GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

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«Essere comunisti in quegli anni significava sentirsi parte di qualcosa di grande, in sintonia con chi il mondo lo voleva cambiare davvero» scrive Claudio Caprara in questo Fischiava il vento. Una storia sentimentale del comunismo italiano (Bompiani, 2025). Per Hegel, lo «spirito», oltre che essere l’anima o l’intelletto o la ragione, può diventare oggettivo e assoluto. Lo spirito oggettivo è costituito dalle istituzioni fondamentali del mondo umano (il diritto, la moralità, l’eticità, eccetera); lo spirito assoluto è, invece, il mondo dell’arte, della filosofia, della teologia. «Spirito» è, dunque, qualcosa che circola, che soffia, che si muove e che si agita – fuori e dentro di noi. Claudio Caprara è esplicito nell’enunciare questa corrispondenza tra il comunismo italiano e il mondo dello spirito. Mauro Scoccimarro ebbe a dire: «Quando al partito si è dato tutto, non si è dato ancora abbastanza». «Prima che a noi stessi avevamo qualcosa di più urgente a cui pensare», chiosa lo stesso Caprara. «I difetti dei comunisti erano tanti. Figuriamoci. Ma, senza fare della retorica ammuffita, credo si possa ben dire che i comunisti erano diversi dagli altri. Erano costretti a esserlo. Non erano migliori in assoluto, ma dovevano tendere a migliorarsi perché erano costantemente sottoposti a un sistema di controllo micidiale». Nanni Moretti, nel finale di Palombella rossa, guidando un utilitaria con accanto una assonnata Asia Argento si rende conto. «Noi siamo uguali agli altri ma siamo diversi». Cosa è stato dunque il PCI? Il volume di Claudio Caprara «E’ il racconto di vicende di donne e uomini che a quel partito, ai suoi ideali, al suo modo di essere hanno dedicato la loro esistenza». Innanzitutto, il PCI fu, appunto, un partito; in linea secondaria: fu comunista. In quanto partito, fatto da persone uguali alle altre ma diverse, il PCI ha richiesto sempre «Sacrificio, rettitudine, disciplina e abnegazione», ovvero «Il disegno organizzativo del partito non era solo una questione di efficienza politica, ma rispondeva a un’ambizione più profonda: forgiare un nuovo modello di società, capace di sovrapporsi e rigenerare quella esistente. Al centro di questo progetto c’era il mito dell’uomo nuovo, incarnato nella figura ideale dell’operaio. Quest’ultimo, simbolo di purezza morale e dedizione, troverà il suo archetipo nell’operaio torinese del rione di Borgo San Paolo negli anni cinquanta: monogamo, indefesso lavoratore, lontano dai vizi, generoso e sempre pronto al sacrificio per il bene comune». «La scuola di Frattocchie non si limitava a esplicitare il carattere organizzativo del partito, ma definiva il PCI come partito-educatore. Di conseguenza, a chi la frequentava era richiesta anche molta disciplina: aderire consapevolmente agli obiettivi del PCI implicava anche impegnarsi a mantenere una condotta specchiata e improntava a valori quali l’onestà personale, l’umiltà nel rapporto con le masse, il rifiuto dell’individualismo e la dedizione al lavoro collettivo». Essere comunisti, insomma, comportava una rapporto diretto con lo «spirito» (soggettivo, oggettivo, assoluto e, anche, con quello «dei tempi») «fatto di persone, slanci, lotte e sentimenti». Claudio Caprara individua nell’insegnamento di Gramsci, nella pubblicazione delle sue opere e nel rapporto del partito col mondo della cultura, il baricentro di quella enorme costruzione individuale operata dal partito in quanto «intellettuale collettivo» (oppure «organico», se più vi piace). Un certo preciso rapporto con il tempo e la cultura, una corrispondenza e un gioco di specchi (e di equilibrio) tra il centralismo democratico e i cambiamenti della società italiana, la «doppiezza» necessaria di Palmiro Togliatti, le Feste dell’Unità, l’Emilia Romagna … La costruzione di un processo rivoluzionario che doveva partire dal basso … In virtù di tutti questi elementi «il PCI sviluppò un progetto culturale e politico complesso, integrando formazione, informazione e propaganda in un sistema che univa educazione ideologica e mobilitazione popolare». Ecco che quegli uomini e quelle donne, uguali ma diversi dagli altri, ebbero l’occasione di poter dire la loro anche in un Italia dapprima lacerata dal fascismo e poi dalla «Divisione del paese in due grandi fronti ideologici: quello socialcomunista e quello cattolico». Claudio Caprara tratteggia, dunque, una storia che si affretta subito a definire «sentimentale». E conclude: «L’utopia comunista ha dato dignità a un’immensa schiera di sfruttati: uomini e donne che, in un’Italia devastata dalla guerra e dalla miseria, cercavano una possibilità di riscatto. A quelle donne, ancora più oppresse, che vivevano una doppia sofferenza in una società dominata dagli uomini, offriva il sogno di un’uguaglianza non solo economica, ma anche sociale».
