trova la maggiore caratterizzazione, e si tratta di accentuati e decisi tratti paternalistici. Monipodio ha assunto appieno il ruolo genitoriale e come tale appunto opera nella sua comunità; in essa è temuto, ma pure ammirato e amato; in essa, ha il prestigio e la forza per risolvere i problemi, accogliere i reclami, nonché per assumere la rappresentanza dell’intera confraternita, sia in fase difensiva che in quella della comune amministrazione.
Corporazione di mestiere o società di mutuo soccorso?
In realtà, questa “comunità monipodiana” ha la forma d’una vera e propria “corporazione di mestiere”, un’associazione che riunirebbe “artigiani” accomunati dallo stesso “lavoro”. E, in effetti, l’organizzazione d’ogni gilda tardomedievale e rinascimentale non era se non chiusa e solidale, allo stesso tempo; al suo interno, si distribuivano nella giusta proporzione i vari compiti e pure gli aiuti a malati e indigenti, sotto il patrocinio d’un santo di riferimento, verso il quale si dimostrava la maggiore devozione, e sempre in ossequio al motto: «a Dios rogando y con el mazo dando» (a dio pregando e con la mazza picchiando).
L’ipocrisia della Controriforma
La decadenza morale ed economica, insieme allo spirito religioso della Controriforma, avevano contribuito a incrementare la preoccupazione dell’intera società per ogni forma esteriore di spiritualismo, mentre in pratica a dominare era il più greve attaccamento alla materialità.
Un certo sarcasmo
Non sappiamo fino a che punto, e con quanta ironia, Cervantes abbia forzato la sua mano di abile scrittore su questo forte spirito religioso dell’epoca, di cui rende ampiamente partecipi i suoi personaggi. Certo, essendo di per sé molto pronunciato in quel periodo, potrebbe anche non aver esagerato troppo su quest’aspetto. Tuttavia, dev’essere pure innegabile una certa dose di sarcasmo nella descrizione di come i criminali s’attengano “piamente” a certi precetti: recitino il rosario, celebrino messe per i defunti, dimostrino devozione alle immagini sacre, s’astengano dal “rubare” di venerdì, quasi fosse un fioretto.
Influenza erasmiana
Questa modalità di “pietà pelosa” posta in atto dai delinquenti potrebbe non essere altro che una risorsa letteraria usata da Cervantes per far satira su quell’altra società, quella alta, molto preoccupata per le apparenze ma, in effetti, altrettanto assolutamente priva di scrupoli; un mondo in cui, più della realtà stessa, vale ciò che si lascia trapelare.
Forse, allora, ci troviamo di fronte a una serrata critica di formule convenzionali e cerimonie vuote che così copiosamente furono prodotte in quel preciso momento storico, da parte d’un autore influenzato dal pensiero erasmiano?
Mandanti ed esecutori
La società formata dai malfattori è un’immagine alternativa, parodistica e distorta della società “rispettabile”; ha le sue leggi, il suo codice d’onore, la sua liturgia, ecc., che confermano che si vive solo secondo la forma esteriore e la corruttela imperante, soprattutto se si tiene conto che sono le classi superiori ad affidare il lavoro sporco ai delinquenti.
Basti ricordare quel signore che paga alla confraternita una coltellata di “quattordici punti” da dare alla persona da lui indicata. E, non meno significativo a dimostrare la degenerazione e la disonestà del tempo, è il caso dell’ufficiale giudiziario compiacente, che, in cambio di denaro, chiude un occhio sulle attività di malaffare. In ogni caso, è sufficientemente chiaro che rapine, omicidi e vendette vengono quasi sempre commessi su commissione, allora come adesso e, molto probabilmente, fu questo un prodotto di quella bramosia di denaro che non appare poi tanto caratteristica peculiare d’un solo ambiente né d’un’unica stagione. Il mondo criminale era “organizzato” allora come lo è tuttora.
