Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Seconda persona singolare del passato remoto del verbo masticare:
Ma…stica…tsi, come filosofia di vita
“Derjenige, der zum ersten Mal an Stelle eines Speeres ein Schimpfwort benutzte, war der Begründer der Zivilisation.” (Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà) – Sigmund Freud.
Le scurrilità linguistiche sono fra le più antiche locuzioni della storia dell’umanità, dato che riescono a esprimere l’inesprimibile e a ferire un rivale senza neppure fisicamente sfiorarlo. E difatti, l’improperio, la contumelia, l’offesa hanno spostato sul piano simbolico l’impeto violento, mantenendo spesso però una carica assai distruttiva da un punto di vista viscerale. Poiché il divieto del tabù evoca sempre forti emozioni e contenuti potenzialmente pericolosi per ogni gruppo sociale cristallizzato su posizioni rigide.
Valvola di sfogo
È forse per questo che la civilizzazione ha tacitamente riconosciuto degli spazi di sfogo con una sorta di codifica relativa a delle gradazioni, i cui confini difficilmente possono essere travalicati senza riceverne sanzioni proporzionatamente adeguate a tali limiti e progressioni.
La censura
Come, tuttavia, insegnava Claude Lévi-Strauss, è proprio la censura a rendere più evidente una sconcezza, che potrebbe, a volte, passare inosservata nel corso d’una comune conversazione non particolarmente gessata, o a seconda dell’intonazione: in salita, con sospensione e interrogativa, o retro-accentata, chiudendo con esclamazione d’apprezzamento e rilevanza. La declinazione d’una medesima espressione contribuisce a distinguere comunicazioni e significati del tutto differenti.
Blasfemia ribelle
L’epiteto “figlio di …” sarebbe molto più oltraggioso dell’invito ad andare a servirsi della toilette, che a sua volta è anche meno impudente di quello ad avere un rapporto contro natura. Le bestemmie sono forse le più irrispettose, e non solo per la palese violazione del secondo comandamento mosaico, ma perché sembrano concentrate soprattutto in quei paesi cattolici dove per secoli il concetto di divinità ha formalmente coinciso con l’autorità dello Stato Pontificio, per cui la blasfemia sarebbe divenuta un’aperta ribellione contro l’autorità ecclesiastica e temporale, nel momento in cui forseci si sarebbe resi conto dell’equivalenza di ciò che andava dato a Cesare e altrettanto a Dio” (Matteo 22,21; Marco 12,17; Luca 20,25), come testimonia l’adagio: “A Roma Iddio nun è Trino, ma quattrino!” .
Sindrome di Gilles de la Tourette
In alcuni rari casi, turpiloquio e irriverenza possono costituire sintomo anancastico d’una malattia neurologica, caratterizzata, tra l’altro, anche da disinibizione verbale, e conosciuta come sindrome di Gilles de la Tourette. Ma, di solito, la “parolaccia”, proprio perché proibita, non rappresenta soltanto una trasgressione, potendo andare ad assumere quando la medesima valenza dell’insulto, quando quella d’un’imprecazione, oppure, per lo più, d’una “rituale” formula di scongiuro o di maledizione.
Un interludio?
A seconda del contesto, infatti, sono notevoli le eventuali differenze: “cornuto!” potrebbe esprimere semplice disappunto e non possedere alcuna reale convinzione, se rivolto, per esempio, all’avversario, o a un arbitro di calcio, ben altro significato se raggiunge un marito davvero tradito dalla moglie; “… li mortacci” convoca quasi una connivenza del fato sulle umane disgrazie; “sei uno stronzo” equivale a una dichiarazione di loquace belligeranza; il “vaffa” rimarca una maggiore potenzialità eversiva; “e che caz…!” potrebbe suonare perfino come innocua o neutra interlocuzione.
