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SI DEUS EST, UNDE MALUM?

Da Angela Pacilè, insegnante e scrittrice, riceviamo e pubblichiamo una accurata recensione del libro “Unde malum?” di Andrea Tripodi, edito da Città del Sole edizioni.

Un racconto nasce da una penna mossa sempre da un’ispirazione, un sentimento, uno slancio che profuma di continuità, dialettica o forse riscatto. Una freccia verso l’eternità che si nutre di parole e in esse si rinnova. Un’arte, un modello da inseguire, un’idea foriera della magia della persuasione la retorica dei nostri padri, una sublimatio che fa della storia metastoria. Invita il pensiero a muoversi, cercare strategie vicoli anfratti e rifugiarsi nella poesia, nella saggistica o nella narrativa. Le parole prendono forma nell’immaginazione collettiva allorquando descrivono fatti lontani, ormai avvolti nel mistero del tempo trascorso. Lasciano però traccia di un vissuto che segna il calco della Storia. E laddove l’arte del parlare è anche arte del pensare, l’arte dello scrivere diventa incisione, solco, taglio. E nell’intento di comprendere il significato del vivere si interroga sul senso del male e la sua origine. Di ispirazione Agostiniana, la domanda: Si Deus est, unde malum? Nell’intento di dare forma alla sua personalissima ricerca Andrea Tripodi imprime su carta il vissuto per tutti dimenticato ma non per lui, degli abitanti di un piccolo villaggio al margine della provincia reggina: San Ferdinando tradizionalmente ricordato come “Casette”. L’autore mette insieme dieci racconti che hanno segnato la storia del villaggio, quando il generale Vito Nunziante realizzava il suo feudo nel territorio compreso tra i fiumi Mesima e Budello, sfoggiando il titolo di marchese. Le vicende di un villaggio di pochi abitanti che cercano di affermare la propria presenza e mettere radici presso un’area destinata a diventare area urbana. Nel volume dal titolo “Unde Malum?” si susseguono le vicende di uomini e donne i cui nomi hanno echeggiato nella memoria storica del villaggio. Personaggi che per la loro testimonianza di vita, per le vicende personali, per i loro difetti fisici o atteggiamenti caratteriali hanno lasciato un calco culturale e storico nel luogo. Un luogo che per le sue dimensioni diventa scarsamente significativo nella prospettiva geografica ma racconta altresì una dimensione di conquista che conta le gocce di sudore e lo strazio di sofferenza vissuti a vari livelli. Tripodi scrive attivando la macchina del tempo. La cura nella descrizione dei dettagli, dei sentimenti, degli stati d’animo di ogni singolo personaggio fa sì che si venga catturati dalla storia in un processo empatico straordinario. Le sue parole diventano versi di una poetica graffiante a volte e leggera, avvolgente e dolce, altre. L’autore sembra intento a mostrare al lettore la tela dipinta dal vissuto nel villaggio, dove il male serpeggia insidioso, trova anfratti e crepe e lì si espande come un manto scuro sulle vite dei protagonisti. Tra le pagine del volume le parole si fanno travi, colonne portanti di un sistema culturale universale. Tuonano come idoli del vivere del villaggio Tradizione, Consuetudine, Sorte, Necessità, Bisogno, Fatica, Travaglio, Obbedienza e avvolgono in un comune vissuto il respiro della Storia. Lui, come un oratore di tempi ormai lontani accoglie il lettore in un sogno fatto di voci, di voci antiche e trasporta verso l’incanto della lettura a cui nulla sfugge. Perché come il buon oratore possiede tre doti: la saggezza, la virtù del maestro e la benevolenza. Infatti, solo chi è virtuoso conosce davvero ciò che comunica e siccome è buono desidera davvero comunicarlo, condividerlo senza nascondere nulla, perfino il dubbio mentre continua la propria ricerca della verità.

Angela Pacilè

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