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PARTHENOPE

 

Parthenope è un film immaginifico, per la sua capacità di evocare situazioni reali mescolate ad altre che sembrano appartenere di più alla dimensione del sogno.

La protagonista, Parthenope è, come il suo nome dichiara, una sorta di alter ego di Napoli; città che è stata raccontata tantissime volte, ma il film di Sorrentino guarda a quello che è lo spirito, quasi il Genius Loci della città.

La protagonista è sfacciata e introversa allo stesso tempo, ribelle alle convenzioni, ma capace di muoversi su più registri, e noi siamo invitati a compiere un viaggio nella città attraverso i suoi occhi, e assistiamo a come qui antichi fasti convivano con realtà ai limiti della legalità.

Gli stessi protagonisti con cui lei si interfaccia si caricano di caratteri quasi ancestrali, diventano essi stessi parte del mito di cui si nutre nella leggenda della sirena da cui prende il nome, arenatosi sullo scoglio di Megaride.

La protagonista affascina, si offre con una  malizia fatta di candore, anche quando si trova a girare nel ventre della città, in situazioni che poco hanno a che fare con la cultura borghese a cui lei appartiene, d’altronde a Napoli la continua contaminazione tra aristocrazia, borghesia e popolo è storicamente scritta addirittura nella stessa architettura della città, dove i palazzi nobiliari, convivono con i bassi che nel film sono ritratti come tuguri dove illecito e lecito convivono, nelle stradine dove la folla celebra i suoi riti pagani, oggi spesso iscritti nella cultura del crimine.

E il rapporto tra sacro e il profano è un altro dei temi del film, la stessa scelta della protagonista di studiare antropologia all’Università, ne testimonia la curiosità, ma ci introduce anche a diversi registri identificativi della cultura della città.

E questo rapporto lo ritroviamo anche nella sua vicinanza al culto di San Gennaro, da lei inizialmente studiato come ricerca per l’Università, e al suo relazionarsi con chi nel film ne fa da intermediario, un bravissimo Peppe Lanzetta, personaggio ricco di contraddizioni.

Siamo abituati da Paolo Sorrentino a far convivere Insieme diversi piani di scrittura nei suoi film, ma questo è forse il suo film più riuscito, quello che più colpisce al cuore per la vicinanza alla sensuale vitalità di questi luoghi così carichi di pathos, eppure Parthenope deve andar via, forse per costruire il proprio equilibrio, inizia infatti una carriera universitaria al Nord, fuori da Napoli, dove torna dopo quarant’anni, interpretata da Stefania Sandrelli.

Ricordiamo nel cast, oltre la protagonista Celeste Dalla Porta, Silvio Orlando, Stefania Sandrelli, Luisa Ranieri, Isabella Ferrari e il premio Oscar Gary Oldman, Lorenzo Gleijeses, Biagio Izzo, i costumi sono di Carlo Poggioli, da sottolineare la collaborazione di Anthony Vaccarello, il direttore creativo della casa di moda francese Yves Saint Laurent.

Fin qui la trama, nei suoi tratti principali, ma la trama, è specialmente nei film di Sorrentino solo una delle chiavi di accesso alla storia del film, molto interessante, e di più,un lasciarsi andare alle evocazioni visive e al meta-linguaggio che è proprio del cinema, dove come avviene per la poesia non si può spiegare  tutto attraverso l’uso della sola ragione, né attenersi alla sola analisi lessicale del testo scritto, che finirebbe per ingabbiarla in un contesto non suo, e così è d’altronde la vera natura del cinema che si nutre di immagini, del ritmo all’interno delle battute che non è mai solo ‘parola’, ma ‘musica’ fatta di pieni e di vuoti, di suoni e di silenzi, e solo poi anche gioco verbale, bellissima anche la fotografia, così come gli abiti di scena, e il grande palcoscenico/panorama dei luoghi della città di Napoli.

Questo film ci fa quasi percepire gli odori di Napoli, e gli odori nel cinema non si possono percepire, ci hanno provato in teatro, a cucinare in scena per esempio, ma al cinema… Di certo possiamo dire che è un film sensoriale, oltre che sensuale.

Ci sono anche dei passaggi a mio avviso fuori registro, come l’incontro con il figlio del professore, il bravissimo Silvio Orlando, ma perché rappresenta ancora un altro registro narrativo all’interno del film, senza secondo me aggiungere, ma forse togliendo… Perché ciò che si vede è sempre meno di quello che si immagina, lasciarlo come ‘voce’ amplificava una sua presenza al di fuori della realtà fisica, che poi è quello che rappresenta, un altro aspetto di Napoli, quello più segreto e animistico… e se si toglie un senso si amplificano gli altri… e d’altronde la protagonista è un’amplificazione dell’eterno ‘feminino’, che rimane eterna ragazza, madre di nessuno, materna con tutti, proprio come Napoli.

Ma la protagonista si rivela da subito donna complessa da decifrare, così come la città da cui prende il nome, donna che non ama né il finto perbenismo, né l’ovvietà del vivere borghese in cui è cresciuta, orgogliosa ed indipendente riesce sempre ad avere la risposta pronta, come spesso le viene detto, ma nel suo essere così mantiene una sua gentilezza naturale, che la rende come immune alla volgarità che la circonda, al ‘brutto’ che impera, e ancora una volta si compie il miracolo salvifico dell’Arte, e della bellezza…

 

 

 

 

 

 

 

 

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