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Pino Morabito: un tuttologo rivoluzionario

Da Giornalistitalia.it di m.n

«…i giuvini chi valigi sindi vannu, espatriunu comu è scrittu ’nto distinu i sta terra ch’è terra d’emigranti. Sindi vannu, sindi vannu, comu i fogghi dill’arbiri, quattru, cincu, sei o setti, ogni jornu, quasi sempri…

Ci furu terremoti assai tremendi e a genti non nci ristau mancu ’na petra; spittavinu i miliardi ru guvernu, ma quarcunu i miliardi si ’nfossava… E jeu chi sugnu comu nu sbandatu, chi attraversai lu mari pu ’nturnisi, pensandu ca chista terra era cangiata, ’nci turnai ma a vitti chiù malata…»*.
Ne “I giuvini partunu”, una delle dieci canzoni sull’emigrazione per trovare dignità e fierezza, contenuta nell’album “Natura calabrisi”, c’è tutta la struggente malinconia di Pino Morabito, straordinario artista e giornalista calabrese in trasferta permanente a Roma, al quale Giornalisti Italia ha conferito il Premio alla Carriera per il suo straordinario essere “Un tuttologo rivoluzionario innamorato della storia popolare”.

Giornalista, poeta, cantautore, attore, doppiatore, pittore espressionista, docente di diritto e sociologia, «Pino Morabito – conferma a Giornalisti Italia Vittorio Sindoni, uno dei più grandi registi e sceneggiatori del nostro Paese – ha messo sempre anima e cuore in quello che ha fatto, con l’umiltà e la rigorosa professionalità che solo i grandi, ma purtroppo spesso non sempre fortunati, riescono ad avere». Con Sindoni, Pino Morabito ha interpretato il “signor Larosa” nella miniserie televisiva “Come una mamma”, prodotta dalla Rai nel 1991, affiancando Stefania Sandrelli e Massimo Dapporto.
La motivazione con la quale Giornalisti Italia ha conferito il Premio alla Carriera riassume, del resto, tutta la sua vita: «“E fugge il tempo”, ma non lo straordinario valore e il merito di Pino Morabito, cantante, autore, attore, insegnante e giornalista. Ermetico, poetico, triste, sarcastico, disincantato, scomodo: un “tuttologo rivoluzionario” calabrese in trasferta permanente a Roma che, con grande umiltà e orgoglioso dissenso, non ha mai accettato compromessi pagando a caro prezzo l’amore per la storia popolare che ha narrato e cantato nelle sue infinite sfaccettature raggiungendo gli anfratti più profondi dell’animo umano. La sua grande dignità e il suo carattere fuori da ogni stereotipo lo collocano in quella categoria di personaggi eterni senza i quali il mondo non avrebbe più occasione per fermarsi a riflettere».
“E fugge il tempo” è il titolo di una canzone bellissima incisa da Pino Morabito nel 1967,  per le Edizioni Discografiche Sibilla, con l’orchestra del Maestro Elvio Monti che l’ha scritta con Franca Evangelisti.

Sul lato B del vinile 45 giri un altro capolavoro: “Niente da temere”, composta da Franca Evangelisti e Franco Zauli. Con Zauli, Pino Morabito ha scritto anche “Mi piace fare il giornalista”, mentre con Monti, nel 1989, ha scritto la suggestiva “Senza rimorsi”.

Quella con Monti non è stata una semplice collaborazione artistica, ma un autentico rapporto di amicizia con uno dei più celebri compositori, arrangiatori e direttori d’orchestra italiani. Il maestro, autore del successo di Fabrizio De Andrè “La canzone di Marinella”, ha legato il suo nome ad artisti come Claudio Villa, Fabrizio de Andrè, Gina Lollobrigida, Gli Squallor, Alvaro Amici; composto numerose colonne sonore per il cinema in film con Fellini e Steno e curato gli arrangiamenti di melodie sacre e liturgiche delle Edizioni Paoline.
Nato a Reggio Calabria l’11 gennaio 1938, laureato in Scienze Politiche, giornalista pubblicista iscritto all’Ordine del Lazio, Pino Morabito ha saputo essere sempre sarcastico e disincantato, ma nel contempo brillante e teneramente dolce. È stato soprattutto lucido e mirabile cantore di quella Calabria che porta sempre nel cuore.

