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IL POP-FASCISMO

«Preso il potere e trovatisi esuli in una patria antifascista, gli eredi del fascismo hanno cominciato a vagheggiare la costituzione di un egemonia culturale che permettesse loro di tornare al governo, e dunque di imporre di nuovo, con la forza, una cultura unica», cioè «un ortodossia culturale di Stato». La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista (Feltrinelli, Milano, 2026), saggio dello storico dell’arte Tommaso Montanari (altrimenti, come in questo caso, impegnato anche sul fronte civile e politico), esamina, attraverso le fonti, il tema della prosecuzione, sotto mentite spoglie o, più semplicemente, in un’altra forma, dei contenuti fascisti in Fratelli d’Italia e «parzialmente» nella Lega. Questa «cultura unica» rappresenta un campo semantico nel quale l’antico humus, da cui prese il via il fascismo, si riversa nella nostra attuale modernità con abiti/vestiti/toilette/divise/mise nuove. Il fulcro del libro di Montanari è il seguente: tra la forma e il contenuto col quale il fascismo storico si era presentato, questo nuovo fascismo- eyliner sceglie di cambiare la forma (creme, fondotinta, mascara e rossetti), lasciando intatto uno zoccolo duro concettuale (e materico) definito dalla stessa Idea fascista. In cosa consiste tale fluido colorato, di norma nero, che si applica sulla palpebra superiore, parallelamente alla rima ciliare? E, a fronte di detto maquillage, in che cosa consiste precisamente l’Idea fascista? Con intuizione profetica, già nel 1975, il cantautore Francesco De Gregori, ne Le storie di ieri, scriveva: «I nuovi capi hanno facce serene/e cravatte intonate alla camicia». Cambiando l’estetica non si cambia l’etica; al più, come affermava l’artista tedesco Ulay (all’anagrafe Frank Uwe Laysiepen): «l’estetica senza etica diventa cosmetica». Tommaso Montanari aggiunge che «le parole, i personaggi, le vicende della saga degli Hobbit diventarono un codice – antimodernista nei contenuti ma moderno, addirittura pop nella forma – attraverso il quale i più radicali tra i fascisti italiani potevano parlare dell’Idea (fascista) senza passare attraverso le lugubre retoriche dei reduci di Salò». Ovvero «Meloni ha ostentato una presa di distanza da alcuni aspetti del fascismo, dicendo il meno possibile e annacquando queste parzialissime abiure con ben più vibranti condanne dell’antifascismo e del comunismo». Questa la strategia, dunque, del maquillage. E il contenuto? «Abitare la modernità per rovesciarla, senza nostalgie del passato, ma senza rinnegarlo». Il tutto avviene ed è avvenuto – in continuità – col collante del concetto di nazione. Che, come si sa, non riguarda la volontà dei singoli cittadini; quello semmai è il concetto di «popolo». E, drammaticamente, non riguarda affatto il concetto di «Stato». Concerne, invece, un’altra sorta di Bostik: storia, civiltà, interessi, aspirazioni, lingua degli individui in quanto costoro ne hanno coscienza. Prescindendo dalle volontà individuali, «la nazione non ammette conflitti al suo interno»; è piatta, orizzontale, piana; è liscia. In un simile contesto lo Stato e la cultura dovrebbero avere «un rapporto imperniato sulla difesa di un’ideologia precisa, l’ideologia della nazione». E, dal punto di vista economico, «la nazione avrebbe un solo e unico interesse economico: che unirebbe ricchi e poveri: il bene di ognuno, di ogni individuo, e di ogni categoria è divinato (…) dal partito della nazione, dai Fratelli d’Italia». In quanto «comunità di destino», dunque, questo pop-fascismo propone «una scuola che dia ai giovani italiani “il senso della nazione”, in un’epoca in cui ci si aspetterebbe proprio il contrario: il “pieno sviluppo della persona umana” prospettato dalla Costituzione non è affatto vincolato a una “dimensione nazionale”, ma anzi si colloca in una prospettiva che travalica i confini nazionali, aspirando a una dimensione, appunto, “umana”». Sapranno Giorgia Meloni e il suo partito resistere alle hegeliane «dure repliche della storia»? Basta un abito nuovo per fare un cervello nuovo?

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