Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Quando molti e molti anni fa andavo a Castelle di Isola con amici e per vedere il grande maniero e per una scorpacciata di pesce, per prima cosa mi toccava spiegare chi era quel tizio baffuto e col turbante effigiato nel bronzo, però senza nome. Trascorsero un paio di decenni, forse tre, perché qualcuno si degnasse di scrivere trattarsi di uno che al paese suo si chiamava Giovan Dionigi Galeni, però in Turchia e Barberia tutti lo dicevano Ulugh Alì, e i cristiani lo ripeterono in un centinaio di modi diversi: Occhiali, Ucciali, Uccialli, Uccialì eccetera. Egli fu, a modo suo, un emigrante, ma, mi spiace per i Carmine Abate e altri depressi, invece di trascorrere il tempo libero a reinventarsi un paesello natio felice, s’impiegò, o lo impiegarono prima come rematore, poi come pirata, poi come comandante di nave e di navi, poi come bey di Algeri e, chiuse come grande ammiraglio del Sultano: a Istanbul si ammira la grandiosa moschea che vi fece erigere. È il calabrese che ha fatto più carriera politica della storia. Non fu il solo, anzi parecchi dei più celebri pirati ottomani erano di origine europea: Kair el Din, detto Ariadeno Barbarossa; Scipione Cicala, quello che saccheggiò Reggio, Badolato e Soverato nel 1594; e altri meno noti, tra cui quel Pietro Lampro di Davoli, la cui vicenda è stata scoperta da padre Bernardino. Alcuni moderni hanno ricamato interpretazioni sociologiche di quelle che si reggono con gli spilli, attribuendo le scelte a una posizione di protesta sociale dei poveri. Sono quelle cose che dette così paiono conviventi, poi uno riflette che Cicala era della famiglia dei principi di Tiriolo, e tutte le belle chiacchiere se ne vanno in vento. È che, nel XVI secolo, si verificò una globalizzazione che vide rapporti strettissimi tra luoghi remoti e molto più lontani da Algeri: Giappone, Cina, le Americhe, l’Angola… Da lì a poco avverrà il contrario, e nasceranno confini invalicabili. Ma allora era comune che cattolici cinesi venissero a studiare a Roma, e Matteo Ricci e altri gesuiti divennero funzionari di corte a Pechino; Francesco Borgia, principe di Squillace, fu viceré del Perù, e la chiesa di San Matteo mostra palesemente due cariatidi dai volti amerindiani. Altri tempi. Fu per questa mentalità che Ulugh si fece musulmano; ma anche molti prigionieri turchi catturati a Lepanto vennero condotti in Calabria come schiavi, e da lì a poco si convertirono.
Di tutto questo ci parla un bel romanzo di Santino Oliverio (Uccialì, il re di Algeri, Città del Sole 2012), un altro emigrato non depresso, medico a Prato, ma di Castelle quanti altri mai, e non nuovo alla letteratura. Un romanzo storico intreccia la creazione con la documentazione, e assolve alla funzione si sottrarre la storia alla pesantezza degli accademici e restituirla all’umanità. Sotto la penna di Santino, Uccialì non è un caso sociologico ma un essere umano vero, palpitante, contraddittorio, con i suoi amori e i suoi fastidi e le sue contraddizioni. Una lettura godibile e inquietante, che pone molti problemi e li risolve come sa fare la poesia: sfumandoli in immagini. Un libro da leggere e rileggere.
