QUANDO IL BUE DÀ DEL CORNUTO ALL’ASINO: IL PRESEPIO
L’ispirazione divinatoria, di cui si va in cerca di conferma in un’opportuna concordanza scritturale (antitypon, ἀντίτυπον), si legge in Isaia (I, 2): “Il bue riconosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia (praesepium) del suo padrone”.
Nel commentare Luca, Ambrogio invitava a “non giudicare da ciò che vedi”, dato che niente “costituisce uno scarto nella parola, che non lo costituisca anche nel senso”, riferendosi espressamente a quella divergenza linguistica tra un raffinato praesepe e un più popolare praesepium, a cui aveva fatto ricorso il traduttore del profeta.
Greppia, φάτνη
Quel greco phátne (φάτνη) dell’evangelista antiocheno indica piuttosto la greppia, dentro la quale si conserva il fieno da distribuire nella mangiatoia, da cui poi gli animali se ne nutrono. Praesepe, in latino, indica invece un qualcosa di chiuso davanti (prae-saepit, con una siepe, saepes, appunto), un recinto insomma, oltre che, al plurale, i banconi laterali dei Mitrei.
Mangiatoia?
L’attribuzione del senso di mangiatoia, in quanto forse la parte narrativamente più rilevante dell’intero spazio delimitato dalla staccionata, è da considerarsi una specificazione posteriore, indubbiamente più dotta e raffinata, in quanto presepe, e molto più colloquiale come presepio. In francese si dice sempre crèche, derivando il termine dal germanico, o meglio francone, krippja, greppia, senza pertanto fare alcuna distinzione tra steccato, mangiatoia e quella rastrelliera che nelle stalle solitamente la sovrasta. E, nelle stalle, solitamente, ciò che si mangia lo si rilascia sotto altra forma.
In medio annorum
La versione dei Settanta di Habacuc (III, 2) tradisce spudoratamente il testo ebraico, leggendo shanim (anni) come numero due, shnayim, dalle medesime consonanti, e hayyim vita per hayyah animali, di modo che “In medio annorum vivifica …” si trasforma nella premonizione: “Sarai riconosciuto in mezzo a due bestie”. E da qui, di seguito: crocifisso fra due ladroni, oppure posto tra Mosè ed Elia, ovvero tra Vecchio e Nuovo Testamento, dove peraltro del bue e dell’asino non si fa menzione alcuna.
Shnayim
I “due” (shnayim) animali (hayyah), unitamente alla Sacra Famiglia, costituiscono una Cinquina (pentacolo), più che umana, mortale, pronta a farsi esagramma divino, e punto focale del presepe all’apparizione della Cometa, corrispondente allo spirito “luminoso” degli antichi egizi (Akh), anche qualora il fenomeno astronomico più probabile potrebbe essere stato una congiunzione Giove-Saturno, che ebbe realmente luogo nel 7 a.C..
Gōyīm
È Gregorio di Nissa a interpretare il bue di Isaia quale giudeo posto sotto il giogo della legge e l’asino che sopporta pesi quale “gentile” (dal greco éthnē, ἔθνη, gente, a sua volta traduzione dell’ebraico gōyīm, dal significato di “non” ebreo), gravato dal peccato d’idolatria, finché nella mangiatoia, dove sta il nutrimento per le bestie, non si depone il “pane” del Lógos, che dall’uno sollevi l’oppressione veterotestamentaria e l’altro sgravi della zavorra pagana.
Cani da guardia!
Nelle Catacombe di San Sebastiano, lungo l’Appia Antica, sopra la greppia viene raffigurato un Cristo nimbato già adulto, intendendo così raffigurare in una medesima scena iconica e la rappresentazione narrativa popolare e il significato allegorico della profezia di Isaia: il bue veglia sul suo proprietario, l’asino sul “Praesepium” del suo padrone, entrambi comunque in adorazione dell’unico Dio. Tutto il racconto natalizio prende le mosse da questa necessità di farlo collimare con le autorevoli relative citazioni delle vecchie scritture (antitypon).
L’asina di Balaam
L’asina ragliò e Balaam tradusse quei suoni appena uditi in parole intellegibili, poiché profferite da quella “bocca della somarella“, tra le dieci cose apparse per ultime alla fine della Creazione, proprio prima dell’alba del settimo giorno, in cui Dio si riposò. In base alla visione, a metà strada tra la tradizione elohista e quella jahvista, dello stregone/stregato Balaam, stranamente connesso a un’asina parlante: “Una stella spunterà da Giacobbe e uno scettro sorgerà da Israele” (Numeri XXIV, 17).
La Cometa e i Re Magi
Matteo, – diversamente da Marco, che racconta la storia degli eventi per come gli apparvero, da Luca che attraverso la Vergine Maria si ricollega alla tradizione della Grande Madre, e da Giovanni interprete dello Gnosticismo simbolico – informa di un significato iniziatico destinato alla posterità (ciò che Gurdjiieff , in Beelzebub’s Tales to His Grandson, nel 1950, designava quale ‘Legominism’) e associa, quindi, la comparsa della cometa agli altri magi e re, che dovranno confermare, in una ben preordinata sequenza, l’e-vento (da evenire, e quindi accadimento) dell’av-vento (ad venire), testimoniando, quindi, che “ciò che doveva” è difatti accaduto.
