Aldo Grasso: Se chi fa inchieste perde la credibilità
da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

L’abracadabra dell’assurdo
«L’elettricità ha ridotto il globo a poco più che un villaggio e, riunendo con repentina implosione tutte le funzioni sociali e politiche, ha intensificato in misura straordinaria la consapevolezza della responsabilità umana. E’ questa componente centripeta che modifica la posizione dei negri, degli adolescenti e via dicendo. Non è più possibile contenere politicamente questi gruppi sociali entro limiti determinati; essi sono ora, grazie ai media elettrici, coinvolti nella nostra vita, come noi nella loro», nel 1964 cioè 62 anni fa, Marshall McLuhan, accennando a quella «responsabilità» relativa a quella che, poi, sarebbe stata la globalizzazione tecnico-economica degli anni Novanta, aveva, in qualche modo, predetto/previsto il woke, ovvero l’abracadabra dell’assurdo. Il teorema è presto enunciato. Di globale, oggi, c’è rimasto solo il «villaggio». Balcanizzato (come, del resto, la sinistra attuale) in una miriade di tribù, etnie e gruppi (costituiti in base a differenze di sesso, età, cultura, preferenze sessuali), fazioni, piccole e grandi lobbies di potere, differenze linguistiche, trap, rap, pride, disabilità, like, followers, post, diverse origini nazionali, frontiere etnico-culturali-linguistiche e una polifonia di contrasti di identità in transito, che ricorda molto da vicino le sinfonie di Igor’ Fëdorovic Stravinskij. Già si sta stretti nel «villaggio globale»; in più a restringere ulteriormente lo spazio vitale ci si mettono pure le paure e le ansie generate artatamente da governi conservatori e reazionari. Dunque? Sigmund Freud, nel saggio del 1896 Nuove osservazioni sulle neuropsicosi di difesa, avrebbe aggiunto che «Già da qualche tempo nutro la convinzione che anche la paranoia (o il gruppo di forme comprese sotto tale nome) sia una psicosi di difesa, cioè che anche essa, come l’isteria e le ossessioni provenga dalla rimozione di ricordi penosi, e che i suoi sintomi assumano la forma determinata dal materiale rimosso». Tale «difesa» da un «nemico» (vero o presunto che sia) si esprime, oltre che in teorie paranoiche del complotto, anche in terrapiattismi, negazionismi ambientali, creazionismi scientifici, in una enorme richiesta di sicurezza (ovviamente a scapito della propria libertà personale, barattata per una videocamera di sorveglianza davanti al portone di casa), haeters, discredito della cultura (a vantaggio della, peraltro «ostentata», affermazione del «parla come mangi»), sfiducia verso la politica, richieste di «riparazioni», rispetto a mali subiti (anch’esso, veri o presunti). In una parola, woke è la «consapevolezza» – derivata immediatamente da quella «responsabilità» di cui si diceva (che nel nostro micro-villaggetto globale – o, come amano dire i sociologi, nelle nostre «nicchie» o «cerchie» o «bolle», altrimenti dette «camere dell’eco») dell’esistenza di un’intera sfera concettuale che va dalle disuguaglianze sociali alle discriminazioni razziali ed etniche alla negazione dei diritti della comunità LGBTQ+. Nate in America dalle problematiche legate alla condizione dei cittadini afroamericani, il termine woke e la religione-woke si sono diffuse in tutto il mondo negli anni Dieci del nostro secolo. Ma questo movimento, specie ultimamente, ha subito/avuto delle degenerazioni configurabili in questa affermazione: sarebbe come prendersela con Anna Karenina perché ha avuto un atteggiamento scorretto verso i treni. Il presupposto corruttivo/generativo dell’intera deriva-woke è stato quello di voler estendere la morale anche al livello della politica. In che senso? Niccolò Machiavelli aveva staccato morale e politica; il woke, col suo moralismo, ha teso a saldarle, inconsapevole del fatto che, così facendo, il punto di approdo sarebbe dovuto essere rappresentato da uno stato teocratico di tipo medievale o dallo Stato Assoluto di Thomas Hobbes (le quali due organizzazioni politiche probabilmente, tanto democratiche non erano…). Invece, è proprio, la democrazia, ciò