L’esistenza di autentiche confraternite di malfattori, in quell’epoca, dunque, non è affatto da escludere, anche se difficile da verificare; una sorta di criminalità organizzata nel Seicento, alla stessa stregua delle “mafie” a noi note, da “cosa nostra” alla camorra, dalle ‘ndrine sparse per l’Europa ai cartelli della droga, delle armi, della prostituzione, dell’immigrazione clandestina, ecc.
Hermandad de la Garduña
La leggenda toledana della Garduña (faina) racconta d’una nascita in uno scorcio di tempo ben anteriore a quello degli altrettanto misteriosi “Illuminati”, ma compatibile con quello della consorteria di Monipodio descritta da Cervantes.
Si narra che, dopo l’occupazione araba, a un eremita di nome Apolinario, una miracolosa apparizione della Vergine spiegò che i musulmani si sarebbero stabiliti nella penisola iberica quale punizione divina per avere, gli spagnoli, trascurato i consueti obblighi di fede. Cosicché la Vergine chiese a quest’uomo pio di radunare in suo nome delle persone che si lasciassero guidare dalle sacre scritture, con lo scopo di respingere gli invasori e restaurare il credo cristiano.
Dopo la Reconquista, però, la Garduña divenne un serio problema pure per le autorità costituite, eppure, allo stesso tempo, una modalità e un metodo, di cui i corrotti si servirono per realizzare i loro abietti obiettivi.
La struttura
La struttura di questa società segreta sarebbe stata, dunque, influenzata in molti modi dalle confraternite religiose. Pertanto, la gerarchia presentava nove gradi e la personalità più responsabile era il “Fratello maggiore”, o Superiore” (“Grande Fratello” o Gran Maestro, che dir si voglia). Al suo comando, nel secondo scaglione, c’erano i cosiddetti Capataces (sorta di sorveglianti), nominati in modo d’averne uno per ogni città. Questi, a loro volta, erano incaricati dei cosiddetti floreadores (ladri) o puntadores (assassini) e dei postulantes i quali aspiravano a venire considerati alla stregua dei due precedenti, che nel frattempo servivano da assistenti.
Al di sotto, c’era tutta una rete inserita nelle varie zone della città, praticamente, di spie: chivatos (infiltrati), corbeteras (ricettatori), sirenas (informatrici ammaliatrici, ma sostanzialmente prostitute), soplones (“che spifferano”), di solito mendicanti, anziani o ragazzini i quali, sfruttando la loro apparente innocenza, s’intrufolavano dappertutto a fare gli appositi sopraluoghi; insieme, andavano a costituire i Fuelles, o apprendisti, alla base dell’intera piramide.
L’Ottalogo
Tutti i membri avevano in comune un tatuaggio sulla mano, formato da “tre puntini”, ed erano tenuti a osservare una specie di “Ottalogo” di regole da rispettare, tra cui quella imposta ai due antieroi della novella (“Rinconete y Cortadillo“) di Cervantes: “i chivatos non potranno, nel loro primo anno di noviziato, aprire un’attività in proprio”. Il primo comandamento in assoluto era: “Buon occhio, buon udito, buone gambe e poca lingua”, riconfermato dall’ultimo: “La regola massima sarà: prima martiri che confessori”.
La liturgia
Quasi fosse stata una santa confraternita che si rispetti, prima delle loro esibizioni di ribalderie, si incontravano per affidarsi alla Vergine. E, tra i loro riti esoterici, i membri della Garduña tenevano una Bibbia, come libro di riferimento, da impiegare a mo’ di oracolo per farsi guidare nel prendere importanti decisioni. La cerimonia, quella ch’era stata raccomandata direttamente dalla Vergine apparsa ad Apolinario: prima di ogni impresa, la consultazione delle sacre scritture. Il libro veniva aperto a caso e il testo in cui ci si imbatteva era letto in chiave allegorica.