Imprecazioni terapeutiche
Se s’impreca in seguito a un incidente che abbia procurato inatteso e improvviso dolore o puro imbarazzo, s’offre provvidenziale sfogo a sofferenza e umiliazione, quasi che esistesse un nesso retroattivo di causa-effetto con la sensazione provata, potendo ricavare degli idonei benefici di tipo lenitivo da quell’aumento dei livelli di aggressività così verbalmente scatenata, mediante un incremento di produzione di adrenalina che innalza la soglia di sopportazione al dolore; e questo in quanto reazione non solo organica, ma in aggiunta pure emotiva, fornita sia dall’organismo in evidente difficoltà fisica che dallo stimolo di natura mentale, con quell’insolito coinvolgimento dell’emisfero destro depositario di tali formulazioni linguistiche poco suscettibili al controllo razionale, mentre l’area delle parole formali è di stretta pertinenza dell’emisfero sinistro.
Der Urworte
A conferma delle sue teorie sulla natura dell’inconscio, Freud riprese il testo dell’egittologo Carl Abel, “Über den Gegensinn der Urworte” (Sul significato opposto delle parole primordiali, 1884), venendo per questo però molto criticato dal linguista francese Émile Benveniste nel saggio “Remarques sur la fonction du langage dans la découverte freudienne” (La Psychanalise, I, 1956).
Der Witz
Sia pur con sfumature diverse, il gesto delle dita a mo’ di corna, o il braccio mostrato a sostegno dell’ombrello, rimandano a una dimensione inosservante delle sociali proibizioni, equiparabile al freudiano “Der Witz” (motto di spirito), da interpretare alla stessa stregua della liberazione da un peso, della presa di coscienza dell’informazione d’uno scampato pericolo o d’una deliberata regressione infantile.
“Processo primario”
L’ambito è quello del cosiddetto “processo primario”, vale a dire il complesso dei meccanismi comunicativi che caratterizzano il linguaggio dell’inconscio, allo scopo di nascondere alla coscienza vigile il reale contenuto d’un evento psichico legato a profonde pulsioni inconsce, a partire dalla metafora, o condensazione, alla metonimia, o spostamento, passando per analogia, ellissi, ed equivalenza degli opposti, le quali solitamente si celano dietro a dei lapsus (Der Witz und seine Beziehung zum Unbewußten, 1905).
L’importanza di evacuare
Il contenuto inconscio più efficace non può ovviamente che essere, quasi sempre, di natura sessuale (Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie, 1905), oppure relativo all’attività deiettiva (sarcasmo ebraico: chi bussa nervosamente alla porta del bagno, serrata da tempo, gridando ‘ho la diarrea’, si sente rispondere ‘beato lei!’); ma anche la simultanea compresenza di idee fra loro incompatibili e contraddittorie induce effetti immediatamente esilaranti, come nella canzone dei crauti: “Ricordo una sera a Varazze/ che venivo giù da Savona/ Non era Varazze e non era neppure Savona/ non era nemmeno quella volta lì”, oltre che nella storiella del paiolo preso in prestito con un buco e restituito intatto (Die Traumdeutung, 1899).
“Trapassa e non ti caglia”
A questo proposito, l’autore di “Sticazzi” (Spazio Interiore, Roma 2021), Andrea Pietrangeli, ricorda il celeberrimo sketch di Totò e Castellani “… che so’ Pasquale io?” la cui leggerezza, con le dovute proporzioni, raggiunge le vette dantesche del «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa» (Inferno, III, 51), che riprendeva il «… trapassa e non ti caglia» di Brunetto Latini (Il Tesoretto, Canto XV: 1778).
“Un omicidio è delinquenza, un milione è statistica”
Provocatorio il penultimo capolavoro di Chaplin, il suo film più controverso, nonché il culmine della sua satira, “Monsieur Verdoux” (1947); come avrebbe scritto il celebre critico cinematografico francese André Bazin, sarebbe stato architettato “per obbligare la società a commettere” un errore giudiziario, ghigliottinando “il simulacro del suo contrario”, un individuo “genialmente negativo” e “diabolicamente comico” il quale compie azioni buone, mediante metodi crudelmente malvagi, e “alter ego” alternativo all’immagine a cui siamo stati abituati del vagabondo Charlot.
E a proposito del rimorso, la risposta al confessore è lapidaria: “E chi sa cos’è il peccato, venuto com’è dal cielo con l’angelo cacciato da Dio. Chi può dire il fine ultimo cui serve? Dopotutto, cosa farebbe lei senza i peccati?”. E alla sentenza: “Possa Dio aver pietà della vostra anima”, la replica è altrettanto incisiva: “Perché no? Dopotutto, è roba sua!”.
