GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...
Non posso non avventurarmi tra le onde alte delle polemiche suscitate dall’esibizione di Achille Lauro a Sanremo. Achille è un giovane artista performante dal fascino destrutturato. Chi cerca in lui segni convenzionali, non ne troverà.
L’arte, tuttavia, è come l’amore.
Non si spiega.
Mi ha tanto stupito la polemica sull’utilizzo della simbologia battesimale da lasciarmi senza parole per un paio di giorni.
Le ritrovo con i miei tempi, le parole. Mica le perdo. Si nascondono, timide, mentre impazza il latrare scomposto degli hater.
Ma come tutti gli eventi, l’accaduto mi ha portato a riflettere sul mio rapporto con un Dio nascosto che non si fa trovare.
È un rapporto antico. Incrostato ed intermittente.
Da bambini si è indotti, da ragazzi si sfugge alla scomodità dell’impegno a seguire i rituali, da adulti si decide.
Ma le sequenze soggettive ed opinabili che ho esposto si propongono e ripropongono senza seguire un ordine.
Si creano e si distruggono in continuazione.
Ed in età adulta, all’inizio della settima decade di vita, queste sequenze si stabilizzano su una posizione antidogmatica, forse agnostica, piuttosto atea.
Di conseguenza non credo all’esistenza di Dio.
Forse dovrei farlo per dare fiato agli ultimi, ancora forse un po’ lontani, anni di vita.
Ma sarebbe una religione juke box dove metti una monetina e canta la speranza.
Lascio al dopo il mistero dell’esistenza.
Tornerò polvere, e spero nel vento che mi è amico perché ho scritto di lui.
Con il vento sono raccomandato.
Ma nulla ho contro chi crede.
Anzi, ho molti amici preti.
Ciò dicendo, ammetto di scimmiottare chi dice di avere molti amici gay, ma è contro il disegno di legge ZAN perché apre la strada alle adozioni, alla sodomia territoriale, all’attribuzione del sesso ai minori per decreto LGBTQ+ ed altre amenità degne di esseri con il cervello posato sul comodino dentro un bicchiere come fosse una dentiera.
E si, perché non aggravare le pene per i picchiatori omofobi secondo loro serve a difendere i bambini, ai quali i gay vogliono imporre la propria appartenenza per conquistare il mondo.
L’invasione degli ultracorpi.
Meglio picchiarli, questi ultracorpi. Così imparano!
Ma torniamo ad Achille Lauro altrimenti mi perdo più di quanto sono perso.
Per un giorno intero il web, che ormai ha sostituito le belle “sciarre” in piazza, si è scatenato.
I credenti si sono sentiti offesi. Il vescovo di Ventimiglia ha scritto una lettera.
Si, Ventimiglia, dove i migranti respinti dalla sedicente cattolicissima Francia dormono sulle rocce.
“a un Dio senza fiato non credere mai”.
Ma dico, questa sofferenza intorno all’esistenza non offende?
Forse, non saprei. Direi di si.
Io mi sento offeso se un essere umano soffre.
Voi no? Manco un po’ di indignazione vi avanza da quella potente per aver visto un bel giovanotto aspergersi dell’acqua sulla testa?
Beh, se non vi avanza, avanza a me.
Se volete, ve la presto. Ne ho anche per voi.
D’altronde, mettere in comune le cose è un po’ comunismo, ma anche cristianesimo. Forse.
E i crocefissi sbandierati da Salvini nei comizi? I rosari? E le urla della Meloni che dice, a tremila decibel, di essere cristiana per raccattare qualche voto tra i difensori della Patria dall’invasione dei saraceni?
Saraceni scalzi con gli occhi persi e la schiena piena di frustate elargite nelle carceri libiche.
Un crocefisso come una spada a tagliare i consensi non offende?
Beh, a me si, e non sono credente.
Non vi preoccupate, state tranquilli. Mi offendo io per voi.
E quei bambini scalzi sulla neve della sedicente cattolicissima Polonia aggrappati ad un filo spinato come avessero un pigiama a righe non sono piccoli cristi in croce che non resusciteranno dopo tre giorni canonici?
Quelli no?
Beh, non generalizziamo.
Quel sant’uomo di Papa Francesco un po’ si incazza, e lo dice.
Ma la base è ferma alla difesa delle tradizioni anche contro una cosa che, come l’amore, non si spiega.
E si chiama arte.
Ma voglio terminare con un reflusso amaro.
Avevo dodici anni ed uscì un capolavoro del cinema.
Come suol dirsi, un musical.
Si chiamava “Jesus Christ Superstar”.
Si ballava intorno a Gesù, che ballava anche lui.
Erano gli anni delle lotte, della liberazione della donna dal ruolo di schiava dei mariti, c’era il “delitto d’onore”, il divorzio era peccato mortale e il capofamiglia stava seduto a capotavola.
Era capo di tutto.
L’interpretazione della parola di Dio metteva il sigillo dell’obbedienza a tutte queste aberrazioni.
Non è forse così?
Certo, non c’erano i social, per cui la risonanza era minima, da una parte e dall’altra.
Forse meglio.
Non successe nulla.
Ma cinquant’anni sembrano passati invano, francamente.
Stiamo entrando in retromarcia nella storia.
Allora, concludiamo.
Non comprendo questa levata di scudi in difesa di un rito che dovrebbe essere più sostanza che forma. Non comprendo il perché della totale indifferenza verso la violazione sistematica dei diritti di chi non piace, di chi non è come noi.
Di chi è scomodo, a dirla alla don Tonino Bello, che non era proprio il segretario del PCI emiliano negli anni Settanta.
No, non lo capisco e non vi capisco.
Ma la diversità di pensiero va accettata come va accettata l’arte.
Quindi io vi accetto esattamente come molti non accetteranno il mio pensiero.
E come ad ogni Pride al quale partecipo da “gay onorario” (stupenda definizione affibbiatami da un’amica), mi preparo ad una serie di blocchi sui social.
Tanto, sui social, ad avere molti “amici” si vince solo la solitudine. Ma questa è un’altra storia e ne parleremo dopo.
Molto dopo.
