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SONO PASSATI VELOCI QUESTI ANNI FEROCI

Emiliano Brancaccio, Libercomunismo

Una volta caduta l’URSS «il capitalismo ha potuto mostrare il suo volto più feroce». La rabbia metropolitana dei nostri giorni, le numerose paure riguardo – prima di tutto – noi stessi e il destino del Pianeta, la solitudine nella quale ognuno si noi vive, l’isolamento, l’essere perennemente «attaccati alla macchina»; «viviamo in un’epoca di risentimento, rabbia, reazione», dichiara Emiliano Brancaccio in questo denso e illuminate Libercomunismo (Feltrinelli, Milano, 2026). Inoltre, «il ritornante oscurantismo popolare» (l’«irrazionalismo», gli «stregoni», le «fattucchiere»), «la crescita dell’inquinamento, il cambiamento climatico, la distruzione della biodiversità» che fanno il paio con «l’attuale revival fascistoide» e con l’«ascesa di movimenti nazionalisti e di estrema destra». Dopo questa impietosa analisi non resta che rifarsi ai «dati di fatto», ovvero alla «verifica empirica». Per fare cosa? Brancaccio intende dimostrare che l’accumulazione capitalistica è una «tendenza oggettiva». E che nella sua bipolarità (da un lato, elemento chiave della catastrofe alla quale stiamo andando incontro e, dall’altro punto di (s)volta obbligato: verso un «rovesciamento di sistema»), tale evenienza storica diventa altresì bifida, nella sua nuova caratterizzazione dopo Marx. Andiamo, però, con ordine. I capitali si stanno centralizzando «in sempre meno mani». Inoltre, «la centralizzazione die capitali si manifesta anche attraverso meccanismi più sottili, e soprattutto più rapidi. Questi meccanismi, dice Marx, si attivano con lo sviluppo di due istituzioni fondamentali del capitalismo moderno: il sistema bancario e la società per azioni.  Il punto è che la massa di piccoli e piccolissimi risparmiatori, che acquistano depositi bancari oppure azioni di società, non coltiva il minimo interesse per il controllo delle banche e delle aziende a cui ha affidato i suoi denari». Costoro badano solo al rendimento, «ossia gli interessi e i dividendi». Per cui, non solo il capitale si accumula in poche mani ma, anche, il «controllo del capitale» fa lo stesso, e le poche mani diventano pochissime. «Il club esclusivo dei grandi capitalisti tende a restringersi sempre di più». Cos’è questa «tendenza», dunque? «Stiamo parando della concentrazione del controllo capitalistico nelle mani di meno dell’1 per cento di appena 300 milioni di azionisti nel mondo». Supportato da notevoli dati di fatto, Emiliano Brancaccio fotografa le conseguenze di tutto questo processo. «La centralizzazione capitalistica attiva un processo di universalizzazione del lavoro che mette in crisi le convenzioni sociali del passato, allenta i confini nazionali che dividevano la forza di lavoro interna da quella esterna, erode gli antichi legami di famiglia basati sulla soggezione della donna all’uomo, abbatte i vecchi pregiudizi che in Occidente ponevano i maschi bianchi ed eterosessuali al vertice della scala dei subordinati del capitale. É un movimento che per forza di cose minaccia gli equilibri sociali basati sulle discriminazioni di genere e di razza, e che mette in crisi le istituzioni familiari e le convenzioni sociali che sopraintendono ai legami affettivi e sessuali». «La tendenza livellatrice dello sfruttamento capitalistico alimenta una reazione emotiva: un rigurgito razzista, misogino, queerfobico, fanatico, nemico della libertà, che si diffonde nella classe lavoratrice maschia, bianca ed eterosessuale». La middle class si proletarizza; la politica (ri)cerca il consenso di tutti questi cittadini in preda di un «dilagante scetticismo»; dal capitalismo «si esonda» allo scontro bellico. E siamo a oggi! Che cosa fare? Per Brancaccio, lo si è detto, l’accumulazione capitalistica contiene due «momenti». Il secondo di essi è la formazione di «processi principali di accumulazione» che avvengono al di fuori dal capitalismo, ma che sono capaci di influenzarlo. Si tratta di quelle pochissime mani, delle quali si diceva; mani di padroni che non sono (più) proprietari. Gli ad delle imprese Multinazionali che signoreggiano un capitale, che non è il loro. Dunque? E’ di tutti, è la risposta di Emiliano Brancaccio. In sostanza, il capitale è gestito da questi pochissimi (per generare «profitti alti e immediati») mentre, dall’altra parte, i risparmiatori pretendono «rendite veloci». Il capitale si sbriciola; deve giocare in Borsa (e, dunque, obbedire alle leggi caotiche dei mercati) e, nello stesso tempo, deve «rispettare» i desiderata della «miriade di piccoli proprietari formali», i quali giocano la loro partita al livello della vita quotidiana e concreta. Due livelli, insomma. Il Cielo e la Terra. L’astratto e il concreto. A questo punto, invertendo «padrone» e «proprietario», Brancaccio è lesto a lanciare la propria ipotesi di «libercomunismo». «Il capitale centralizzato si socializza in un piano collettivo». Cosa mancava, infatti, a tutto quanto il sistema che abbiamo visto? Si trattava di contingenze, l’accumulazione «si fa strada senza progetto». Si trattava (in tutti i casi) di casi, governati alla bell’e meglio, più o meno, ora così ora colì. Mancava un «piano», un fine. Occorre, invece, governare la complessità attraverso la politica; attraverso il «libercomunismo», che è «un unione mai tentata tra pianificazione collettiva e libertà individuale».   

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