MIMMO MINUTO L’UOMO CHE NON VOLEVA DISTURBARE
Altri scrivano di lui con sapienza e dotta conoscenza, di come la Calabria abbia avuto...

Altri scrivano di lui con sapienza e dotta conoscenza, di come la Calabria abbia avuto...

Altri scrivano di lui con sapienza e dotta conoscenza, di come la Calabria abbia avuto il dono di un gigante che l’ha amata sommamente. Dei suoi profondi studi classici, del suo incessante pellegrinaggio nell’aspro Monte. Parlino di lui come fine conoscitore dei misteri e dei tesori della sua terra, del suo essere madre e crogiuolo di spiritualità bizantina. Che raccontino del Preside illuminato, del professore di grande umanità. Che narrino di aver condiviso la passione delle camminate silenziose in montagna, in cerca di reperti preziosi. Quando tutto si sarà detto o scritto, sarà insufficiente. Nessuno forse, parlerà di cosa è stato Domenico Minuto per l’Eremo dell’Unità, dove si trova l’amica, madre Mirella Muià. O dell’emozione per la lettura e l’incontro, appena pochi mesi fa, del libro epistolare, dal titolo emblematico, La fonte e il bicchiere, scritto a quattro mani con l’amico, il preside Angelo Vecchio Ruggeri. Se potesse, il prof. Minuto ci rimprovererebbe tutti per questi “eccessi”. Nella sua immensa umiltà, esprimerebbe dissenso e disapprovazione. Dove adesso si trova, in quella Pace che tutto comprende e sopporta, sorriderà per questo nostro affannarci, ma ci lascerebbe fare. Saprebbe fino in fondo qual è il dolore di ciascuno per non averlo più con noi, quanto sia autentico il desiderio di una restituzione, grata, commossa e mai esaustiva per ciò che ci ha donato. Restituzione in questo momento, non celebrazione formale, ma memoria viva di un’esperienza che non finisce. Conosciuto grazie ai Vagabondi, il gruppo di amici, che da anni si riuniva per iniziative che definire culturali è poca cosa, ho condiviso viaggi, incontri, momenti di riflessione profondi e illuminati. L’estate scorsa, mi ha telefonato per incaricarmi di organizzare un incontro con uomini e donne di buona volontà, che insieme si interrogassero sul perché la guerra facesse scorrere sangue innocente in Medioriente e non solo. Ci incontrammo nel cortile degli Ottimati e fu una serata, densa di spunti e molto partecipata. Forse una delle ultime uscite. Era prevista una salita a Cardeto, uno dei luoghi del cuore, da Marcello, ma il cuore non glielo aveva permesso. Quante ruminatio insieme, così aveva chiamati gli incontri, dove poneva un quesito profondo, attento agli accadimenti del nostro tempo, per condividere riflessioni, aspettative, preoccupazioni, accogliendo sempre le idee di tutti, rispettosamente. Ci ha aperti all’arte del dialogo, in questo tempo divisivo e bipolare. Gli interrogativi di Domenico Minuto emergevano da uno spirito vivacissimo e inquieto, che non si sentiva mai a posto. Testimoniando un magis, anche se il corpo tradiva e la voce diventava sempre più flebile. Dentro il “Grande capo dei Vagabondi” non ha mai abitato un uomo anziano, ma un giovane spirito indomito. Un uomo che non voleva disturbare. Mai. Nemmeno nei giorni dell’agonia, quando non bisognava rompere la consegna del silenzio, per il suo dignitosissimo e sofferto lasciare questa terra, con la gratuità e con il sorriso. Incoraggiando con il gesto, se l’aria mancava e i momenti di veglia lucidissima, si facevano sempre più rari. A questa notizia non siamo preparati. Non lo si è mai, quando una persona ti ha toccato in profondità. Tre anni fa l’ho cercato per chiedergli un’intervista particolare. Era come pietra preziosa da inserire nel capitolo di un libro che stavo preparando Sullo sguardo dei padri, sul lascito che la figura paterna ha nella vita dei figli. Avevo pensato a lui con timore e tremore. Avevo bisogno di un compagno di cammino che rispondesse alle mie irrisolte domande sulla “morte e il suo tabù”. Era la persona giusta per addentrarsi su un sentiero impervio e difficoltoso, la luce che ha rischiarato un piovoso e grigio pomeriggio di febbraio. Tepore all’interno dello studio, le pareti rivestite di libri fino al soffitto. “Abbiamo eliminato il tempo nel suo scorrere, mi disse, non c’è passato, non c’è futuro, noi crediamo di vivere un eterno presente, per cui il concetto di morte stride, è un non senso. Ho 93 anni e vivo ancora con questo problema. Il tema della morte è tanto più angosciante, quanto più l’Io prende il sopravvento come un buco nero”. Aggiunse che nel momento in cui prevale l’Io che non sa cosa può essere un’altra realtà, della morte se ne ha terrore. “Nei momenti in cui, veramente io credo e mi affido al Signore, allora resta lo smarrimento per la separazione dalle persone care”. Ma il pensiero della morte… “diventa uno stimolo all’amore e un’inquietudine di tenerezza”. Gli chiesi cosa ci lasciano i padri e lui parlò del suo, del rapporto fatto più che di pensieri, di emozioni profonde, di camminate in montagna e del sapore del pane nero caldo con l’olio preso in una botteguccia a Pietra Storta. Mi svelò la cifra della sua eredità: “Del padre possono parlare i figli quando il padre è morto. Perché quando muore lascia che viva il suo ricordo. Noi siamo chiusi -continuò- ma la presenza dei nostri cari la sperimentiamo sempre”. E poi forse, al cuore delle sue argomentazioni tra passato e presente, tra interrogarsi e credere, sul crinale arduo, aguzzo e vertiginoso del suo dirsi, lì in cima, dove mi aveva portato, aggiunse: “Ritengo che sia proprio l’effetto di un sentire dell’Ego che ci turba terribilmente. Hai detto molte cose di me che ormai io non riconosco più… forse in me il potere dell’Io si attenua e quindi ora, l’idea della morte che si avvicina diventa soprattutto turbamento per il distacco da chi amo. Quando ero intorno ai 30 anni, nella nostra famiglia si sono susseguite delle morti improvvise… ed ero in preda a profondi turbamenti… ma il silenzio umano di una visita al cimitero, mi ha calmato. Il silenzio aiuta a sgonfiare la dimensione orgogliosa che nella cultura di oggi ci spinge come se fosse un dovere,verso un sentimento alto di sé stessi, invece di sentirci niente.”
Il lascito di Mimmo Minuto è stata un’escursione ad alta quota, unica e irripetibile, sulle montagne aspre dello spirito, battute dai venti, illuminate da potenti raggi di luce, su quel crinale dove finisce la notte, e scorgi la foglia staccarsi dal ramo, lieta di volteggiare, perché sa di non essere solo quella forma. È l’albero intero, perché nulla può nascere, nulla può morire.