La citazione da Stalin: “un omicidio è delinquenza, un milione è statistica”, diventava paradigma difensivo d’un assassino nato buono e rovinato dalla società: “Non vedo perché io dovrei essere condannato per aver ucciso qualche vedova, quando lo stato ne crea migliaia ogni giorno”.
Se il numero rende un po’ tutto più legale e/o sopportabile, la coppia non vuol dire che riesca a guarire completamente dalla ferita sessuale ereditata dai genitori, tanto da sollecitare, in “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” (1991) di Troisi (un film che si vorrebbe ispirare alle “dissertazioni” di Rohmer, ma la cui storia non regge), questa spiazzante considerazione: “… Io credo che, in particolare, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro”.
Alla cruna dell’ago s’addice una gomena?
Altri esempi si possono trarre dai vangeli: dall’appello a non aggiungere ulteriori preoccupazioni di Matteo (6, 34:” Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta il suo affanno.”), dall’umiliazione/ miseria/ piccolezza che nel regno dei Cieli si trasforma in nobiltà/ ricchezza/ grandezza (Matteo 18:4), o da cruna dell’ago e kámêlon, cammello, invece di kámilon, corda, gomena (Matteo 19, 24; Luca 18, 25; Marco 10, 25), che, nel Corano (Sura 7: Al-A’râf, v. 40), senza ricopiare verosimilmente dal greco bensì dall’aramaico, vengono tradotti al-jamalu e sammi al-khiy.
La ricompensa passa per una porta stretta
Matteo (7, 13) e Luca (13, 24) paragonano la salvezza al passaggio attraverso una porta stretta. E una correlazione tra cammello e ricchezza è rintracciabile nella radice ebraica che ha il significato di “dare una ricompensa” (gemul), presente pure nell’accadico gamâlu. Tant’è che chi, distribuendo platealmente elemosine, fa sfoggio della propria munificenza viene considerato un ipocrita meritevole solo di ricevere la propria ricompensa in terra (Matteo 6, 2).
Il “cammello” e la “cruna dell’ago”
Per la concezione fonosemantica, il “cammello” e la “cruna dell’ago” corrispondono alle lettere dell’alfabeto ebraico gimel/ gamal/ cammello/ ricchezza o ricompensa e qoph/ scimmia/ parte posteriore del capo/ cruna dell’ago, come nell’equivalente aramaico. Così, nel Sepher Yetsirah (IV, 9): «Egli fece regnare la lettera gimel sulla ricchezza» e daleth, che la segue nell’ordine alfabetico, rappresenta il mendicante nel ricevere l’elemosina (Sepher ha-Zohar: Prologo, 36). Nel Talmud, “gemul dallim” esprime benevolenza verso i miseri, in quanto il piede della gimel s’allunga verso daleth e il tratto superiore di quest’ultima daleth resta teso verso gimel.
Daleth e Gamma
Essendo poi il significato della lettera daleth “porta”, la sua sostituzione con qoph avrebbe indicato non più una porta generica, ma una porta “stretta”, come appunto la cruna d’un ago. L’attenzione fonosemantica, alla corrispondenza cioè tra i suoni delle lettere e i loro significati, basa tale analogia sulla somiglianza della forma, espressa in termini geometrici. La consonante occlusiva velare esprime l’idea d’una discontinuità, uno spigolo o angolo simile alla gobba d’un cammello, anche se poi la forma della lettera semitica nell’alfabeto greco s’è trasformata in una squadra con un angolo retto: gamma. Nella gobba si può accumulare, il che denota risparmio, ricompensa, pienezza, ricchezza.
Gimel e Qoph
In quanto consonante occlusiva uvulare, prodotta dalla strozzatura della gola, qoph esprime invece compressione, restringimento, ovverossia “porta stretta” e “cruna dell’ago”. Nella loro contrapposizione fonosemantica, le lettere gimel e qoph spiegano egregiamente, con la loro ermetica cabala, il simbolismo del cammello e della cruna dell’ago, in quanto una forma gibbuta non può passare per una strozzatura. Un’interpretazione rigorosamente linguistica che riesce a bypassare persino quella freudiana, anche se l’aspetto significativo della lettera gimel o gamma è riposto in quella geometria ad angolo o rilievo d’un cumulo; e la caratteristica del cammello che utilizza la gobba quale riserva fornisce in automatico l’idea di deposito ricolmo in grado di dispensare sussidi alla bisogna.