La presunzione patriottica
Nel corso della loro storia avrebbero agito nella totale impunità e senza lasciar tracce delle loro azioni. Compirono quindi dei crimini perfetti, commettendo alla fine un errore di presunzione e d’orgoglio, in quanto, dopo l’invasione napoleonica d’inizio ‘800, da questa società segreta contrastata a suo modo, i suoi dirigenti cominciarono a tenere aggiornato un registro, di cui però, in verità, non è rimasta traccia, allo scopo di perpetuare la memoria delle loro azioni, elogiandole nei termini dell’eroismo patriottico.
In Italia, l’origine mitica delle cosiddette tre “mafie” principali, la si fa risalire a un lasso di tempo che precede di poco meno d’un paio di secoli il breve romanzo di Cervantes.
Secondo leggende popolari, ancora in vigore soprattutto nel meridione, tutto sarebbe cominciato, nel XV secolo, con un naufragio, al largo dell’isola di Favignana, di tre misteriosi “fratelli” spagnoli: Osso, Mastrosso e Carcagnosso, leggendari precursori rispettivamente della sicula Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta calabrese e della Camorra napoletana.
Storia, leggenda o fantasia?
Ma i tre “gentiluomini”, che stavano fuggendo dalla Spagna per una brutta storia d’onore infangato, quando arrivarono in una terra che si presume non fosse ancora guastata da iniquità e ingiustizie, erano già autorevoli membri della potentissima, quanto segreta, “Confraternita della Garduña” (faina), già esistente nella penisola iberica dal tardo Medioevo, o d’una congrega simile a quella di Monipodio?
I suoi statuti sarebbero stati approvati a Toledo nel 1420, tre anni dopo la fondazione ufficiale del 1417. Si diceva che fosse una banda di galeotti accresciutasi nel tempo a tal punto da diventare un’entità ben più organizzata, coinvolta in rapine e rapimenti, incendi dolosi e omicidi su commissione.
Gli storici spagnoli León Arsenal e Hipólito Sanchiz tenderebbero a far risalire un po’ tutti i riferimenti riguardanti la Garduña a un libro del XIX secolo: “Misterios de la inquisición española y otras sociedades secretas de España” di Víctor de Fereal (forse pseudonimo di Madame de Suberwick) e Manuel de Cuendías, pubblicato nel 1850. Ma ciò porrebbe fortemente in dubbio una reale esistenza storica della Garduña, che sarebbe quindi frutto d’una fantasia piuttosto posteriore agli avvenimenti narrati.
Il “bandolerismo” ispanico
In quanto società segreta, la Garduña sarebbe stata molto votata ai complotti più misteriosi. Cosicché, si potrebbe presumere che sarebbe anche stata attiva per oltre 400 anni in Spagna, svolgendo il lavoro sporco dell’Inquisizione. Eppure, negli studi più seri sul “bandolerismo” (banditismo) ispanico e sui disordini sociali, piuttosto frequenti nell’Andalusia del XIX secolo, la Garduña non trova alcuna importante menzione.
La deportazione dei galeotti
Gli ipotizzati rapporti tra Garduña e Camorra napoletana si baserebbero, allora, sull’ipotesi d’un possibile “trapianto” avvenuto quando la Spagna, detenendo il controllo del regno di Napoli, vi avrebbe deportato la gran parte degli elementi criminali iberici socialmente più pericolosi. Questa tesi d’una Camorra propaggine della Garduña verrebbe sostenuta da David Leon Chandler, che però alla Camorra prova ad affiancare la mafia siciliana, e di conseguenza quella americana, la ‘Ndrangheta calabrese, la pugliese Sacra Corona Unita, e persino l’Unione Corse.
