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XXIX STAGIONE TEATRALE DELLA LOCRIDE. IL BILANCIO DEL DIRETTORE ARTISTICO DOMENICO PANTANO

Una rassegna teatrale intensa e significativa quella che il Centro Teatrale Meridionale, diretto dall’attore e regista calabrese Domenico Pantano, ha programmato per la XXIX Stagione Teatrale della Locride, conclusasi pochi giorni fa, che ha riscosso successo, malgrado le difficoltà di questo periodo dovute all’emergenza sanitaria, ancora in corso.

Fare teatro è sempre una scelta che passa prima per un intimo bisogno di conoscenza dell’animo umano e di se stessi e si esprime attraverso la condivisione di emozioni, in un momento di grande e intimo scambio. Questa magia è ciò che il Centro Teatrale Meridionale è sapientemente riuscito a realizzare grazie alla scelta di un programma ricco e vario: dal mito alla commedia, dalla poesia ai monologhi.

Quali sono state le motivazioni alla base di questa programmazione così poliedrica?

La scelta di operare nel campo artistico, in particolare quello teatrale, passa attraverso una stimolazione interiore innata in ognuno di noi, che si sviluppa nel tempo diventando un’esigenza personale.

Nella mia prima fase di avvicinamento giovanile al mondo teatrale, sentivo questa scelta anche come esigenza di una collettività, di un territorio allora quasi totalmente sprovvisto di attività teatrali, se non in forme amatoriali. Una esigenza che mi spingeva a cercare, a muovermi per “scoprire il mondo”, imparare, acquisire professionalità per confrontarmi con il sistema teatrale nazionale.

Ho sempre pensato che realizzarsi artisticamente non può non includere la possibilità di poter vivere esercitando in maniera esclusiva la propria professione, rinunciando ad altri lavori.

Nella scelta della programmazione poliedrica realizzata quest’anno, ho tenuto presente diversi fattori: in primo luogo, naturalmente la mia sensibilità personale mista all’esperienza maturata nel settore; selezionando le tematiche da trattare, ho cercato di gratificare il pubblico del territorio; purtroppo ho dovuto tenere conto del momento storico negativo a causa della diffusione del contagio da Coronavirus e delle limitazioni poste dalla normativa, verificando la situazione del mercato teatrale, le disponibilità e orientandomi sempre in base al bilancio economico della Cooperativa.

Un grande lavoro, portato avanti con sacrificio e lungimiranza dal CTM, che rappresenta una inestimabile risorsa per la nostra terra. Fare teatro in questo territorio, con tutte le difficoltà che comporta anche questo momento storico, cosa significa per il CTM e per Domenico Pantano?

Sicuramente operare su un territorio non può essere inteso come mero svolgimento di un lavoro e basta. Nel mio caso, in quanto socio fondatore e Direttore artistico della Cooperativa C.T.M., nonché traino che ne ha determinato la costituzione nel 1985, le linee e gli orientamenti scelti partono sempre da un legame forte, un cordone ombelicale alla mia terra di origine; un amore sviscerato mi lega alla Calabria, a un luogo che sento profondamente mio e che, nonostante i tanti suoi lati negativi (che a volte mi spingevano ad andare via), mi porta a operare qui per poter contribuire a colmare la lacuna culturale del settore teatrale. Quando io iniziavo a muovere i primi passi nel settore, tra il 1975 e il 1976, in Calabria non c’era quasi nulla, e quel pochissimo che c’era, era molto disordinato e grossolano. Mancava, inoltre, l’attenzione della politica in grado di dare forza, consolidamento e professionalità a un organismo teatrale produttivo, riconoscendone creatività, produzione di lavoro e ricaduta sul territorio. Non a caso, nel momento della costituzione della Cooperativa, nello statuto ho fissato in una delle linee principali dell’oggetto sociale “attivazione e riattivazione del mercato teatrale nazionale, soprattutto nelle zone periferiche e dell’entroterra provinciale e regionale”.

Per decenni abbiamo investito molto nelle produzioni e sul territorio, sottoponendoci a grandi rischi e difficoltà di ogni genere, per stare in piedi e operare nella nostra regione. Negli anni passati, spesso per coprire i passivi, più volte abbiamo ricorso a supporti personali e alla rinuncia del pagamento del lavoro svolto. Un’ingiustizia verso noi stessi, frutto di scelte politiche che hanno eliminato qualunque tipo di investimento e sostegno al mondo culturale.

Molto è cambiato dal 2004 in seguito al varo di una legge regionale, nonché della rielaborazione nel 2017 che regolamenta il settore teatrale professionale. Altro c’è ancora da fare per perfezionare e rendere equi i criteri di assegnazione e ripartizione dei fondi per gli organismi di produzione.