Ne deriva l’invito di Matteo: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la strada che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano; mentre stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano.” (7, 13-14).
Insomma, se va sconvolto l’assioma “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico“, sempre Matteo (5, 44) si limita a dire: “Amate i vostri nemici e benedite coloro che vi maledicono…”, senza per questo doverli troppo frequentare assiduamente. La qualcosa significa che bisogna assolutamente imparare anche a lasciar andare gli altri per la loro strada senza attaccarvisi.
Chi si aiuta Dio l’aiuta. Nel gioco enigmistico del cambio di vocale il motto “volere é potere” si trasforma in una prassi aero-agricola: volare e potare, dove la tranchant perentorietà torna utile a liberarsi e dai nemici e dai mali terrestri.
Un’enantiosemia
Nella sua scomposizione, che a volte richiede un gergale apostrofo iniziale (‘sti cazzi), quest’espressione per lo più orale (sticazzi), con cui si manifesta sprezzante disinteresse o partecipe stupore, appartiene a quel registro considerato informale della parlata familiare, o se vogliamo proprio d’una gergalità volgare, non priva però di interessantissimi profili perfino di tipo enantiosemico (da enantíos, ἐναντ ίος, contrario, e sema, σεμα, segno).
Sono contronimi le parole che possiedono due significati contrapposti, anche se più propriamente la polisemia del contronimo corrisponde a quella dell’omonimo con la stessa ortografia ma significato diverso od opposto, e quindi antonimo (contrapposto a sinonimo), o meglio autoantonimo: per esempio, feriale nel senso sia di festivo sia di lavorativo, od ospite, con il significato di chi ospita e di chi è ospitato. E qui l’uso sarcastico d’una certa parola polisemica può contribuire parecchio alla formazione e affermazione d’un contronimo, per la cui definitiva definizione molto dipende allora dal contesto.
Chissenefrega
L’accezione principale di provenienza dal dialetto romanesco risulta analoga all’esclamazione: “non m’interessa”; un “chissenefrega” determinato, dunque arricchito di coloriture che tendono a sminuire l’oggetto verso cui viene rivolto, con sprezzante freddezza nel retorico interrogativo: “A chi vuoi che importi?“.
Spostato dall’ambientazione regionale d’origine, la connotazione risulta come imbastardita da sfumature di ammirato stupore, più che di disappunto, equivalenti a perbacco, capperi, cavolo, diamine, perdiana, perdinci, perdio! E, semmai, più proprie d’una diversa espressione, per la precisione, di meraviglia: “mecojoni!”.
“Non ci posso credere!”
In quest’ultimo caso, non ci si riferirebbe ai genitali (come nell’insulto: “Tu non sei un coglione, sei l’altro”), essendo un eufemismo di natura maggiormente interrogativa: “mi prendi in giro?”, dal verbo ‘coglionare’, ingentilito dalla derisoria desuetudine a formula analoga al “non ci posso credere!”, con l’aggiunta d’un certo che di canzonatorio.
Dal punto di vista antropologico, l’efficacia deriva direttamente dalla sintesi e dal richiamo all’intimità, quasi fosse la risolutrice, se fatta al momento giusto, citazione d’un articolo costituzionale, almeno per il personaggio fuoriuscito dalla penna di Antonio Manzini: Rocco Schiavone.
Koyaanisqatsi
Poi ci sarebbe la fantasiosa saggezza del Grande capo indiano Estiqaatsi, nome coniato da Lillo & Greg in stretta assonanza ai termini di lingua hopi (tribù di pellerossa, coltivatori e vasai, del Nord dell’Arizona), come Koyaanisqatsi (“vita squilibrata”, 1982), Powaqqatsi (“vita parassitica”, 1988) e Naqoyqatsi (“conflitto”, 2002), costituenti la trilogia qatsi del regista Godfrey Reggio, sottolineata dalla colonna sonora minimalista di Philip Glass.