Una terra, lasciata a 26 anni, che ha narrato nelle sue infinite sfaccettature, fino a raggiungere gli anfratti più profondi della tradizione popolare, dedicandole due 33 giri: “Canta Pueta – arte nuova della tradizione calabrese” (Ariston, 1975) e “Natura calabrisi” (Said Record, 1981), il cui brano omonimo è appunto una canzone ecologica che mette in risalto la natura calabrese con i suoi colori e le sue caratteristiche.
Meritano una citazione, tra le altre, “A crisi di coscienza” sulla volubilità e il trasformismo dei politici; “Cantu di gelosia”, elaborazione di una poesia popolare sull’arcaico stato emotivo di ansia e dubbio; “A giaculatoria” sui temi tradizionali; “Favula calabrisi”, una favola un po’ mitologica; “A parmara”, che narra di antichi duelli all’arma bianca sotto un albero di palma. E ancora: “Stidda lucenti”, “A littira”, “Comu fu”, “Giaculatoria”, “Addulurata terra”, “La Calabresella”, “Signuri Patri Celesti”, “Sugnu vinutu ‘i Riggiu”.
«Pino Morabito – ricorda Carlo Parisi – come i più grandi figli della Calabria, non è stato profeta in patria, tutt’altro. Eppure, quando l’ho conosciuto, quasi 40 anni fa nella redazione di Reggio del Giornale di Calabria che all’epoca dirigevo, sono bastati pochi istanti per scoprire in lui un vecchio amico.

Qualcuno che riesce a tirarti fuori, come da un cilindro magico, le sfumature più profonde e remote di una terra sfortunata, i risvolti tragicomici di una condizione che basterebbe poco per farla cambiare, se soltanto la gente avesse più fiducia e riuscisse a vedere meno nero intorno a se stessa».
«Ermetico, poetico, triste, scomodo – evidenzia Carlo Parisi – Pino Morabito è il classico artista impegnato a cui piace più osservare che essere osservato e, vuoi per il suo genere di canzoni, vuoi per il suo carattere fuori da ogni stereotipo, carattere intriso di orgoglioso dissenso, appare fuori moda, quindi lontano dalle affollate platee moderne, anche se negli ultimi anni, grazie alla riscoperta e alla valorizzazione delle tradizioni popolari, la sua canzone meriterebbe di essere riascoltata perché, oltre alla gradevolezza dei testi e delle melodie, rappresenta una testimonianza significativa della storia popolare».

Laureato in Scienze Politiche all’Università di Messina, Pino Morabito è stato redattore del quotidiano Il Giornale di Calabria e, a Roma, collaboratore dei quotidiani l’Avanti! e L’Umanità.

Per le sue variegate attività è stato il Corriere della Sera a definirlo “tuttologo”, attribuendogli significativamente parole di elogio nel dire che «fa poche cose, ma tutto quello che fa lo fa con il cuore». E ancora, mettendo a nudo tutta la sincerità e l’orgoglioso dissenso di questo artista straordinario, gli sentenziò, azzeccandone perfettamente la previsione: «pagherai molto, perché sei uno che non bleffa».
Pino Morabito, infatti, non ha mai saputo bleffare: ha lasciato Reggio Calabria «per una forzata scelta di vita», dettata dal fatto che la città non offriva quelle possibilità che richiedevano le sue aspirazioni. Non ha mai accettato compromessi, tantomeno ha voluto sfruttare le occasioni che avrebbe potuto procurargli la carica del padre.

Il professor Vincenzo Morabito è stato, infatti, uno dei più insigni studiosi di matematica e fisica dei nostri tempi, senatore della Repubblica con il Psi, eletto nella quarta legislatura nel collegio di Reggio Calabria».
Come cantante ha riscosso il suo primo successo nel 1961 al Festival del Sud a Lecce con Arturo Testa e Flo Sandon’s, grazie alla brillante esecuzione di “Guardame ’nu mumento”, “Ladri nel cielo” e “La ballata dell’attacchino” e inciso dieci 45 giri di canzoni italiane prima di dedicarsi prevalentemente alle canzoni calabresi in vernacolo da lui composte sui temi dell’emigrazione, l’amore, l’ecologia, le tradizioni. Canzoni che nel tempio sacro del “Folkstudio” di Roma hanno sempre riscosso grande successo di pubblico e di critica, tanto da tributargli l’appellativo di “cantante-cronista”.
Come attore cinematografico ha lavorato, tra l’altro, nei film: “I guappi” di Pasquale Squitieri con Fabio Testi, Claudia Cardinale e Franco Nero (1974); “Sesso in confessionale” di Vittorio De Sisti con Marcello Bonini Olas (1974); “Prete fai un miracolo” di Mario Chiari con Lorenzo Piani (1975);

“Gramsci: i giorni dal carcere” di Lino Del Fra con Riccardo Cucciolla e Lea Massari (1977); “Il prefetto di ferro” di Pasquale Squitieri con Giuliano Gemma, Claudia Cardinale, Stefano Satta Flores e Lina Sastri (1977); “L’arma” di Pasquale Squitieri con Claudia Cardinale e Stefano Satta Flores (1978);