Osso, Mastrosso e Carcagnosso
Il mito popolare tramandato dal folklore calabrese suggerirebbe un’eredità molto meno ampia, e precisamente trinitaria, raccontando la storia dei “tre” cavalieri spagnoli, tre “fratelli” germani o confratelli di Garduña, costretti a fuggire dal loro paese dopo aver lavato col sangue l’onore d’una loro sorella (o consorella) sedotta e disonorata. Dopo il naufragio nell’isola di Favignana, Osso, devoto a San Giorgio, decise di soggiornare in Sicilia e fondò la Mafia o Cosa Nostra, Mastrosso, protetto da San Michele, attraversò lo Stretto di Messina e si stabilì in Calabria, per dar vita alla ‘Ndrangheta, mentre il più ambizioso dei tre, Carcagnosso, con la benedizione della Vergine Maria, prolungò il suo viaggio, riuscendo a raggiungere Napoli, uno dei grandi luoghi di quello ch’era stato il potente Regno d’Aragona, al momento governato dai viceré, per fondarvi e farvi prosperare la Camorra.
Le Triadi cinesi
Le circostanze che circondano il mitico naufragio suggerirebbero che, tra le principali occupazioni dei “tre cavalieri”, vi fosse pure la pirateria, in connessione forse con tutta quell’attività corsara fiorente sin dall’epoca della scoperta dell’America e che rivelerebbe un qualche strano e occulto parallelismo con l’analoga tradizione relativa ad altrettanti monaci buddisti ritenuti fondatori delle Triadi cinesi.
Codici d’onore
In base a questa mitografia, i tre fratelli sarebbero gli artefici dei codici d’onore basati su valori quali il coraggio, la lealtà e la fedeltà, che le organizzazioni clandestine italiane ancora vanitosamente s’attribuiscono, nonostante la loro performance implichi una banale mancanza di vera nobiltà e di sicura correttezza di comportamento. Ciononostante, volendo meglio puntualizzare, c’è qualcosa che ricorderebbe non troppo vagamente l’albanese Kanuni (o canone di Lekë Dukagjini): “Gjaku shkon me gjak!” (il sangue va – lavato – col sangue!), molto più vicino al codice barbaricino, che regolamenta vendetta e inimicizia (Disamistade).
Perché la Spagna terra d’origine di tutte le “Mafie”?
La teoria ispanica sulla fondazione mitica delle grandi mafie italiane, per alcuni, in specie gli spagnoli, soddisferebbe soprattutto la volontà di salvaguardare una favolistica “verginità” del nostro meridione, che tenderebbe così ad attribuire un vergognoso problema locale a delle influenze esterne.
Il sistema clientelare romano
Nel caso delle mafie italiane, la tradizione dei gruppi criminali con organizzazione professionale, un po’ in tutta la Penisola, si potrebbe far risalire molto più agevolmente all’antica Roma, dove il sistema clientelare utilizzato dalle grandi famiglie patrizie dava ombra a un intero seguito di personaggi fraudolenti di contorno. E, se c’è prosperità, non ci vorrà molto perché il crimine avanzi e si raffini, almeno finché non ci saranno validi strumenti per porvi fine.
Campieri e gabellotti
In effetti, l’ascesa delle mafie moderne è più che documentata dagli storici italiani che ne fanno risalire la genesi in Sicilia, dove, nel XIX secolo, emersero le figure chiave dei «campieri» e dei «gabellotti» (esattori delle tasse) per gestire i possedimenti dei latifondisti, prevalentemente aristocratici. In cambio ottenevano una percentuale sui raccolti, ma per aumentare i loro guadagni divisero il territorio in piccole aree da affittare ai contadini, i quali dovevano corrispondere loro anche un’ulteriore percentuale del raccolto ottenuto.
A poco a poco, divennero sempre più potenti e commisero atti di grave corruzione: estorcevano denaro (‘u pizzu), s’appropriavano indebitamente di pascoli per nutrire il bestiame, organizzavano i malfattori in gruppi ben armati. – Basterebbe, per averne un’idea abbastanza chiara, ricordare il dramma popolare “I mafiusi della Vicaria”, scritto nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, dove però questi malandrini vengono descritti appartenenti a una consorteria modellata su quella camorristica napoletana.
