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Perché bombardi? Domanda impossibile, forse, a The Donald 

Ci stiamo attrezzando; stiamo studiando; siamo alla ricerca di quel viottolo che ci condurrà fin dentro allo Studio Ovale. Lì giunti, chiederemo a Mister Trump di dedicarci due minuti e tredici secondi della giornata sua. In poco più di centotrenta secondi, Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, in un video diffuso addirittura nello scorso dicembre, a metà mese, con chiarezza annuncia: se vogliamo essere sinceri, il Venezuela, parlando di narcotraffico, è l’ultimo dei paesi sudamericani del quale dobbiamo interessarci

E ancora: la cocaina si produce in Colombia, Bolivia e Perù e non in Venezuela. Non mi sembra un paese democratico quello che bombarda o che uccide e fucila i presunti trafficanti. È come se noi in Italia dicessimo: io so che Tizio è mafioso e quindi lo uccido in via preventivaNon stiamo parlando nemmeno della pena di morte dopo un processo, dopo una sentenza

Pertanto, se sganciamo bombe per combattere o annientare il traffico di droga, anzitutto e per coerenza, dovremmo, chiosa Gratteri, bombardare le “cucine”, le raffinerie di droga, presenti nella foresta amazzonica

Insomma, a quanto pare, Trump, sognando il premio Nobel per la pace, s’è un po’ lasciato prendere la manina.  

O proprio sotto una qualche montagnola di bianca polvere il buon Donald cela forse qualche altro desiderio? E il narcotraffico e i suoi protagonisti son solo pedine in quel disegno che vede Trump eliminare, secondo svariati espedienti, tutti coloro che non gradiscono il suo modo d’intendere la vita, il mondo, l’America?  

Chissà… vedremo…  

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