Dietro Estiqaatsi potrebbe tranquillamente nascondersi Confucio: “Chi dà colpe agli altri ha un viaggio lunghissimo da affrontare. Chi dà colpe a sé stesso è a metà del viaggio. Chi non dà più colpe a nessuno è già arrivato”.
Olofrase
La portata olofrastica (da hòlos, όλος, tutto, intero, e phrazo, φράζω, dichiaro), che da sola basta a sintetizzare il senso del non detto, nella sua popolare trivialità, assurge a immaginifica soluzione per ogni problema, quasi fosse l’enfatica locuzione interiettiva per antonomasia. E il consueto riferimento a degli elementi anatomici, contrassegnati da archetipi “segreti”, quanto arcani “secreti”, di complesse magie genitali, si fa veicolo di significati ancestrali, altrimenti impronunciabili al di fuori di questa stringata enigmaticità endocrina.
I contenuti emotivi
Nell’economia ruvida e scanzonata del dialetto romanesco l’espressione mantiene la sua trivialità all’insegna dell’armonia con il contesto culturale di provenienza. Una volta sradicata, perde l’equilibrio originale di fronte a logiche magari meno aspre e spigolose, ma “altre”. Fuori posto, insomma, si scade nella volgarità gratuita, non più in grado di veicolare, in modo rapido e diretto, contenuti emotivi rilevanti, contribuendo così soltanto a degradare lo status sociale di chi vi ricorre.
Familiarità e consuetudine
L’elaborazione delle parolacce avviene attraverso le stesse regioni cerebrali utilizzate per le altre parole, ma vengono riconosciute più facilmente ed elaborate con maggiore efficienza quelle familiari in misura superiore; un vantaggio questo probabilmente dovuto alla loro rilevanza emotiva prima ancora che sociale, tale da renderle evidenti immediatamente e senza sforzo.
Nel modificare il contesto linguistico, le parolacce vengono percepite meno offensive per la minore immediatezza di comprensione e maggior richiesta di coinvolgimento di regioni cerebrali aggiuntive che soccorrano nell’evidenziare e cogliere la rilevanza emotiva e sociale di locuzioni assai meno consuete. E nel ragionare sull’appropriatezza convenzionale d’un determinato termine si rischia di perdere con le sfumature il nucleo centrale della sostanza, come si suol dire, il bambino con l’acqua sporca. E anche l’impatto sugli interlocutori sarà sminuito dalla minore dimestichezza con un certo linguaggio non esplicitamente e drasticamente offensivo.
I paesi nordici, meno sessuofobici rispetto ai latini, sono più ossessionati dalla pulizia e l’emblema della lordura e dell’incoscienza infantile viene rappresentato dalle deiezioni, simbolo di negatività e precarietà, come pure di creatività e comicità. Cosicché la scatologia (da σκῶρ σκατός, escremento, e λόγος, materia) è tipica dell’area franco-anglo-tedesca.
Dalla risposta di Cambronne all’Atout da giocare in tutte le occasioni
Variamente declinata in tutte le lingue, la risposta di Cambronne agli inglesi a Waterloo, meno brillante «certo, ma di una naturale energia», secondo lo stesso generale di Napoleone, sembra sia in assoluto l’espressione più frequente specie all’estero, mentre al vertice delle preferenze italiche resiste quella ritenuta da Italo Calvino, d’un’espressività straordinaria, senza pari in altri idiomi, visto che il pene assurge a linguistico Atout che tutto esprime nel rispondere al gioco delle carte di tutti i semi: dalla sorpresa (cazzo!) all’approssimazione (a cazzo), dall’elogio (cazzuto) all’offesa (cazzone), dalla rabbia (incazzato) alla noia (scazzo).
L’arte del cazzeggio
“Cazzeggio” e “cazzeggiare” non sono soltanto prossimi a fuffa e fuffare, ozio e perder tempo, ma raggiungono l’etica meridionale dell’annacarsi (letteralmente, cullarsi) che prevede quell’ammuino gattopardesco (“Bisogna cambiare tutto affinché nulla cambi”), provocato per spostarsi il minimo, muovendosi il massimo, una danza da fermi, in un prolungato susseguirsi di scatti che invece sono pause.