Magi o Apostoli?
Se, nel caso di Alessandro Magno, la stessa sua paternità era attribuita al faraone negromante Nectanebo, a seconda delle diverse fonti iconografiche, i Magi, esperti di sortilegi e al contempo sovrani d’Arabia, di Saba e di Tharsis, possono allora essere due, tre, quattro o dodici, come gli apostoli (haShlichim).
Per Pietro Comestore
Per Pietro Comestore, varieranno i loro nomi, forse dall’ebraico, in Palestina (Appellus, Amerus, Damasius), al mondo ellenizzato (Galgalat, Magalath, Sarachim). A Milano furono pure Eleuterio, Rustico e Dionigio; per gli Etiopi, Basanater, Hor e Karsudan.
I più popolari Baldassarre, Melchiorre e Gaspare, sarebbero l’italianizzazione di quelli originariamente coniati in Armenia, intorno al IX secolo, quali Balthasar, Melkon, e Gaspar, e rappresenterebbero rispettivamente Semiti, Camiti e Iapetiti; anche se Balthasar sembrerebbe avere un’origine babilonese-caldea, Melkon potrebbe provenire dalla Fenicia e Gaspare corrisponderebbe all’iranico Jasper, “Signore del Tesoro”, da cui deriverebbe il nome del diaspro.
Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph
In Siria vennero denominati: Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph, probabilmente anch’essi nomi d’origine persiana. Larvandad sarebbe una combinazione di Lar, una regione nei pressi di Teheran, e vand o vandad, suffissi che significano “collegato con” o “situato in”, oppure una combinazione di Larvand (ovvero “la regione di Lar”) e dad (“dato da”), da cui per esempio Bagdad (“Data da Dio”).
Ahura Mazda
Hormisdas, è una diversa versione di Hormoz, in Medio Persiano Hormazd e Hormazda, in riferimento all’angelo del primo giorno di ciascun mese, “Ahura Mazda”, o Ormazd in Antico persiano.
‘Asb’ = cavallo
Gushnasaph, era un nome di persona corrispondente all’attuale Gushnasp o Gushtasp, formato dalla radice Gushn, “pieno di qualità virili” o “pieno di desiderio o di energia” per qualcosa, e da Asp, in persiano moderno ‘Asb‘, ossia cavallo. Questo nome potrebbe, quindi, tradursi “persona con l’energia e la virilità d’un cavallo” o “desideroso d’avere dei cavalli”, oppure, più semplicemente, “possessore di molti cavalli”.
Un esotico corteo
Tradizionalmente, infatti, come nel presepe napoletano del Settecento, i Magi stanno in groppa a cavalcature di colore differente; e cammelli e dromedari, assieme alle altre bestie, fan parte del loro esotico corteo. Mentre il folclore si sofferma maggiormente sull’incantesimo della notte nel corso della quale gli animali possono esprimersi e commentare gli avvenimenti.
I musicanti di Brema
Nella Sicilia ottocentesca, il gallo (chicchirichì) si chiederà se Cristo nascì, il bue (uuh uuh) “dove dove”, la pecora (bè e mmè) risponderà a Betlemme e l’asino, ragliando ih-a ih-a, inviterà ad andarci (jammu jammu), in una liturgica modificazione della fiaba dei fratelli Grimm sui musicanti di Brema (Die Bremer Stadtmusikanten), dove, contrariamente al titolo della storia, i personaggi non arriveranno mai.
“Es hatte ein Mann einen Esel…”(Un uomo aveva un asino…), a cui si associarono “einen Hund, eine Katze und einen Hahn” (un cane, un gatto e un gallo).
Il Gallo
Nella penisola iberica, la funzione di mezzanotte viene chiamata “missa do galo”, confermando al volatile non solo l’incarico di svelare le debolezze di Pietro e di preannunciarne la codardia (“… λέγω σοι ὅτι ἐν ταύτῃ τῇ νυκτὶ πρὶν ἀλέκτορα φωνῆσαι τρὶς ἀπαρνήσῃ με.”, … ti dico che questa notte, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte – Matteo XXVI 34), ma soprattutto il privilegio d’annunciare la nascita divina.
I personaggi di contorno
Maurizio Bettini (“Il Presepio”, Einaudi, Torino 2018) si sbilancia un po’ nell’affermare di non credere che i personaggi di contorno dell’artefatto odierno rievochino residui di precedenti religioni misteriche; per esempio, il “dormiente” l’Endymione del mito di Selene, il crioforo Hermes, la zingara una Sibilla, Ciccibacco un Sileno o Dioniso, o che la grotta alluda a Mitra (praesepia).