che dovrebbe realizzare, in una società matura, il punto di contatto tra politica e morale. Per cui, nelle nostre società, il woke ha avuto il merito storico di aver evidenziato tutti id deficit delle moderne democrazie liberali. Ma, torniamo, per un attimo, all’individuazione del «nemico». E chiediamoci: perché il soggetto paranoico sceglie come suo «nemico» il più fragile e il più debole tra quelli a sua disposizione? Perché quello che si è realizzato è stato un vero e proprio scollamento sociale (caratterizzato dalla perdita della fiducia), tra la sfera della politica e quella della ordinaria vita di ogni giorno. Tale perdita di fiducia deve andare ad assommarsi con la cinica/sadica volontà di balcanizzare ancora di più la società, secondo la legge del divide et impera, in modo da renderla più malleabile, plasmabile, costruibile. La tecnologia e i nuovi masss-media hanno completato, pienamente, questo percorso. La sfera dell’astratto ha preso il posto di quella della realtà. L’intelligenza è diventata artificiale e la risposta emotiva ha sostituito il pacato ragionamento nei talk-show televisivi. Il woke, ovviamente non nelle sue degenerazioni, ha contribuito a una nuova coscienza collettiva ma ha, anche, reso ancora maggiormente astratto l’intero dibattito pubblico. Parlare di «diritti» (civili) e non di perdita di posti di lavoro, ha reso un servizio enorme alla tecnologia della Silicon Valley, alle astrazioni del finanzcapitalismo e alla notoria tesi del filosofo Jean Baudrillard che «il virtuale ha sostituito il reale». La pars destruens del woke ha, alla fine, prevalso sulla pars costruens? Beh. Diciamo che l’identitarismo ha preso il posto dell’economicismo. Le capacità sui bisogni. La cultura sulla natura, se vi piace. Ma, parlare di identità culturali (discriminate) smuove, in qualche maniera, il tardo capitalismo attuale? In più, parlare dei diritti delle minoranze vuol dire lasciare intatte le maggioranze; rispetto alle quali si esercita solo una richiesta di riconoscimento di diritti. Il contrario dell’identità è la differenza. Chiedere che le differenze siano rese più tenui o, nel migliore dei casi, addirittura eliminate significa stare recriminando/realizzando giustizia sociale. Il woke oscilla, dunque, tra l’astratto e il concreto, il reale e il virtuale, il corpo e l’anima. In quanto tale, esso non è contraddittorio ma conciliativo. Salvo poi mettere in discussione, proprio, la tolleranza,quando si registrano limitazioni alla «libertà di pensiero» o vere e proprie boutade nella «differenza» ironia-insulto. Battaglie di parole, si direbbe… Recriminazioni sacrosante, si direbbe ancora… Eppure … Il woke è divenuto, specie negli USA, una «religione» che ha avuto l’intento di moralizzare e rendere politically-correct il pluralismo, il relativismo, la scienza, la tecnica e il vivere comune. Nella sua essenza, il woke recava con sé fini giusti attuati con mezzi ingiusti. Nella sua concreta realizzazione, esso ha prodotto fini ingiusti (o meglio, incongrui) realizzati con mezzi giusti. Nel senso che, le parole (anche quelle meglio indirizzate) da sole non bastano. In genere, alle parole devono seguire i fatti … E il woke, (che, pure, col MeToo e il Black Lives Party, ha portato a termine importanti operazioni di civiltà e pulizia morale), alla lunga ha finito per confondere mezzi e fini. Le parole saranno pure importanti, ma la sinistra-woke non ha saputo rendere concreta azione politica quelle parole. E allora? I gruppuscoli difendono la propria identità. Ognuno difende la sua identità. Quale è il pericolo? La globalizzazione? Per la sinistra-woke il pericolo è indefinito. «E’ così»! «Le cose stanno così». Più apodittica dello stesso Aristotele, la religione/cultura woke è stata, per lo più, assertiva/affermativa/dichiarativa. Di fronte a un «presente» immaginato statico, ha perentoriamente asserito cose, peraltro, giustissime, dimenticando che il presente statico non è, ma (in esso) esiste anche la dimensione del «tempo». Dimensione che nessun abracadabra dell’assurdo è mai riuscito a scalfire.
