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Lucia e il buio, il romanzo-madre di Anna Mallamo

“Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce”. Probabilmente basterebbero le parole di Gesualdo Bufalino per raccontare, al di là di ogni ragionevole recensione, il romanzo di Anna Mallamo “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025). Ma mettendo da parte la ragionevolezza, che non è lì che si trova la ragione e neanche il torto, proviamo a discendere nel buio evocato dal titolo, con il grande scrittore siciliano, alla ricerca della flagranza della luce.

Un romanzo d’esordio che può essere definito tale solo da chi non conosce la penna sfavillante della Mallamo – giornalista e “cuntrice” di storie di questo mondo e dell’altro – ambientato a Reggio Calabria, nel 1981. La sua protagonista è una giovane adolescente che rapisce e tiene prigioniero, nella stanza sotterranea della casa della nonna defunta, il figlio di un boss, reo di essere parte di un sistema di morte che attanaglia la città, si prende la vita e la dignità delle persone, e le ha rubato una zia, la più giovane, la più libera.  

Ossimorico, catabatico, chiasmatico. Scomodiamo le parole difficili, non le temiamo, così come la protagonista Lucia Carbone ci insegna, e insieme a lei discendiamo nelle tenebre con il suo nemico, Rosario Cristallo. Nei nomi la contraddizione, la luce e il buio che si richiamano l’uno con l’altro, come due giocatori di scacchi, i bianchi e i neri, in una lotta che non ha vincitori.

Come il mondo di sopra, la città solo apparentemente placida sotto il sole dello Stretto, ma inquieta e sbattuta da venti opposti, e il mondo di sotto, il male, il crimine, i lupi, che però – qui tutto si rovescia nel suo contrario – stanno sulla Montagna, l’Aspromonte, e scendono a prendersi tutto, a reclamare un regno che secondo loro gli spetta.

Quella di Lucia – la santa privata della vista che al buio ci sa stare – è una discesa agli inferi, nella stanza-prigione che reclama il suo pasto, intriso di giustizia che si trasforma in vendetta, di una verità che forse è più buia di quello che vuole illuminare. E dove basta qualche gradino a trasformare l’amore, la cura, la protezione verso i cari nella furia di una giovane erinni.

Attenzione, non è un romanzo di ndrangheta. C’è anche quella nella misura in cui c’è tutto il resto. È un romanzo sulla colpa e l’innocenza, e il loro difficile confine. Qui ci sono i viventi e i morti, la famiglia, la politica, l’amicizia, l’adolescenza e la vecchiaia, le donne e gli uomini, le madri e i figli, i padri e i fratelli. Ognuno e ogni cosa sono dentro una spirale che si stringe e si apre, va avanti e indietro, soffoca e rivela, – stanza-famiglia-città/città-famiglia-stanza –, un movimento scandito in capitoli brevi, per consentire al lettore di riprendere fiato e di rimettere alla giusta distanza un magma che trova il suo ordine solo alla fine, come ogni buon noir che si rispetti.

Perché in fondo questo è un noir urbano – seppur di una città che non assomiglia a nessun’altra, forse solo al suo doppio, reale e ingannevole, sull’altra riva –, che ha lo spirito di una eterna tragedia greca, dove nulla è inventato, neanche i personaggi più strani, Maria, Jolanda, Caramella. È la memoria di un luogo che tiene tutti insieme i suoi fantasmi, le sue contraddizioni, le sue correnti del sud e del nord, i suoi venti, lo scirocco e la tramontana. Con i versi di greco antico che cedono il posto a una lingua impastata di dialetto, lingua dei grandi, lingua che nasconde e chiama, i nomi e le ingiurie, i fasci e i comunisti, l’amore e la vendetta.

Sembra fantasia, e invece è storia. Di una città dimenticata, la “Beirut” italiana, la capitale del non finito, teatro di guerre di mafia, dei morti per strada che “tanto finché si ammazzano tra loro”; che non ha neanche la tragica magnificenza di Palermo, Catania, o Napoli, che non ha eroi, ma solo l’infamia di una rivolta che ha lasciato tutti senza giustizia, e senza appigli per credere nello Stato, nelle istituzioni

Questo libro è storia, ma anche mito. L’incantamento di una città divisa, sospesa, città inclinata, città che sprofonda e che sale, senza riposo. È la cenerentola dello Stretto, meno nota della gemella siciliana, cui tocca il nome di un braccio di mare che tutto risucchia, come i gorghi di Cariddi e le bocche di Scilla, e che divide con lei solo gli spettri, i morti del terremoto, la Fata Morgana e un ponte che è una trama di inganni sospesi sopra le rive. E addormentata si lascia vegliare da una dea, la statua di Atena, che dà le spalle al mare e la guarda, monito e protezione dai suoi nemici interiori.

Perché la città si ritrae e si sottrae, al tempo, alla verità, al bene, e incessantemente si muove, mescolando il sotto con il sopra, le vittime e i carnefici, i giusti e i dannati. Lucia lo impara suo malgrado, con il suo corpo da femmina che cresce, come crescono insieme l’odio e l’amore.

La scrittura della Mallamo tiene tutto questo insieme, non tralascia nulla, non disperde i rivoli, li segue, li trova e li illumina. Perché questo è un romanzo-madre, con la sua memoria personale e collettiva, con il suo racconto-fabula che incanta e impaurisce, con la furia di rendere giustizia, di covare, proteggere e curare ciò che al contempo si ama e di odia. E come ogni madre consegna alla figlia – femmina – il “finale diverso”, l’unica vera eredità che possiamo augurarci: il compito arduo, difficilissimo, di conoscere, condannare e salvare, spezzare le catene e redimere, scegliendo la luce, anziché il buio, ma sempre tenendoli insieme, dentro di sé, ancora e ancora, fino alla fine della spirale del tempo.  

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