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IL SALOTTO DI MAURIZIO FERRARIS

Accanto a Proust un altro Proust

Maurizio Ferraris dorme nel suo salotto e quando veglia va alla scrivania di Marcel Proust che, scrivendo, «ritrova» il tempo. «Un universo si complica, il salotto della matinée Guermantes perde i propri contorni, ma si dispiega un altro universo, fortuito e inevitabile». «Perché se, in quei periodi ventennali, i vari conglomerati costituiti  di “salotti” si dissociavano e si ricomponevano secondo l’attrazione di astri nuovi destinati, d’altronde, anch’essi ad allontanarsi, poi a riapparire, cristallizzazioni e poi disintegrazioni seguite da nuove cristallizzazioni avvenivano parimenti nell’anima degli individui». «Valore  gnoseologico dell’involontario: solo ciò che nasce da una bêtise oscura e da una struttura acefala permette una generalizzazione e un insegnamento». «Nel mondo vige la regola della conversazione intelligente e della presenza a sé volontaria: memoria è ricordarsi degli inviti, oblio è l’attività colpevole del dimenticarseli; tutta la moralità mondana è concentrata sul qui e ora di quello che sta avvenendo in un salotto». Ermeneutica di Proust (Rosenberg & Sellier, Torino, 2022) filtra l’interpretazione della Recherche nella produzione dell’opera d’arte. Dal salotto, Ferraris passa alla veglia della scrivania, nella quale Marcel Proust scrive il suo capolavoro. Nel salotto il tempo era perduto. Ma non a tempo perso, Proust si accorge del divenire multitasking della vita. Non solo cambiano i nomi degli stessi personaggi, cambiano gli atteggiamenti, le qualità degli uni diventano le qualità degli altri, il soggetto si maschera nella serie (dei soggetti) per diventare metà parte di un gruppo sociale e metà singola persona. Il tempo, all’inizio, Sulla strada di Swann, era perduto proprio perché era diventato multiforme, polivoco, polisemico,  complesso e indiscernibile. E’ vero che la vita del salotto è un «sonno»; cioè «inerzia, oblio, sonno  sogno». Ma è in questa veste che essa si presenta al Narratore; «Che proprio questo sovrapporsi di maschere, di lapsus, di menzogne, sia il senso più preciso del tempo e della memoria, l’esperienza più netta di un vero non banalmente realistico e verosimile, il Narratore lo dichiara esplicitamente». Si tratta di un tempo (perduto) fatto di «equivoci», «trasformazioni», «metamorfosi», «migrazioni sociali», di «distrazioni», di «riflessi involontari», del «transitorio», dell’«ingannevole», dei «disguidi» e di una vera e propria «lotteria di volti, nomi, blasoni». Per Proust, tale tempo era perduto perché impossibile da decifrare. Nella vita. Nell’opera, no. «Queste metamorfosi sono  la sostanza profonda del tempo, proprio ciò che permette di ritrovarlo». Per far ciò occorre che Maurizio Ferraris abbandoni il sonno del salotto e intraprenda la via della scrittura. Perché, come sappiamo tutti: «la realtà del tempo perduto è ostile alla scrittura». Ecco, dunque, che la Recherche – è questa è l’autentica  Ermeneutica di Proust scritta da Maurizio Ferraris – fa esistere un mondo (a questo punto, non più solo possibile) «accanto» al mondo del salotto. «A risorgere sono (…) delle leggi generali, idee o archetipi sottratti alla mortalità dei destini empirici e personali»; il grado zero dello «stato terminale non solo della identità, ma anche dell’umanità». Dal particolare pluriverso multitasking, il «tempo ritrovato» è, adesso, diventato qualcosa di generale. E che cos’ha di generale? Il senso esatto che qualcosa come la Recherche possa spiegare quella «verità di cui non ci eravamo accorti in vita». Un tempo ritrovato come involontario stato di cose, come «pulsazione» continua tra il generale e il particolare, come «inconscio», insomma. Ora, se l’opera d’arte, per Ferraris, non deve essere interpretata ma prodotta (ovvero: deve produrre, essa stessa, una qualche realtà) se ne ha che Marcel Proust perde e ritrova il tempo dentro la stessa identica realtà. Il salotto. Che la prima volta funge da respingente e la seconda da salvagente. Maurizio Ferraris, però, ha scelto di andare verso la scrivania e la veglia. Il mondo dei sonnambuli si è trasformato, dunque, in quello degli esseri viventi. La funzione della scrittura (in Maurizio Ferraris come in Marcel Proust) è dunque quella della rivelazione. Accanto al nostro tempo c’è un altro tempo; accanto al salotto c’è la scrivania; solamente l’arte ci permette (e ci permetterà sempre) di intravedere questi spettri. E anche di vedere la realtà (trascorsa) con occhi nuovi. La rivelazione principale, in fondo, è quella che noi stessi abbiamo di noi stessi. Io, Marcel Proust, avrei potuto essere capace di vivere anche così …

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