GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

C’era una svolta (linguistica), «testuale», proprio linguistica, all’interno della filosofia analitica. Ovvero, esisteva la convinzione che i problemi filosofici possono essere risolti abbordando solo il linguaggio. Ma a furia di svoltare, Maurizio Ferraris, in questo suo denso La svolta testuale. Il decostruzionismo in Derrida, Lyotard, gli «Yale Critics» (Unicopli, Milano, 1986) non fa che identificare solo un gesto. E cioè un accenno, un’indicazione; qualcosa che allude a qualcos’altro. Un gesto come quello di inarcare le ciglia, per esempio. Che in sé non vuol dire niente, eppure sembra accennare, sottintendere e far capire una molteplicità di cose… Intanto, dalla svolta linguistica al decostruzionismo, all’ermeneutica, al postmodernismo al testualismo, di svolte se ne contano davvero parecchie. Siamo, adesso, nei pressi della filosofia continentale. Analitici e Continentali, ovvero mondo anglosassone e vecchia Europa, hanno proposto due approcci speculativi divergenti; i primi cercano la verità nelle cose, i secondi, nelle parole. Il problema di fondo è sempre lo stesso da duemilacinquecento anni: il rapporto tra pensiero e realtà, mondo e uomo, natura e cultura, psiche e creato, ovvero: sé ed altro da sé, ma anche dentro e fuori, io e genere umano, se si vuole. Spostando l’attenzione intorno ai temi del linguaggio, gli analitici hanno causato la decostruzione di Derrida. «La funzione della filosofia perde qualità epistemologiche, ma assume funzioni eminentemente pratico-retoriche, di lavoro sulla tradizione, gioco con il linguaggio, organizzazione delle idee ricevute. Cioè, in breve, collegamento tra tradizione filosofica e scienze umane». Maurizio Ferraris sa benissimo che quello che Jacques Derrida si trova, adesso, di fronte sono: «lasciti», «segni», «testi, documenti, autori, monumenti del pensiero», «depositi di una tradizione passata»; cioè: «tracce», forse scorie. Poco importa se questo nuovo approccio al problema fondamentale della filosofia sia stato causato da una reazione alla tanto conclamata «fine della filosofia» («Il decostruzionismo à la Derrida nasce dalla tematizzazione del problema dell’oltrepassamento della metafisica secondo la tradizione Nietzsche-Heidegger»). Importa, invece, che Jacques Derrida, restando nella tradizione interpreta la tradizione stessa, ma in una maniera diversa. Più che una «svolta linguistica», la sua è una svolta «estetico-espressiva». Poesia della filosofia o filosofia della poesia, insomma, come avrebbe amato dire lo stesso Derrida. La decostruzione prevede «La definizione di una portata ontologica della scrittura, che discende dall’equazione tra libro e mondo, una concezione della testualità come differenza, come traccia di un’assenza costitutiva; una concezione della scrittura come frammento, citazione, ripetizione, non sottoposta a funzioni comunicative, e non inserita in una contesto (…) prestabilito o ricostruibile». Non meraviglia che un simile sistema di pensiero abbia trovato, subito, applicazione nella critica letteraria. La questione aperta, con gli analitici, era che il linguaggio per essi avrebbe dovuto, principalmente, svolgere la funzione di comunicazione di un qualche contenuto; per Derrida no. Per cui, questa è stata tutta una partita giocata sul linguaggio, sulla filosofia del linguaggio e sulla semiotica. In questo senso, Jean-François Lyotard ha inserito, anche, i concetti di «figurale» e «libidinale»; «I due nuclei intorno a cui si è inizialmente condensata la riflessione lyotardiana sulla decostruzione del logocentrismo». Cioè, sul primato del contenuto sulla forma. Lyotard ha, così, sfondato il contenuto attraverso la forma opponendo «Alla riduzione linguistico-comunicativa del discorso e del mondo della vita in genere una valorizzazione espressiva dell’universo dei segni». Degli accenni, appunto. A parte che, ragionando così, il mondo diventerà opaco, spento, inespressivo, quasi indistinto, e che «Il decostruzionismo tenta di fornire una immagine straniata e frammentaria di quanto siamo abituati a pensare come ovvio», se ne ha, anche, che l’anima si distacca dal mondo (divenuto, a questo punto, un semplice testo tra gli altri, un libro in una libreria) per occuparsi solo di accenni e brevi allusioni. Segnali di un mondo vero che più che diventato una favola, è diventato un tavola pitagorica di equazioni lontane e dismesse. Il Nuovo commento di Giorgio Manganelli che si può solo «Postillare con nuovi frammenti di scrittura». Non c’è niente fuori dal testo, diceva Derrida: il problema era che questo niente continuava, così come continua anche, oggi, a dire la sua. L’ermeneutica di Gadamer «Muove dalla consapevolezza della impossibilità di una restaurazione, di una interpretazione definitiva o di una trasparenza totale». L’interpretazione, cioè, è sempre monca. Il senso, se esiste, si trova da tutt’altra parte. Infine, gli «Yale Critics» americani. Prevalentemente occupati da interessi letterari, sono caratterizzati dal fatto che essi considerano «ogni oggetto come un testo» e, inoltre non ritengono «che nel testo in quanto tale sia depositata una forma peculiare di verità». Cioè: i testualisti sono degli scettici rispetto al loro stesso operato. Ma la verità, dunque, qual’è? «Il decostruzionismo di Yale appare in prima approssimazione come quella modalità ermeneutica attraverso la quale il critico si pone come il bricoleur di testi fatti interagire gli uni con gli altri , ma che vengono rispettati nella loro dimensione testuale, e non sono trattati come i sintomi di altre realtà». E’ proprio la fine del percorso decostruttivo. Testi e solo testi. E la realtà? Bisogna procedere all’identificazione di un gesto. «La descrizione di un attimo» cantavano anni fa i Tiromancino. Cos’è questo gesto? L’ultima partita che gioca la realtà contro la sua ennesima interpretazione.