Una cosa da nulla!
Semanticamente, il pene che soltanto al nord equivarrebbe ad accipicchia, accidenti, cavolo, perdindirindina, poffarbacco, ah!…, in romanesco funge da sinonimo di cosa da nulla (“e con ciò?”), giusto per sdrammatizzare quanto viene esaltato da eccessiva enfasi.
Sottocultura (bassa) e cultura alta
Nell’innestarsi dalla cultura popolare nel linguaggio parlato quotidianamente, sarebbero da escludere dallo standard linguistico le oscenità per essere accettate prevalentemente tra le gergali peculiarità che vanno ad arricchire l’espressività territoriale; e un eventuale “discorso libero indiretto” d’uno scrittore come Pier Paolo Pasolini?
E il ricorso a tali termini sarebbe conseguenza d’una sorta di pigrizia linguistica, analoga a quella che induce banali errori di traduzione per quelle voci, faux amis (omonimi non sinonimi), che in lingue diverse hanno somiglianza morfologica e/o fonetica (tipo: déjeuner, pranzare e non digiunare, che in francese è reso da jeûner)? Il tema è tutt’oggi dibattuto.
Porci alle perle?
Il dato che nei paesi scandinavi la blasfemia non sia diffusa, alle nostre latitudini non riduce la veemenza delle bestemmie, per le quali va considerata pure la valenza contro-rituale dell’imprecazione, quasi che fossero offerti i porci alle perle e non viceversa (Matteo 7, 6), per via dell’etimologia latina chiaramente opposta alla pacata preghiera, e pertanto meno condannabile?
Persino nel Libro di Malachia, fra le minacce rivolte agli infedeli, ma pure ai sacerdoti, c’è anche quella di smerdarli letteralmente: “Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già cambiate, perché nessuno tra voi se ne dà premura. Ecco, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi delle vittime immolate nelle vostre feste solenni, perché siate spazzati via insieme con essi.” (2, 2- 3).
La religione, la morte, le malattie, la vita, i rapporti sociali, il sesso sono i maggiori, delicatissimi ambiti ai quali si rapporta la concezione stessa di ciò che, nell’apparire come uno sproloquio, potrebbe invece rivestire le funzioni d’un’insolita meditazione. Perché esistono forse delle connessioni e dei punti in comune tra certe locuzioni polisemiche e lo sciamanesimo di qualche mantra, come l’Ho’oponopono hawaiano, traducibile nell’invito a “riportare le cose in equilibrio”, risistemarle in modalità più adeguata, ripristinando l’amor proprio. Nella lingua nativa, “pono” significa appunto equilibrio, nel senso vitale, poiché, quando le cose sono in equilibrio, niente può, per così dire, ritrovarsi sbagliato nella vita. Una buona pratica per allontanare sentimenti negativi, ricordi ossessionanti, sensi di colpa o di vergogna. In fondo, una riflessione allo scopo di preoccuparsi dapprima dei casi propri che in Luca (4, 23) condensa un midrash ebraico (Midrash Rabba- Bereshith, XXIII, 4: «Medico, medico, guarite il vostro zoppicare!»), relativo al passo di Genesi IV, 25 (“E Adamo conobbe ancora sua moglie…”), che richiamava il progenitore ai suoi “doveri” coniugali.
Parafrasando Osho Rajneesh, occorre infine prendere coscienza del fatto che, mentre affannosamente andiamo ancora alla ricerca della verità, è da mo’ che la verità ci ha già trovati.
Ierace G. M. S. L’Ano dell’Asino, http://www.letarot.it/page.aspx?id=489
Ierace G. M. S. Ulla peppa…, http://www.letarot.it/page.aspx?id=405
Ierace G. M. S.: “L’osceno è sacro…”, http://www.nienteansia.it/articoli-di-psicologia/atri-argomenti/l%E2%80%99osceno-e-sacro-l%E2%80%99amore-limpido-il-rapporto-liquido-%E2%80%93-coprolalia-ed-angoscia-per-le-influenze-%E2%80%9Cvolgari%E2%80%9D-sui-%E2%80%9Ccanoni%E2%80%9D-linguistici/1084/
Pazienza A. Sticazzi, Spazio Interiore, Roma 2021
