GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
I Pacchetti, i libri pronti per essere spediti, sono raccolte inedite di lettere dagli epistolari di grandi personaggi della storia, della letteratura. Sono leggeri e tascabili e la sovraccoperta può essere trasformata in una busta per essere affrancata e spedita con la sua bella lettera all’interno. L’Orma Editore ama i libri e li cura con affetto infinito, e noi insieme abbracceremo queste meraviglie. Sono 37 I Pacchetti, con le lettere di Gramsci e della Austen, di Wilde e della Luxemburg, oggi con Pavese, affidato alla sapiente attenzione di Federico Musardo.
Federico Musardo raccoglie le lettere di Pavese, in un periodo che va dal 1924 al 1936, dai sedici anni dell’adolescenza ai trenta della età adulta, anno in cui Pavese esordì con la raccolta di poesie “Lavorare stanca”.
Pavese scrive e conserva, forse consapevole che tutto un suo pensiero debba essere lasciato a noi, e scrive al professore di italiano e latino, Augusto Monti, scrive ai suoi amici, Mario Sturani e Tullio Pinelli, e noi lo incontriamo nel suo farsi scrittore, nel confessare dubbi e nel voler attenzione. Con le contraddizioni e gli amori, con la voglia di usare la scrittura per divergere dalle incombenze del vivere difficile, come poi ci dirà nel “Il mestiere di vivere”, il diario dal 1935 al 1950.
Federico Musardo ci invita a leggere le mail per “scoprirne il piglio insolente da spaccone, il sorriso sornione, persino la voglia disinibita di divertimento” ed io ve li raccomando con la stessa affettuosità. “Più si è malcontenti di sé e più la firma si mette gigante” scrive fra parentesi Cesare Pavese a Sturani, nel novembre del 1924, ed io faccio la prima piccolissima orecchietta al libro, per pentirmene subito dopo, perché non dovrei sciuparlo, ma il desiderio di fermare con un mio segno mi sembra impellente quasi come quello di chi crede fermamente di avere vastità e verità con il libro in mano. Con un libro il mondo è nostro, sembra ci diciamo.
Il libro è arricchito da fotografie dei destinatari delle lettere, conosciamo Sturani, Pinelli, Monti, e quello che poi mi sorprende, ma qui è un mio fissarmi, è leggere in una nota che Sturani si vedrà rifiutato un suo romanzo all’Einaudi proprio per l’opposizione di Pavese, ed io sono curiosissima di sapere ancora.
A Tullio Pinelli il 18 agosto 1927 Pavese scrive: “E se amo anche i libri è perché in fin dei conti i libri sono parte del mondo, come le donne, gli alberi, le bestie, i fiori, i poeti, le fabbriche, le stelle e questa mia meravigliosa lettera” e sorridendo affabile dal mio “meraviglioso pezzo” un grande onore per me avere nel Regno della Litweb il delizioso “Pavese. Non ci capisco niente”. Lettere per noi, intanto il giorno dopo giunge “Il diavolo sulle colline”.
Le Edizioni Urban Apnea ripropongono un testo di Cesare Pavese del 1949, con l’aggiunta di cinque poesie.
Il testo, “Il diavolo sulle colline”, pubblicato da Dafne Munro e Dario Emanuele Russo mi giunge come il segno del destino all’indomani di una trasmissione televisiva in cui io avevo parlato proprio di un libro che aveva Pavese come argomento. Il titolo era “Pavese. Non ci capisco niente. Lettere degli esordi” da L’Orma Editore. Erano queste, come ho detto prima, le lettere dell’adolescenza di Pavese, dai sedici anni fino ai trent’anni e stranissimo come le lettere siano un tutt’uno con il libro “Il diavolo sulle colline”, storia di amici sulle colline torinesi, storie di vagabondaggi notturni, storie di confessioni amicali, situazioni uguali a quelle con Pieretto, Poli, Oreste nelle confessioni delle lettere a Sturani, Pinelli, Monti.
Ho perciò letto andando dalla vita di Pavese al romanzo e dal romanzo alla vita. “La vita è quel che siamo noi”, disse Pieretto. Con loro anche noi chiacchieriamo seduti sull’erba, a guardare le colline, le storie strane che sembrano normali.
Resto basita di quanto poco i genitori conoscano i figli, di quanto poco si conoscano fra loro le donne e gli uomini, che restano estranei, malgrado consumino qualche rapporto, di quanto poco si conosca la vita passata a bere o a sniffare o ad andare in giro, benché alcuni di loro, del gruppo debba studiare per fare gli esami.
Nel vagabondaggio sempre presente quel mestiere di vivere, quel senso complesso del soffocare. Ci sono in entrambi i libri le poesie di Pavese, prima che pubblicasse “Lavorare stanca”, ci sono i versi che hanno accompagnato le nostre giornate in cerca di luce. Nel libro “Il diavolo sulle colline” alla fine troviamo le febbri luminose, le tre poesie, in cerca della luce, nel 1928, e poi via via arriviamo a “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” del 1950, della primavera del 1950, di quell’anno in cui Pavese decide di finire quel “vizio assurdo” la sua inquietudine.
Ringrazio con infinita riconoscenza, e commossa per la coincidenza veramente amorosa, Edizioni Urban Apnea e L’Orma Editore per continuare un discorso mai interrotto di poesia e narrazione.