“Corleone” di Pasquale Squitieri con Claudia Cardinale, Giuliano Gemma e Remo Girone (1978); la miniserie tv “Naso di cane” di Pasquale Squitieri con Claudia Cardinale (1986); “Il Caso Moro” di Giuseppe Ferrara con Gian Maria Volontè (1986); “Luna di sangue” di Enzo Milioni con Jacques Sernas e Zora Kerova (1988);

“Il colore dell’odio” di Pasquale Squitieri con Carolina Rosi, Salvatore Marino e Victor Cavallo (1989); la miserie tv per la Rai “Come una mamma” di Vittorio Sindoni Stefania Sandrelli e Massimo Dapporto (1991); “Non si fa credito” di Prospero Bentivenga con Orsolina De Luca (1991); la serie tv “Un inviato molto speciale” con Lino Banfi e Cinzia Leone (1992);

“Giovanni Falcone” di Giuseppe Ferrara con Michele Placido (1993); “Tre passi nel delitto: Villa Maltraversi” di Fabrizio Laurenti con Gioele Dix, Eleonora Brigliadori e Carlo Cartier (1993); “Scelte difficili” per la serie tv “I ragazzi del muretto” di Ruggero Deodato con Lorenzo Amato, Paolo PeriAndreoli e Francesca Antonelli (1993);

Pino Morabito e Gilda Germano in una scena del film “Luna di sangue” di Enzo Milioni

“Segreto di Stato” di Giuseppe Ferrara con Massimo Dapporto e Massimo Ghini (1994); “Il ritorno di Arsenio Lupin” di Vittorio De Sisti con Francois Dunoyer e Stefania Belvedere (1996); “Ricatti e misteri” per la serie “Professione fantasma” di Vittorio De Sisti con Massimo Lopez (1998); “Per giusto omicidio” di Diego Febbraro con Barbara D’Urso (2004).

In teatro, è stato protagonista dell’operetta “Addio giovinezza” di Sandro Camasio e Nino Oxilia, per la regia di Manfredo Matteoli, con l’orchestra di Franco Riva e il coro di Nora Orlandi, portata in giro per l’Italia dopo il felice debutto al Teatro Parioli di Roma.
Centinaia le partecipazioni a programmi radiofonici e televisivi, come “Sette voci” con Pippo Baudo, ma anche a eventi a scopo sociale, come i concerti per i diecimila giovani che nel 1970 hanno trasformato le Terme di Caracalla in una piccola Woodstock o quelli per gli ospiti dell’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà e delle Carceri di Rebibbia e Viterbo.

In un’intervista rilasciata a Carlo Parisi e pubblicata il 18 agosto 1988 sul Giornale di Calabria, Pino Morabito confessò di sentirsi «un calabrese che cerca di fare della sua calabresità (naturalmente intesa non nel senso di negritudine alla Senghor) un motivo d’orgoglio, non presuntuoso, per migliorare se stesso nella figura di calabrese a Roma.

Questa permanenza nella città eterna, ovviamente, mi ha dato la possibilità di stare insieme a gente variegata che mi ha fatto gioire ma nel contempo soffrire». Quindi, di considerare «i calabresi, i reggini in particolare, gente molto colta che vive nella perenne astrazione. Gente generosa, ma nel contempo irascibile e semplice. Ci manca, insomma, la forza speculativa.

Non capisco, infatti, questa inerzia del sistema a lasciare uomini e cose al proprio destino. Comunque, sono molto ottimista e penso che un giorno non molto lontano questa gente, questa terra, avranno il loro riscatto».

Quasi quarant’anni dopo, Pino Morabito conferma il suo pensiero, ma sottolinea che «finalmente le cose e gli uomini, soprattutto grazie alla nuova generazione, cominciano a cambiare. A 88 anni soffro sempre più di nostalgia: per la mia terra, il mio lavoro, gli amici di un tempo che “sindi vannu comu i fogghi dill’arbiri”, non più per scelta ma per ragioni anagrafiche. Alla fine, però, non mi pento delle scelte che ho fatto».
Amorevolmente coccolato dalla moglie Rossella (conosciuta ai tempi dell’università) e dal figlio Gianvincenzo, giornalista e brillante autore televisivo, Pino Morabito ha ricevuto commosso, nella sua casa romana, il Premio alla Carriera di Giornalisti Italia consegnatogli da Carlo Parisi e Pino Nano sulle note di “E fugge il tempo”.
«Un tempo – sottolinea Parisi – che ci ha regalato un uomo buono e di grande cultura, un artista straordinario, ma soprattutto un fraterno amico di rara umanità che, come tutti i grandi, per eccessiva umiltà spesso si è sentito un fallito senza accorgersi che, in realtà, la sua arte e le sue memorabili composizioni il tempo le ha già consegnate alla storia.

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