Non per questo, però, i “gabellotti” possono essere considerati un diretto antecedente delle varie mafie nelle altre regioni, attraverso un meccanismo di pura imitazione che si propaga nei territori economicamente più poveri. C’è da considerare pure il problema linguistico, oltre che organizzativo: la ’ndrangheta (dal greco ἀνδραγαϑία «valore virile») non corrisponde proprio esattamente né alla camorra né a cosa nostra (mafia), anzi apparirebbe addirittura più arcaica.
Una cattiva fama dei Borgia?
Forse, allora, il mito della fondazione spagnola delle mafie italiane avrebbe più solidi legami con la “leggenda nera” che ha circondato la famiglia Borgia, descritta, eppure senza un valido fondamento, come la “prima” famiglia criminale della storia vaticana?
La famiglia de Borja, d’origine valenciana, che ha dato al mondo due Papi (Callisto III e Alessandro VI), è coinvolta in una saga oscura che presenta tutti i suoi componenti come personaggi lussuriosi e crudeli. Né il nepotismo che li rese popolari, né l’eccessiva ambizione, né l’avere figli nonostante il sacerdozio, erano qualcosa di esclusivo di Rodrigo (Roderic Llançol, Alessandro VI), – visto che Alfons (Callisto III) lo si descrive invece: «…contrario al lusso e all’ostentazione condusse una vita austera e ritirata nel suo palazzo.». – Era allora lo status di straniero a elevare sproporzionatamente queste pratiche comuni in Vaticano a quelle vergognose di sordide e imperdonabili?
Fatale il numero 23
I Borgia si fecero molti nemici in Italia, e quando Alessandro VI e suo figlio Cesare s’ammalarono gravemente dopo un banchetto in campagna, nel 1503, in tutta Europa echeggiarono le voci d’un veneficio, per il quale era divenuta celebre Lucrecia, esperta nell’uso della cantarella. Il patriarca della famiglia morì pochi giorni dopo, e fu l’inizio della caduta in disgrazia di Cèsar, fino ad allora, secondo Niccolò Machiavelli, modello da imitare dagli arrivisti principi europei. E come l’illustre suo omonimo romano, pochi anni dopo, andò incontro al proprio destino, trafitto da ventitré colpi di picca.
I crimini dei Borgia, dal nepotismo agli abusi di potere, dalla lussuria al traffico di influenze, ecc. non furono affatto diversi da quelli di altri Papi, con la sola eccezione che pochissimi altri pontefici non furono di nazionalità italiana.
Una cattiva fama degli Asburgo?
È abbastanza poco agevole quindi trovare ragionevoli prove tra i Borgia del soglio pontificio per corroborare la stessa esistenza della Confraternita della Garduña, che verosimilmente potrebbe essere stata la più antica società criminale d’Europa. Fino a pochi anni fa, pertanto, il dibattito si concentrava sulla definizione del ruolo svolto in Spagna dagli Asburgo.
In fondo, per sostenere l’autorità spagnola e a Napoli, e in Sicilia, e in Sardegna e nel Ducato di Milano, ecc. erano necessari molti alleati, e a tutti i livelli, anche i più bassi. Per questo, il ruolo della Garduña, o di qualcosa di simile a essa, sarebbe potuto essere strettamente legato a quello di corpo clandestino al servizio dei viceré spagnoli in Italia. Qualcuno, come lo storico (e ufficiale di polizia) Manuel de Cundías, coautore dei “Misterios de la inquisición española y otras sociedades secretas de España”, è arrivato a ipotizzare che il Gran Maestro della confraternita potesse avere persino un appartamento riservato all’interno del Palazzo della monarchia asburgica, il che spiegherebbe la sua fortissima influenza su tutti i territori dell’impero.
Un ruolo dell’Inquisizione spagnola?
Tuttavia, la Confraternita della Garduña è oggi ridotta al mondo delle leggende o della semplice speculazione letteraria. E, in obbedienza a queste teorie, si ribadisce che fu creata a Toledo intorno all’anno 1417, in connessione con gli assalti, segregativi e razzisti, alle case musulmane ed ebraiche precedentemente segnalate dall’Inquisizione.
