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I bambini della Shoah e i bambini palestinesi

Ecco perché il ricordo della Shoah deve restare

di Nadia Crucitti

È l’una di notte, mi sono alzata a scrivere perché non riesco più a dormire bene e certo sarà l’età, questo tempo che è volato via senza quasi che me ne accorgessi, ma quando qualche anno fa avevo deciso di non scrivere più il terzo romanzo della trilogia sulla Shoah il sonno era tornato, non le otto-nove ore di quand’ero giovane, ma le bastevoli sei consigliate dal “Regimen Sanitatis” della Scuola Salernitana: “Dormire sei ore è sufficiente sì per un giovane come per un vecchio: concederemo a stento sette ore a un pigro, otto a nessuno”.

Tanti anni fa, del mio sano dormire non rimase quasi nulla quando decisi che dovevo scrivere della Shoah. Volevo capire come si fosse giunti a tanto orrore, ma dopo il secondo romanzo non ce l’ho fatta più, difficile trascorrere vent’anni tra dolore, rabbia e incubi notturni. Per spezzare quella spirale di angoscia in cui mi trascinavano documenti, libri, film e documentari, che mi servivano a comprendere quel tempo, mi disimpegnavo la mente con giochi letterari e racconti umoristici o scrivendo romanzi di altro tipo. Certo, avrei anche voluto capire il perché del male in tutto il mondo, ma si sceglie di parlare di quel che si conosce o di quello che ha segnato la nostra vita, e comunque basta conoscere una porzione di male per comprenderlo tutto. Nel mio caso c’entrava l’infanzia perché mio padre, ufficiale italiano, subito dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi e rinchiuso nel lager di Hammersteim, in Polonia; c’entrava anche la tragedia della mia meravigliosa maestra di quarta e quinta elementare Condò, dolce e gentile, che aveva perso Ruggero, l’amato figlio diciottenne, diventato partigiano quando erano sfollati da Reggio Calabria a Genova nel 1943, catturato dai tedeschi e morto in un campo di concentramento. Fu un colpo al cuore quando ce lo raccontò, e non ho mai dimenticato la tristezza dei suoi occhi. Diventata adolescente, ci furono i terribili racconti di mia madre con gli orrori accaduti in Toscana e con la storia di suo padre, il mio caro nonno anarchico Giovanni, picchiato continuamente dai fascisti e che a Carrara non riusciva a trovare un lavoro perché senza tessera del PNF.

Al diploma decisi di presentare tre tesine, quella di storia era sul nazismo e da lì iniziò la mia voglia di capire come e perché fosse accaduto, avevo addirittura cominciato una ricerca sui giornali italiani riguardo al 16 ottobre 1943, il sabato nero del rastrellamento del ghetto di Roma per sapere come aveva reagito la società. Com’ero ingenua! La vita era continuata normalmente, come se nulla fosse accaduto, eccetto naturalmente quei pochi che avevano cercato di aiutare gli ebrei, non solo a Roma, ma in tutta l’Italia dopo la vergogna delle leggi razziali del 1938.

Dopo aver scritto due romanzi, ambedue ambientati nella Berlino nazista, ho cercato di ripulirmi la mente dalle scene e dalle storie agghiaccianti con cui ero stata costretta a confrontarmi, anche se ci sono riuscita solo in parte, e chissà perché mi è rimasta impressa la foto in bianco e nero di una bellissima bambina ebrea francese sui quattro anni: il sorriso era un’esplosione di felicità, gli occhi luminosi, s’intuiva che era circondata d’amore che lei ricambiava appieno, e forse mi ha colpita così tanto perché la mia nipotina aveva sempre la stessa espressione ridente. Quella bambina francese uccisa è diventata per me il simbolo di tutti i piccoli distrutti dalla furia nazista.