Ci sono poi interi territori regionali che sono totalmente sprovvisti di sale adeguate per poter rappresentare gli spettacoli teatrali, oppure molte di cui disponiamo presentano notevoli criticità legate al mancato rispetto della normativa dei locali pubblici e stanno in piedi per la buona volontà di noi operatori. Finora la Calabria è rimasta l’unica regione d’Italia a non avere un fondo adeguato a sostegno della ristrutturazione delle sale private e pubbliche.

I teatri sono luoghi indispensabili per creare promozione, cultura teatrale, lavoro e incidere sulla crescita della popolazione di un territorio creando nuova ricchezza.

Per ritornare alla situazione estiva della programmazione della stagione teatrale, è facilmente comprensibile che limitazioni, diffidenze e preoccupazioni del pubblico non abbiano creato una situazione ottimale di libera partecipazione. Di conseguenza è chiaro che aver operato, comunque, per completare la XXIX Stagione teatrale, iniziata prima del lockdown (e dunque interrotta) con un programma di notevoli dimensioni, ha generato, nonostante l’apporto regionale, un disavanzo.

Quanto è difficile fare cultura oggi, al tempo dei social, e spingersi verso scelte che sono importanti per il reale bisogno di accrescimento dell’individuo, base fondamentale per una formazione della coscienza?

Il proliferarsi in modo così vertiginoso dei social pone problematiche di enorme importanza al nostro periodo storico nello stravolgimento della comunicazione e del rapporto tra gli individui.

Indubbiamente, la rappresentazione teatrale, riferimento per eccellenza dello “spettacolo dal vivo”, ha delle caratteristiche essenziali di base che portano obbligatoriamente non solo alla partecipazione in carne e ossa dell’attore ma anche alla partecipazione diretta dello spettatore. Per cui, il teatro diventa luogo aggregativo naturale che, in qualche modo, mitiga e contribuisce a diminuire quell’allontanamento e divario provocato dalla comunicazione virtuale.

Entrare in un bel teatro, assorbire il suo fascino, assistere a una rappresentazione teatrale (insieme di più arti), incontrare amici e conoscenti, emozionarsi, scambiare osservazioni e commenti, non può essere che cibarci tutti quanti di una ricchezza che può contribuire al miglioramento di ognuno di noi e farci sentire parte di una comunità allargata che ci appartiene.          

Interessante, in questa stagione, la scelta delle opere al femminile, con protagoniste appassionate, incantevoli e grandiose in scena. Tra queste, lo spettacolo prodotto dal CTM, “Medea” da Euripide e con Cristina Borgogni – nel quale ha preso parte nel ruolo di Creonte – che ha debuttato al più grande festival contemporaneo, Le Dionisiache di Segesta. C’è un messaggio alla base di questa scelta?

La decisione non è casuale ma frutto di maturità, consapevolezza e rispetto verso un mondo che chiede giustizia e attenzione, mancata nei secoli, e soprattutto chiede il riconoscimento del proprio valore. Trattare l’argomento con figure femminili di grande forza e notorietà del passato mi è sembrato quasi doveroso. Il messaggio? I drammatici avvenimenti a cui sono state sottoposte queste incredibili donne del passato, generando lutti e negatività, nella rappresentazione teatrale possono contribuire a una maggiore riflessione e allo sviluppo di una società più attenta e rispettosa del valore intrinseco del femminile.

Immaginava un successo così importante, nonostante le limitazioni da termoscanner, mascherine e distanza di sicurezza?

Se devo essere sincero, in fase di elaborazione del programma, ci eravamo illusi che l’eliminazione delle “sagre” potesse indirizzare il pubblico a una maggiore partecipazione alle rappresentazioni teatrali; ma così non è stato. Pur registrando un certo numero di presenze, la paura nella testa dei potenziali spettatori ha avuto il sopravvento.

Quali speranze e quali progetti il CTM ha in cantiere per i prossimi mesi?

Il nostro lavoro continua con una certa intensità tutto l’anno, non si riduce ovviamente ai mesi in cui si realizza una rassegna. In questo momento, è tutto molto difficile, dagli spostamenti alla programmazione, a causa dell’incertezza rispetto alla fine dell’emergenza sanitaria, che può determinare una vera ripresa dei luoghi di pubblico spettacolo in modo ottimale e la tranquillità degli spettatori di poter partecipare alle rappresentazioni teatrali.

Tra i progetti in cantiere, segnaliamo una delle nostre produzioni “Callas d’incanto” di Roberto D’Alessandro con Debora Caprioglio, in programma al Teatro Ghione di Roma nei giorni 5, 6, 7, 8 dicembre; la realizzazione della messa in scena dell’opera “Il colore della forma” di Sergio Casesi, vincitore del “Premio Cendic” 2019, con la regia di Angelo Longoni; la messa in scena di un’opera di William Shakespeare e alcuni lavori didattici indirizzati alle scuole di ogni ordine e grado.

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