Un facile arricchimento “post-colombiano”
Con la conseguente ascesa dell’industria del lusso, delle banche e della criminalità, associate alla prosperità materiale e al facile arricchimento, il suo maggior sviluppo sarebbe avvenuto proprio a Siviglia, dove l’oro e l’argento dell’America da poco conquistata era diretto. Perciò, il personaggio di Monipodio, nel racconto “esemplare” di Cervantes “Rinconete y Cortadillo“, potrebbe quindi essere ispirato a un personaggio reale, che lo scrittore di Alcalá de Henares ha avuto modo di incontrare quando dovette scontare delle pene carcerarie.
I Beati Paoli
In quanto corporazione di ladri, aveva una struttura ispirata alle confraternite religiose, nelle cui sembianze si poteva ben mimetizzare per operare impunemente. Un po’ quello che sarebbe accaduto ai cosiddetti “Beati Paoli”, menzionati dal marchese di Villabianca, Francesco Maria Emanuele Gaetani (in Opuscoli Palermitani, vol. XVI). Ma i riferimenti all’onnipotente confraternita ispirata al mustelide notturno, continuerebbero fino al XIX secolo, quando si ebbe sentore dei suoi ultimi sussulti, con la spettacolare pubblica esecuzione dei suoi capi (tra cui il “Fratello Maggiore” Francisco Cortina) nella Plaza Mayor di Siviglia, il 25 novembre 1822.
Santa Hermandad
A non dubitare dell’influenza della Garduña ci furono il sociologo e filosofo tedesco Georg Simmel e lo scrittore Hans Magnus Enzensberger, che ne hanno sostenuto il grande impatto sulle analoghe società segrete mediterranee. Soprattutto perché, nel 1476, sarebbe stata appositamente creata la prima forza di polizia organizzata in Europa, “Santa Hermandad” (Santa Fratellanza), proprio allo scopo di contrastarla, o di contrastare qualcosa di molto simile alla consorteria di Monipodio, oppure ogni tipo di malavita organizzata.
Un gruppo di persone ben armate, pagate appositamente per perseguire il crimine e i criminali, venne istituito, nelle Cortes de Madrigal, da Isabella “la Católica” (sovrana di Castiglia e León, dal 1474 al 1504, regina consorte di Aragona, Sicilia, Valencia, Sardegna, Maiorca e titolare di Corsica, contessa consorte di Barcellona e delle contee catalane dal 1479 alla morte), unificando quelle varie e diverse fratellanze che esistevano già, dall’XI al XIV secolo, nei regni cristiani, tipo la Hermandad de San Martín de la Montiña, che agivano alla stregua di vere e proprie milizie.
Anche le prime di queste Fratellanze avevano un’organizzazione simile alle Confraternite religiose, ma con lo scopo di costituire una forza armata per difendere le città dagli attacchi dei nobili turbolenti e dei mercenari senza lavoro e per combattere briganti e banditi ch’erano soliti darsi all’abigeato.
Questa creazione della prima regina di Spagna, in effetti, coincidendo con il periodo di maggior sviluppo della Garduña, che proprio nel XV secolo visse il suo periodo d’oro, ne potrebbe avvalorare l’esistenza storica.
Biografia essenziale:
Arsenal L. & Sanchiz H. Una historia de las sociedades secretas españolas, Planeta, Barcelona 2006
Boruchoff D. A. Free Will, the Picaresque, and the Exemplarity of Cervantes’s Novelas ejemplares, «M L N [Modern Language Notes] » 124, 2, Hispanic Issue 372-403, The Johns Hopkins University Press, Baltimore 2009
Caracciolo F. Miseria della mafiologia, Monduzzi Editore, Bologna 1992
Castiglione F. P. Indagine sui Beati Paoli, Sellerio, Palermo 1987
Chandler D. L. The Criminal Brotherheads, Constable, London 1976
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