Oggi, nonostante gli studi su quel periodo, nonostante mi sia immersa in quella vita scrivendone, mi sono resa conto di non aver capito. Mi sono detta che a quel tempo molti non sapevano, che la stampa, il cinema, l’istruzione, la letteratura, tutto era controllato dai nazisti che non lasciavano filtrare le notizie. I nazisti implicati in quell’abominio sapevano, ma gli altri no, quelli che erano fuori dal circuito dell’orrore non erano informati. Inoltre i nazisti erano bravi ad ingannare: nel 1944 il menzognero Hitler in occasione di una visita della Croce Rossa Internazionale al ghetto di Terezìn ripulisce la cittadina e la fa trasformare in un luogo quasi paradisiaco, dove i bambini ebrei mangiano in abbondanza, mentre quelli tedeschi fanno la fame, dove i ragazzini ebrei giocano a calcio, mentre quelli tedeschi muoiono sotto le bombe, dove si fa musica e teatro, mentre la popolazione tedesca sopravvive nei rifugi; quindi l’odio per gli ebrei, inculcato da anni anche ai più piccoli attraverso favole e giochi antisemiti, cresce a dismisura nella popolazione tedesca che, però, non sa che alla fine di quel falso documentario, bambini e adulti di Terezìn vengono deportati nel campo di sterminio di Auschwitz.

Ecco perché il ricordo della Shoah deve restare, il Giorno della Memoria non deve essere cancellato perché deve restare memoria della bruttura che ha macchiato l’animo di troppi e perché ci sarà sempre qualcuno che conoscendo protesterà, aiuterà e lotterà per fermare la crudeltà, e potrà riuscirci o no, ma avrà provato. Il Giorno della Memoria deve restare perché le vittime innocenti di quel periodo non c’entrano nulla con gli ebrei sionisti di oggi e perché noi siamo antisionisti a causa del genocidio che sta accadendo ad opera di Israele, ma non siamo antisemiti.

Oggi sappiamo e vediamo tutto, e provare a fermare la violenza non è solo aiutare gli altri, ma è anche dare valore alla nostra vita. Ad esempio, l’operazione Global Sumud Flotilla, che in molti hanno deriso, non serviva certo a risolvere il genocidio dei palestinesi, ma è servita per dire ai palestinesi che non sono abbandonati, che il mondo li guarda e protesta per quello che stanno subendo, e tutti sappiamo quanto sia importante non sentirsi soli, non sentirsi invisibili.

Forse non siamo mai usciti dall’Antico Testamento, dove spesso si invoca Dio per punire atrocemente i nemici come nei “salmi imprecatori” e in alcune norme o eventi narrati: il Salmo imprecatorio 137 – Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra;

Esodo, 12: 29 – Dio uccise il primogenito di ogni famiglia egiziana la cui casa non fosse stata contrassegnata da sangue d’agnello;

Levitico, 26:27-29 – Mangerete la carne dei vostri figli e delle vostre figlie;

Numeri, 21:3 – Il Signore affidò i Cananei ad Israele, che votò allo sterminio i Cananei e le loro città.

E qui mi fermo, ma, come sapete bene, ce ne sono altri. A volte mi sento blasfema quando, circondata dall’orrore, mi viene da pensare che il vero Dio sia prigioniero di un essere malvagio che comanda il mondo, e che Lucifero, il portatore di luce, sia un angelo caduto per aver difeso il vero Dio buono e giusto, e compassionevole, che mai avrebbe voluto veder scorrere questi fiumi di sangue.

Qualcuno dirà: e gli altri bambini del mondo vittime della guerra con le loro famiglie? Certo, anche loro, tutti spezzano il cuore, ma se ho scelto di parlare dei bambini palestinesi è perché la gran parte degli ebrei, che ha avuto parenti e amici prede dell’orrore della Shoah e che hanno trovato un rifugio sicuro proprio in Palestina, adesso infligge le stesse pene a un popolo inerme.

Ventimila bambini palestinesi uccisi o feriti, volutamente affamati, amputati senza anestesia, orfani a causa del genocidio in corso è qualcosa che fa star male chi ha un animo giusto, e anche qui ho negli occhi come simbolo di disumanità una piccolina palestinese dai capelli chiari, con lo stesso sorriso della bambina ebrea deportata, con gli stessi occhi luminosi che guardavano con amore chi la fotografava in un giorno sereno. Una foto a colori questa, non più in bianco e nero, un cambio di tecnologia per lo stesso orrore. Perché quando piangiamo le migliaia e migliaia di “civili” sterminati sappiamo che stiamo piangendo ragazzi che andavano a scuola, a giocare con gli amici, a ridere in compagnia, ad ascoltare musica; stiamo piangendo mamme e papà, nonni, zii, cugini, famiglie come le nostre, che dopo il lavoro si riunivano a tavola, che organizzavano pranzi per le feste, che si prendevano cura di malati e anziani, persone come noi con speranze, sogni e desideri. La loro morte è un macigno sulle nostre coscienze.

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