Da Benino al caganer
Per certi versi, non è neppure vero che intransitività e staticità delle statuine non nascondano “sequenze” preordinate all’interno dei differenti flussi cronologici in grado di moltiplicare una certa figura: uno continua a sognare (Benino), un altro si sveglia e si stupisce di fronte all’immensità celeste (l’incantato della stella o pastore della meraviglia), un terzo si spaventa (u’ spanticatu calabrese), un altro ancora si concentra nell’espletare le proprie funzioni fisiologiche (caganer catalano, “ l’home que fa les seves necessitats”) – raffigurato pure sulle più antiche carte del Cucco, o Cucù, dal più basso valore (Cacaccio montoriese, Grattaculo di Campli).
Scatologica scaramanzia
La funzione scatologica che rappresenta lo riconnette esplicitamente alla fertilità della terra, quale segno di buon auspicio per l’anno a venire; e questa scaramanzia viene avvalorata dalla credenza che non collocarlo all’interno d’un presepe può dare adito a cattivi presagi.
La presenza d’un simile personaggio tra le pitture della Cappella Palatina di Palermo, nel soffitto della navata (Beat Brenk, Atlante, 2010, pag.401), rende la sua datazione di molto antecedente al periodo barocco, documentabile per il presepe tradizionale catalano.
Tió de Nadal
La sera della vigilia di Natale, il ciocco di Natale (tió de Nadal), o cagatió, simile al burattino di Pinocchio, ma con i tratti somatici del caganer, distribuisce dolciumi ai bimbi che lo bastonano. E, poi, l’augurio che, nella cultura catalana, ci si usa scambiare prima di andare a tavola si sintetizza in «Menja bé, caga fort i riu-te de la mort!» (Mangia bene, … e ridi della morte).
Sigillaria o Ushabti
Eppure, Bettini si contraddice quasi nel farsi giustamente affascinare dai sigillaria romani, che però hanno un precedente importante negli egizi Ushabti, cioè i “rispondenti”, incaricati di sostituire i defunti in tutte le incombenze loro imposte nell’aldilà e che quindi ripropongono la categorizzazione discriminante tra attori e spettatori del cerimoniale rappresentato.
Le varie anime dell’uomo
Da elementi indispensabili del corredo funebre, gli egizi Ushabti raffiguravano, per lo più, servitori specializzati nei vari lavori, committenti e familiari nell’atto di recare offerte, oppure le “varie anime” (ib, ka, ba, ren, shut, akh,) delle stesse mummie.
Il processo di mummificazione e psicostasia
Tra le altre cose, il processo di mummificazione prevedeva che gli organi del defunto venissero rimossi. Ib, il cuore, sede dei sentimenti, dell’intelletto, della memoria, rimaneva nella cavità toracica per essere sottoposto alla psicostasia (pesatura dell’anima). L’energia vitale, e impersonale, tramandata dai genitori ai figli, il ka, sopravviveva alla morte della persona e, per permettere al trapassato di vivere nell’aldilà, doveva essere debitamente nutrita. Il ba, energia “personale” dell’estinto, continuava a dimostrare attaccamento ai legami che gli umani tessono da vivi.
Il nome segreto
Il nome (segreto), ren, racchiude identità ed essenza della persona; “nominare”, o meglio, chiamare con il suo “giusto”, e vero, nome qualcuno equivale a ridonargli la vita; e “Formula perché il defunto si ricordi il suo nome nel regno dei morti” è appunto il titolo del 25° capitolo del Libro dell’Emersione nella Luce.
L’ombra
L’ombra, shut, elemento immateriale proiettato dal corpo, ci “segue” ovunque e possederla significa banalmente continuare a vivere. Una volta giunti nell’aldilà, però, veniva acquisito un ulteriore elemento, in opposizione allo spettro buio, ed era l’akh, lo spirito luminoso, che poteva apparire davanti ai vivi e comunicare con loro in forma corporea (all’incirca, da fantasma), ma solo a mezzogiorno, quando il sole allo zenit non lascia che i corpi proiettino sagome oscure.
Una seconda morte
A scongiurare la seconda (e definitiva morte), in caso di deterioramento della mummia, all’interno delle tombe veniva posta una statua del sepolto con inciso sopra il suo nome, ren, in modo tale che potesse sostituire il corpo decomposto, quale nuova dimora delle preordinate “sequenze” (dalle più spirituali, alle più prosaiche, come il caganer) delle “anime” del trapassato, riprendendo vita al suo posto e in relazione agli Ushabti che lo attorniavano per sorvegliarne l’eterno riposo.
Bibliografia essenziale:
Bettini M. “Il Presepio”, Einaudi, Torino 2018
Brenk B. (a cura di) La Cappella Palatina a Palermo, Franco Cosimo Panini Ed., Modena 2010
Gurdjieff G. I. Beelzebub’s Tales to His Grandson, Harcourt, San Diego 1950
Ierace G. M. S. La tradizione esoterica del presepe, Calabria Sconosciuta, XXIII, 87, 15-18, Luglio-settembre 2000
Ierace G. M. S. Vecchio come il Cucco: Grattaculo e vinci… Cacaccia, http://associazioneletarot.it/page.aspx?id=506









