Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Walter Pedullà e «Il pallone di stoffa»: postille parafilosofiche.
Leggendo Il Pallone di stoffa Memorie di un nonagenario di Walter Pedullà ci si imbatte in molteplici riferimenti o menzioni che riguardano la storia della filosofia e i suoi protagonisti; in questa «postilla» commentiamo tre passi che, al limite del fraintendimento, si prestano ad essere considerati in un’ottica di ironia e di «leggerezza».
La «pirarella» di Eraclito (p. 85-86)
Tutti dicìvanu: «Un santu novu cumparìu alla marina: curriti cristiani, cercàtinci perchì faci grandi maràculi!» Tutti currìvanu e si nginokkiàvanu ma lu masciu, ki era fattu ḍḍu santu di ‘na pirara sarvàggia, li guardava e ridiva. Una fìmmina nci domandau:«Perkì tu non ti nginòkki, perkì non preghi?» Lu màsciu nci dissi: «Eu lu canùsciu e sàcciu ki pirara era e ki pira faciva».
La «favola vutana», cioè di Bova nella Calabria cosiddetta grecanica distante una settantina di chilometri da Siderno che è il paese d’origine di Walter Pedullà, è stata tràdita in lingua dei greci di Calabria da Giovanni Andrea Crupi (Bova Marina 1940-1984); finita a stampa ne La «glossa di Bova», (Roma 1981) e ristampata con la traduzione dei testi grecanici in calabro romanzo a cura del prof. Paolo Martino (Bova 2021, p. 151).
Ovviamente la storia è diffusa in tutta la fascia ionica meridionale della Calabria, anche a Siderno, e nel reggino ed è fortemente voltairriana perché cerca di instillare lo scetticismo verso le forme più bigotte di esercizio della religione cristiana; infatti, la statua di Cristo in questione era stata ricavata da un pero selvatico che, producendo solo frutti amarissimi e incommestibili, non può certo, seccato e trasformato in statua lignea, fare miracoli.
Il perché il professor Pedullà abbia voluto scomodare il grande sapiente presocratico per intitolare questa bellissima storia di ordinario scetticismo del maestro (màsciu, nella versione bovese di Crupi) falegname di Bova nonché fabbricatore di statue sacre andrebbe o, quantomeno, scusato con l’ampia licenza che è riconosciuta agli scrittori, anche di autobiografie.
Antonio Pizzuto «fenomenista» e l’empirismo
Antonio Pizzuto (Palermo 1893-Roma 1976) fu uno degli intellettuali più versatili e più riservati della Sicilia novecentesca: conseguì « … nel 1915 una prima laurea in giurisprudenza, con una tesi di statistica ed economia sulla Coltivazione del caffè in Brasile, e nel 1922 una seconda laurea in filosofia, con una tesi Sullo scetticismo di Hume, relatore Cosmo Guastella (1854-1922) … » e a questa solida formazione filosofica si deve «la traduzione dei Fondamenti della metafisica dei costumi di Immanuel Kant (Palermo-Milano 1942). (Rosalba Calvagno, Antonio Pizzuto, in Dizionario Biografico degli Italiani, ad vocem).
Pizzuto fu anche musicista, romanziere, traduttore di molti capolavori della letteratura europea anche novecentesca nonché di diversi filosofi greci e latini.
Pedullà fu amico intrinseco di Antonio Pizzuto e ne ha fatto uno degli autori più citati ne Il pallone di stoffa; a p. 281, dopo averne riferito tra virgolette una incomprensibile dichiarazione («Vede questo termosifone? Sono vicino a trovare la metafora con cui riscalderà ben più che il corpo») l’autobiografante si lancia in un periodo che, non meritevole di commento se non nell’inciso, sembra avere a che fare poco o nulla con la storia della filosofia:
Con lui ogni parola presa dal miglior punto di percezione (esse est percipi, mi ricordava l’empirista che aveva tradotto dal tedesco la kantiana Critica del Giudizio) scova concetti che si pongono al centro di una costellazione che è una nova visione».
Ora l’unica traduzione in lingua italiana della Critica del giudizio di Immanuel Kant che esisteva fino al 1976, data della morte di Antonio Pizzuto, era quella laterziana a cura di Alfredo Gargiulo risalente al 1907 e rivista da Valerio Verra nel 1960.
Pedullà, che si è concesso ampi epicicli disciplinari nella stesura di questa autobiografia, deve avere scambiato nella sua memoria la Critica del giudizio con la Fondazione della Metafisica dei costumi del filosofo tedesco, che Pizzuto effettivamente tradusse per l’editore Sandron di Palermo nel 1942.
Altrettanto periglioso è l’accostamento tra l’empirismo (mi ricordava l’empirista della frase che abbiamo estrapolato non può che riferirsi a Pizzuto) e la filosofia che Antonio Pizzuto aveva professato che, accogliendo gli insegnamenti di Cosmo Guastella, che egli chiama «fenomenismo»: dottrina che riduceva il conoscibile a ciò che appare (esse est percipi che apre l’inciso di Pedullà e che è derivato dal filosofo «immaterialista» George Berkeley) ed è distante dall’empirismo, dottrina molto antica rispolverata da Locke (e per molti versi contrapposta al «fenomenismo») per la quale la realtà materiale non soltanto esisteva ma da essa derivavano le «idee semplici», senza le quali non potrebbe esistere conoscenza alcuna.
Che ci sia contrapposizione tra il realismo degli empiristi, la conoscenza non può esistere senza il dato materiale da cui si traggono le idee semplici, e il fenomenismo accolto «a malincuore» da Antonio Pizzuto lo ricaviamo da una sua citazione riportata da Antonio Pane:
Dopo questa semplice riflessione il realismo non può farci più illusione e non crediamo sia più sostenibile una difesa qualunque di esso e dei suoi derivati metafisici, né possibile una critica valida del fenomenismo, che siamo obbligati, quantunque a malincuore, ad abbracciare» (Pizzuto filosofo, «Dialoghi Mediterranei», Palermo novembre 2019).
Prima vivere o prima filosofare
Primum vivere deinde philosophari è un motto collegabile all’epicureismo di Orazio che, scrivendo ad Albio Tibullo, epistula I 4, gli diceva: «Al prossimo incontro mi vedrai ( vises) di corpo grasso e bianco (pinguem et nitidum ) e con la pelle ben curata e, volendo ridere (si ridere voles), come un porco del gregge di Epicuro (Epicuri de grege porcum).
C’è nel motto riferito ad Orazio, che ha attraversato i secoli e ancora viene usato anche da chi è poco esperto di latine lettere, una esigenza di ribadire, contro stoici e cinici, che la vita con annessi piaceri è un bene che viene prima dell’arrovellarsi del filosofo o, ancor di più, dell’esaltazione della fatica di chi fa di Ercole affaticante la sua divinità.
Pedullà a p. 224 scrive: «Primum philosophari, deinde vivere: cioè il pensiero come padre di un nuovo modo di vivere. Il recensore, in cerca di novità, ribalta la formula: parti dal vivere, se vuoi arrivare ad una nuova filosofia».
Assodato che il recensore di cui si parla è lo stesso autore e che la formula di partenza usata era già l’inverso di quella usata da Orazio, si capirà il pasticcio che compie l’illustre autobiografo.
